Dieci canzoni (più una) per un funerale

“Non escludo il ritorno” – epitaffio sulla   tomba  di Franco “Er Califfo” Califano

Forse è colpa dell’autunno, oppure del primo Novembre che è alle porte. Oppure si tratta del ritorno dell’ora solare, che con quei sessanta minuti di buio che si porta dietro non aiuta. L’umore è più malinconico del solito, che nel mio caso, fatte le dedite proporzioni (mai parola fu più indicata), sarebbe come dire che Rocco Siffredi è più arrapato del solito. 

Insomma, è da qualche giorno che mi ronza in testa un’idea un po’ macabra per un eventuale mio prossimo lavoro, non che sia infelice del mio attuale, ma si sa che è il mercato che ce lo chiede, dobbiamo essere flessibili e a questo punto è meglio giocare d’anticipo.

Per questo motivo sto pensando seriamente di propormi alle imprese d pompe funebri come “compilatore di colonne sonore per funerali”.

Sono certo che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, si sia immaginato il proprio funerale, magari solamente per esorcizzare quel momento. La folla di amici in lacrime, l’ex singhiozzante che finalmente ammette che eri tu l’amore della sua vita, non quell’avvocato di successo con il quale ti ha tradito. Il migliore amico che legge il discorso che avevi preparato ma che lui non riesce a finire travolto dall’emozione, e infine la musica che parte.

Ecco, in esclusiva vi presento la mia prima opera, la musica per funerale (vedete voi come usarla), gratis per tutti i lettori de Il Poltronauta. Per l’occasione ho pure creato una playlist su Spotify. Prima di usarla verificate però che ci sia wi-fi in cimitero.

CLICCA QUI PER ASCOLTARE LA PLAYLIST SU SPOTIFY

Comunque, che ci sia un morto da ricordare oppure no, preparate le cuffie, accendete lo stereo e immergetevi in questi 40 minuti abbondanti di musica da funerale.

 

Imagining my Man – Aldous Harding

I hope one dream will get the way / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back

Aldous Hannah Harding viene dalla Nuova Zelanda, figlia di una cantante “folk”, ha una presenza scenica piuttosto bizzarra, il mio tipo insomma. Pare che la definizione esatta sia “gothic-folk”, ma a me non importa, ha una voce che mi ricorda quella di Beth Gibbons (Portishead) ma ancora più spirituale, perfetta da sentire in chiesa con l’incenso che pizzica il naso, soprattutto per un funerale di un uomo per cercare di immaginarselo.

Aldous / Hannah in piena azione

In the neighbourhood – Tom Waits

Well, Big Mambo’s kickin’ his old grey hound / And the kids can’t get ice cream, cause the market burned down / And the newspaper sleeping bags blow down the lane / And that goddam flatbed’s got me pinned in again

Quanta roba Tom Waits! Questo pezzo è tratto da uno dei suoi lavori più riusciti, a partire dalla copertina, una foto che concentra la quintessenza dell’essere Waits. Le sue canzoni ti trasportano in un mondo fatto di personaggi improbabili, della provincia americana, perdenti per i quali, ahimè, provo attrazione. Avrei voluto inserire “Underground” (capita la connessione?), che Waits canta con una voce da Labrador con raucedine, ma dopo aver visto  il video di questa canzone, ho optato per “In the neighbourhood”, che trovo ideale per accompagnare un corteo funebre, perciò se pianificate un funerale con una piccola processione a piedi dietro il  feretro, questa canzone fa per voi.

La foto usata per la copertina si Swordfishtrombones, album di “In the neighborough”

Buonanotte nella pioggia – Mimmo Locasciulli

Bonne nuit bonne nuit ai compagni invisibili / E buonanotte anche a te / Alla gioia al dolore alle storie incredibili / E a tutto il silenzio che c’è

