El Bacàn, racconto di un’estate.

Cammina come un vecchio marinaio / non ha più un posto dove andare / la terra sotto i piedi non lo aspetta / strano modo di ballare.

Dolce Luna – Fabrizio de Andrè

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L’autore del post da bambino sulla spiaggetta di Sant’Erasmo, dietro, da qualche parte, El Bacàn.

Ho imparato a leggere durante la prima elementare, non ero uno dei tanti bambini prodigio (almeno a detta dei loro dei genitori) che già a 4 anni leggevano ed in alcuni casi scrivevano pure. Si, ho anticipato l’iscrizione alle scuole elementari di un anno (pochi mesi a dire il vero) ma il mio essere genio si è fermato lì, altrimenti nella mia vita avrei combinato qualcosa.

Dicevo, ho imparato a leggere durante la prima elementare, ma ben prima di capire il significato delle parole divoravo i fumetti dei supereroi, facendomi bastare la dinamicità dei disegni di quegli artisti americani che, spesso solamente in bianco e nero, costruivano tavole meravigliose.

I fumetti dei supereroi (il mio preferito era Devil) erano la lettura ideale per viaggi, quasi quotidiani, che portavano me e la mia famiglia allargata al mare ogni estate.

Mia madre con sua sorella si alzavano prima di tutti, preparavano il pranzo da portare in spiaggia, caricavano in un paio di carrelli tutto quello che poteva servire (asciugamani, ombrellone, sandali), raggruppavano i figli (5 in totale) e partivano alla volta di Sant’Erasmo, quasi mezz’ora di vaporetto e poi altrettanto a piedi per raggiungere la nostra micro spiaggia.

Ero così preso dai supereroi dei fumetti che non mi rendevo conto di averne un paio in carne ed ossa vicino a me.

La nostra spiaggia si trovava nell’isola di Sant’Erasmo, ad un chilometro circa dal Lido e dalla sua bocca di porto, tra il mare aperto e noi c’era la laguna dal fondale basso ed un paio di secche che si ingrandivano e si rimpicciolivano in base alle maree. La più famosa di queste secche si chiamava (e si chiama) “El Bacàn” ed era una meta piuttosto ambita per i pochi veneziani che all’epoca avevano una propria barca per il tempo libero.

Dalla nostra spiaggetta “El Bacàn” distava poche decine di metri, ma raggiungerlo a nuoto era una specie di tabù, una di quelle cose che mia madre e mia zia mai ci avrebbero concesso di fare.

Ma a dire il vero non ne sentivamo davvero il bisogno, le giornate volavano e il momento di togliersi la sabbia dai piedi con la fontana di acqua ferrosa che si trovava vicino alla spiaggia arrivava sempre troppo presto.

Di quelle infinite estati non ho un solo ricordo noioso, a parte il divieto di bagno nelle 2/3 ore dopo il pranzo potevamo fare tutto, da giocare con le biglie ad esplorare la boscaglia nei dintorni, convinti che si trattasse di una foresta pluviale.

Il bagno lo facevamo nell’acqua della laguna, che in mancanza di onde artificiali era uno stagno immobile, non proprio limpido, ed infatti l’unico vero pericolo si annidava nel fondale sabbioso, i “veri” (cioè i pezzi di vetro), invisibili trappole che per qualche strano motivo si trovavano a pochi metri dalla riva.

Il bagno in laguna e il pericolo dei vetri sono state immortalate in una strofa di “Saria Beo“, una hit minore dei Pitura Freska, e che è un geniale ritratto di quella situazione.

Femo el bagno sul petròlio
no voemo alghe, voemo òio
‘la sabia ga i veri e via ‘so a caminàr
l’acua ‘se fògna e va tuti a nuàr

A salvare i teneri piedi di noi bambini bastavano però dei sandali di plastica, tanto orribili a vedersi quanto essenziali per la nostra incolumità.

Bambini a Sant’Erasmo, da notare i sandali bianchi e la quasi totale assenza di barche.