Attorno ai miei vent’anni avevo un amico circa della mia stessa età, da un nome strano: Oreste. Era alto oltre il metro e 90, almeno da quando frequentava la terza media. Per questo aveva intrapreso una carriera decente come giocatore di basket,  ma quando iniziai a frequentarlo aveva già smesso. Era arrivato a Venezia adolescente e io non avevo mai capito come fosse composta la sua famiglia, di certo economicamente stavano bene, innanzitutto parlavano solamente in italiano (e non il veneziano come i peones che frequentavo abitualmente) e in più abitava sul Canal Grande (che per i lettori non veneziani è come dire che abitava sulla 5th Avenue a New York). Un giorno sua madre decise di rilevare un piccolo negozio di dischi per darlo al figlio. Il problema era che Oreste, bravissimo ragazzo, capiva di musica quanto Roberto Giacobbo di scienza, e in breve tempo il negozio iniziò una lenta discesa negli inferi di incassi ridicoli. Io ci capitavo spesso, sia per vedere il mio amico che per comperare qualche disco (ovviamente previo sconto), negli ultimi giorni precedenti l’inevitabile chiusura (un paio d’anni dopo l’apertura) trovai questo disco di Mimmo Locasciulli, fino ad allora a me sconosciuto. Lo acquistai perché vidi sul retro che era stato prodotto da Greg Cohen, l’uomo dalla mano blu, storico bassista di Tom Waits, ed infatti le atmosfere del buon Tom riecheggiano lungo tutto il CD. A tutt’oggi credo sia tra i migliori 5 dischi degli anni ’90, una spanna sopra gli altri, pur con un successo commerciale quasi inesistente. Questo pezzo s’incastra perfettamente dopo “In the neighbourhood”,  poi ci sono tutti gli elementi ideali per un funerale: la pioggia, il silenzio, gli amici invisibili e la notte.

 

Miss Misery – Elliott Smith

To vanish into oblivion Is easy to do  / And I try to be but you know me  / I come back when you want me to / Do you miss me miss misery Like you say you do?

Elliott Smith era mio coetaneo, scoprii la sua musica poco prima che si suicidasse (sempre che si accetti la versione ufficiale del suo decesso), non ho mai capito come riuscisse a trasmettere così tanto con una voce così esile. Quando nel 1997 Gus Van Sant inserisce un paio di sue canzoni  nel film “Will Hunting”, incredibilmente uno dei due brani (Miss Misery) va nella cinquina di quelli candidati all’Oscar. Non solo, Elliott viene invitato a cantarla dal vivo proprio alla serata della consegna del premio. Andate a vedere la sua esibizione, con Elliot a disagio in un completo bianco preso a noleggio, un po’ troppo grande per lui, circondato da una orchestra di 80 musicisti.  Due minuti scarsi di poesia pura, un alieno in mezzo alle luci di hollywood. Ovviamente l’Oscar non lo vinse (andò alla canzone di Titanic), che ve lo dico a fare.

Un rilassato Elliott, probabilmente in Italia, 1998

Bird Gerhl –  Antony & The Johnsons

Cause I’m a bird girl / And the bird girls go to heaven / I’m a bird girl / And the bird girls can fly

Pensando di includere un pezzo di Antony (o Anhoni, o come diavolo si chiama adesso) ho avuto l’imbarazzo della scelta. Ho finito per optare su questa canzone, forse per via delle ali e della parola “heaven” anche se credo che il buon Antony intendesse ben altro. Sono riuscito a vederlo  in concerto, anni fa, nel teatro romano di Verona (inspiegabile come una città di tale bellezza abbia potuto generare un sindaco come Tosi e altri fascisti). Ero in compagnia di una specie di collega molto più giovane di me che conoscevo appena, nel pubblico c’era anche il suo ex, se pensava di ingelosirlo non le andò molto bene. Il concerto fu breve, poco più di un’ora, ma intriso di poesia pura, Antony continuava ad alternare le canzoni a lunghe introduzioni, con quella sua voce dolce come il miele e le movenze di un barbapapá, ad un certo punto parlò della situazione degli omosessuali in Giamaica, di come letteralmente venissero uccisi in quel paradiso dei Caraibi. Il pubblico, che ridacchiava ad ogni suo discorso, dimostrò di non capire molto bene l’inglese e scoppiò a ridere anche in quel frangente. Antony scosse la testa e suonò tre brani consecutivi senza interrompersi. Pezzo ideale per chi crede negli angeli.

 

Death with dignity – Sufjan Stevens

I forgive you, mother, I can hear you / And I long to be near you / But every road leads to an end / Yes every road leads to an end / Your apparition passes through me in the willows / Five red hens – you’ll never see us again

Personaggio talentoso il nostro Sufjan, passato da giramondo (in gioventù suonò in una banda da paese in Olanda), cresciuto in diverse città americane, è uno dei produttori più prolifici di canzoni tristi: tristi le melodie, tristi le parole. Nei suoi pezzi trovi tutte storie angoscianti, da serial killers a giovani vite spezzate. Ad un certo punto, venticinquenne, decise che avrebbe pubblicato ogni anno un album tematico per ciascuno dei 50 stati dell’America. Usciti i primi due (Michigan e Illinois, meravigliosi entrambi) cambiò idea. In realtà il CD dal quale è tratto questo pezzo avrebbe potuto chiamarsi “Oregon”, visto che tutti i brani sono ambientati in questo Stato, ma si vede che non voleva alimentare false speranze (Sufjan? E ci mancherebbe alto). Comunque questo pezzo parla di eutanasia, per evitare l’effetto “corda a casa dell’impiccato” da non suonare nei funerali di suicidi o similari.

L’esplosiva simpatia di Sufjan Stevens

Poor mum – Molly Drake

Nothing worked out / In the way that you planned / Nothing was quite as you thought / Try very hard not to misunderstand

Ok, va bene, se proprio dovevo mettere una canzone di qualcuno dal cognome “Drake” in una colonna sonora per funerale sarebbe stato più logico pensare alla buon’anima di Nick, ma sarebbe stato come sparare sulla croce rossa. E poi in fin dei conti Nick Drake non era così triste. Si, diciamo che non credo sia mai stato suonano alla Mucca Assassina di Ibiza, ma mettere un pezzo di un artista così intenso avrebbe sbilanciato tutta la playlist. Ho virato perciò sulla madre, una signora d’altri tempi che sicuramente è “colpevole” della vena artistica dei suoi figli (la sorella di Drake è stata un attrice di un certo successo). Questa canzone compare in un disco del 2007, assieme ad altro materiale semi dimenticato di Nick Drake, l’atmosfera di questa breve canzone della madre calza perfettamente con gli altri brani del figlio, e credo stia benissimo in questa playlist. Se si può,  evitare di suonarla per il funerale di una madre infelice.

 

Don’t you – Micah P Hinson 

And don’t you don’t you forget about me forget about me

La biografia di Micah P. Hinson dice che ha vissuto come homeless dalla sua tarda adolescenza fino ai vent’anni inoltrati, tra alcol e abuso di droghe di ogni tipo. L’ho visto ad un concerto in una location minuscola, la classica situazione ARCI dove il concerto è annunciato per le nove di sera e dopo una serie di gruppi spalla (direi gomito) inizia verso mezzanotte. Il tipo è alto, pallido e magro, porta i capelli pettinati all’indietro coperti di brillantina e ai lobi ha quegli orribili buchi con una cornice di legno, si muove come un trampoliere con la labirintite. Durante il concerto praticamente non smette mai di fumare, nemmeno quando, con la sua voce sorprendentemente profonda, canta i suoi pezzi migliori. A vederlo non sembrava esattamente disintossicato. Mi ha fatto una immensa tristezza, credo che meriterebbe teatri prestigiosi, invece continua ad esibirsi in tutto il mondo in location squallide. Tra tutti suoi pezzi ho scelto questo, poche parole ma un concetto chiaro: non dimenticatemi di me. Il tutto in un crescente rabbioso. Preghiera azzeccata per un funerale.

Bellissimo ritratto dei Micah, e qui pure stava bene,

Until The Morning Comes – Tinder sticks

Wake me up ‘cause I’m dreaming / Well, they’ll never believe it / So hush now, my baby, please don’t cry / Everything’s gonna be alright

Tutta colpa di Tim, il mio amico greco/australiano che incontrai per sbaglio durante una biennale a Venezia. Grande appassionato di musica (sempre la stessa, come diceva la sua fidanzata dell’epoca, ora moglie), ad ogni incontro mi riempiva di copie dei suoi CD, i britannici Tindersticks erano una delle sue band preferite. Tristi come pochi altri, addomesticati dalla voce da crooner fuori tempo massimo del loro leader Stuart A. Staples, sono finiti a popolare parte della collezione di CD che decorano il mio salotto. Questo pezzo ha una musica dolce e melanconica, il testo, per quel che capisco, sembra accennare ad un tizio che strozza l’amata durante il sonno, vedete voi se capite qualcos’altro. Comunque ha una melodia meravigliosa, ma nel dubbio eviterei di portarla ad un funerale di un “femminicidio” (scusate il termine).