La spiaggetta era un posto meraviglioso, abitato da una fauna endemica, costituita da un discreto numero di bambini, e una serie di adulti, le donne tutte madri e tutte (o quasi) col costume intero, gli uomini quasi esclusivamente a torso nudo in costume da bagno “Speedo” o pantaloncini di tela, tutti con il pacchetto di MS incastonato su di un fianco, medaglia d’oro d’ordinanza appesa a pesanti collane, ovviamente d’oro, e occhiali da sole.

Una delle legge non scritta della spiaggetta recitava che non si potesse vedere (neanche per sbaglio) i suoi frequentatori al di fuori di quella situazione, come se quell’umanità potesse esistere solamente in quel luogo e in quei momenti. Quelle persone venivano da varie zone della città, alcune anche lontane dalla mia, ma pur sempre di Venezia si trattava, non di Los Angeles, ciò nonostante era statisticamente impossibile poter incrociare uno di quei personaggi per le calli della città e, a dire il vero, anche se lo avessimo fatto sarebbe stato difficile riconoscerli con addosso una maglietta o, peggio ancora, un cappotto invernale.

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Foto di gruppo. Da notare i sandali ai piedi di alcuni bambini e i due look degli adulti alle spalle, incluso il pacchetto di sigarette che sbuca dal costume

Mio padre lavorava tutta l’estate, dunque lo vedevo difficilmente in spiaggia, per questo forse prestavo molta attenzione agli uomini adulti che frequentavano quei luoghi, spesso arrivando via laguna con barche malconcie, e che puntualmente vedevi passare i pomeriggi a giocare a carte, a fumare e bere vino.

Fra tutti questi personaggi folkloristici ce n’era uno che mi aveva colpito fin da piccolo, ad ogni estate lo ritrovavo sempre più vecchio, nella mia testa di dodicenne Aurelio, così si chiamava quel signore, avrebbe potuto avere più di novant’anni, anche se probabilmente superava di poco i settanta, passati in gran parte su piccole barche a pescare in laguna.

Aveva la pelle del viso solcata da rughe profonde, bruciata dal sole e dal mare, sembrava cuoio, scura come quella degli indios andini, i capelli bianchi e gli occhi di quel grigio che solamente i vecchi sembrano poter avere.  Quando non era a bordo del suo scassatissimo “s’ciopon” (barca tipica della laguna, per maggiori informazioni cliccate qui), ciondolava attorno ai tavoli del bar dove gli avventori giocavano a carte, con il tempo le sue gambe si erano arcuate sempre di più, aveva lunghe braccia e quando camminava sembrava proprio il vecchio marinaio della canzone “Dolce Luna” di de André. In più parlava in modo strano, mangiandosi metà parole, e fu proprio per questo che nessuno capì quando i suoi discorsi iniziarono a non aver più senso.

A metà di un’estate la sua vecchissima barca aveva ceduto, e si era rifiutata di solcare ancora la laguna, o forse era stato lo stesso Aurelio ad arrendersi, sta di fatto che il vecchio marinaio non ebbe il cuore di disfarsene, così la tirò a secco, piazzandola su di una piccola radura vicino alla spiaggetta. Dopo un po’, aiutandosi con dei pali, la mise di taglio trasformandola in una specie di tenda dove iniziò a passare il resto dell’estate, incluso le notti.

Poi l’estate finì e le temperature si abbassarono al punto che quella sistemazione sbilenca non fu più percorribile, così la figlia lo convinse a passare l’inverno a casa sua, a Venezia.

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Gli originali Vladimir Arseniev e Dersou Ouzala (Dersu Uzala) fotografati ad inizio ‘900.

L’arrivo delle trasmissioni per la TV digitale ha generato mostri, delle “secche” digitali dove sopravvivono TV locali, con programmi che scimmiottano quelli delle TV “vere”, infinite pubblicità di prodotti miracolosi, Chef Tony doppiato fuori sincrono e tanto altro.

Le ore da coprire sono tantissime, soprattutto d’estate, perciò a volte la soluzione migliore è quella di trasmettere qualche film, vecchio abbastanza per evitare grane con i diritti, ed è proprio in uno di questi film che mi sono imbattuto durante un caldo pomeriggio di qualche estate fa, passando nella no man’s land digitale che va dal canale 10 al canale 24.