 

All this useless beauty – Elvis Costello

What shall we do, what shall we do with all this useless beauty? / All this useless beauty

Quando uscì questo disco, Elvis Costello aveva circa una ventina d’anni di successi alle spalle, per questo la sua intensità mi sorprese ancora di più. Costello è uno di quei tipi che avrebbe potuto scrivere la stessa canzone per tutta la carriera ed invece continua a sperimentare, sfornando ogni tanto dei capolavori, come questo.

Esco poco la sera, così per abitudine. Ma quelle poche volte che mi ritrovo a camminare di notte, tra le calli di Venezia svuotate dai turisti, i negozi di cianfrusaglie finalmente chiusi, l’infinita processione di “bacari”  fintamente autentici ormai deserti (con i pariah delle cucine intente a depositare sacchetti enormi d’immondizia, per la gioia delle patengane maremmane), ecco, quando sto tornando a casa di notte finisco sempre per fermarmi qualche secondo su di un ponte a pochi passi dalla mia strada, a fissare le luci dei lampioni rimbalzare sulla superficie dell’acqua immobile, deturpata da un’enorme scritta luminosa blue “Hotel” che comunque non riesce a rovinare la magia.  In quell’istante mi chiedo cosa ho fatto per meritarmi tutto questa poesia, e subito dopo mi viene in mente questa canzone di Costello: cosa dobbiamo farci di tutta questa inutile bellezza? Beh, se non volete usare questa canzone per un funerale, lasciatela per i mio. 

 

La mia Useless Beauty

Exit Music (For A Film) – Brad Mehldau

Il manuale per la perfetta playlist da me ideato prevede almeno un brano strumentale, meglio due, uno all’inizio e uno alla fine, ma se non è possibile allora va bene uno, purché sia in chiusura. 

Non posso che lasciarvi che con questo pezzo, guarda caso intitolato “Exit Music”, ma siccome i Radiohead non avevano una versione senza la voce di Thom York, ecco la cover di Brad Mehldau, così bella che diede l’idea della vita ad un oscuro maestro di piano canadese, tale Christopher O’Riley, che poco dopo fece uscire un album tutto di cover al piano (e senza voce) di pezzi di Radiohead che lo resero letteralmente milionario (800.000 copie vendute è una marea di concerti sold out). Ma torniamo a Brad Mehldau, pianista enfant prodige, forse la vera unica star del jazz di questi ultimi anni. Come tutti i jazzisti che si rispettino, anche Brad ha sacrificato gioventù e soldi all’eroina, dalla quale si è disintossicato poco prima di compiere 30 anni, proprio quando incide questo brano, forse ci voleva la sensibilità di qualcuno che aveva lottato con i demoni della droga per far emergere l’anima di questa canzone . A vederlo adesso, nemmeno cinquantenne, Brad Mehldau sembra un Antonio Banderas passato in centrifuga, a quanto pare l’eroina non fa bene alla salute, ma per fortuna continua ad incantare gli appassionati di jazz in tutto il mondo. In ogni caso questo è l’ultimo pezzo della mia playlist, il sigillo ideale per ogni funerale. 


Cosa fatta capo ha, questa è la mia playlist, se volete mandarmi la vostra sono tutte orecchie, prometto di ascoltarle prima del mio funerale.

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6 commenti Aggiungi il tuo

  1. vengodalmare ha detto:

    Sì, bella colonna sonora. Grazie.

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  2. Vincenzo ha detto:

    😀 grande!!
    devo dire che appena ho letto dei tuoi propositi per la professione di “compilatore di colonne sonore per funerali” mi è venuto in mente un film (deformazione professionale, perdonami) che peraltro ho recensito qualche mese fa sul blog…
    si chiama Still Life, è di Uberto Pasolini… non so se lo conosci o se lo hai visto…
    lì il protagonista fa (anche) qualcosa di simile a quello che sarebbe la tua professione, diciamo, in pectore…
    ti metto qui il link, se vuoi dare un’occhiata alla recensione… in ogni caso ti consiglio di vederlo, se ti capita, perché potrebbe essere illuminante… ciao

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Grazie! Non lo conoscevo. Cerco subito il post 😊

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  3. STEFANO COMPAGNO ha detto:

    Bellissima playlist e ottimo post. Io per mettere carne al fuoco aggiugerei The Saddest Song dei sempre ottimi Morphine e Sister Dew dei dEUS…di questa guardati anche il video che merita!

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Ricevuto! Mi metto all’ascolto allora 🙂

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