Il film l’ho riconosciuto subito, anche se prima di quel pomeriggio non l’avevo ancora visto per intero, si trattava del bellissimo “Dersu Uzala” del maestro Kurosawa, se volete una recensione vera vi invito a leggere questo postsul blog amico “L’ultimo Spettacolo” (grazie Vincenzo, a proposito).

La storia è tratta dal libro autobiografico dell’esploratore e cartografo russo Vladimir Arseniev, che nel 1902 andò alla scoperta della Sichotė-Alin’, una regione della Siberia. Durante l’esplorazione incontra un vecchio nomade Hezhen, Dersu Uzala appunto, che diventa la sua guida e con il quale lentamente stringe una forte amicizia. Quando 5 anni dopo il capitano ritorna da quelle parti si ricongiunge con l’amico, che nel frattempo è quasi cieco, al punto che, finita la missione, il capitano Arseniev lo convince ad andare ad abitare con lui e la moglie nella città di Chabarovsk. Ma ovviamente per quanto vecchio e stanco, Dersu è come una tigre siberiana, non può vivere in una città, perciò chiede di poter tornare nella sua foresta, cosa che farà con l’ultimo regalo del suo capitano, un fucile moderno con tanto di mirino.

Finita qui? Non proprio, dopo qualche tempo il capitano viene informato che un nomade con il suo bigliettino da visita in tasca è stato trovato ucciso, ovviamente si tratta di Desru Uzala, ucciso probabilmente da qualcuno che voleva impossessarsi di quel bel fucile.

Mentre mi asciugo le lacrime (scusate, sono un tenerone), la storia di quel vecchio nomade che non era riuscito ad adattarsi alla vita di città, muove qualcosa nella soffitta del mio cervello dove conservo i miei ricordi, uno scatolone scivola dalle mensole immaginarie e si apre, facendo uscire un ricordo di molto anni prima.

Erano passati un paio di mesi da quando il vecchio marinaio Aurelio era stato costretto a stare con al figlia, credo fosse Novembre, una di quelle giornate del tardo autunno veneziano dove la nebbia trattiene i raggi del sole e sembra di essere dentro ad un bicchiere di acqua e anice, come dice Paolo Conte (ho cercato una metafora migliore, ma è impossibile). Stavo per andare a prendere il vaporetto vicino a casa quando lo vidi, fermo all’imbarcadero, a fissare l’acqua del canal grande che accarezzava il pontile. Sembrava molto più piccolo, stretto in un cappotto grigio di due taglie più grandi, era da solo, muoveva le labbra come se stesse parlando ma non riuscivo a sentire nulla, semplicemente fissava l’acqua ma sembrava essere ovunque, fuorché in quel posto.

Quell’immagine mi colpì profondamente, non solamente per la sua enorme tristezza, ma anche perché si trattava della prima volta che incrociavo un abitante della spiaggetta a Venezia.

Fu l’ultima volta che vidi Aurelio, il vecchio pescatore non superò l’inverno, anche lui non poteva vivere in città ma a differenza di Dersu Uzala non riuscì a tornare nella sua amata laguna.

L’estate successiva fu l’ultima che passai nella spiaggetta,  eravamo diventati grandi e il drago che la chemio aveva sopito per qualche anno si era svegliato e aveva ripreso a consumare mia madre, ma mentre le giornate scorrevano monotone e bellissime ancora non lo sapevo.

Aurelio se ne era andato da qualche mese, la sua barca era ancora nella radura dove l’aveva lasciata. Era sopravvissuta al suo padrone ma l’inverno aveva infierito sul quei vecchi pezzi di legno e ora, vista da lontano, sembrava la carcassa di un delfino spiaggiato.

Una notte d’estate dei ragazzi decisero che sarebbe stato bello trasformarla in un bel falò, così lo s’ciopon di Aurelio si ridusse ad un mucchietto di cenere. I primi temporali estivi spazzarono via quel che rimaneva, lasciando un’alone a terra, simile a quello lasciato da alcuni abitanti di Hiroshima dopo la bomba atomica.

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“Ombra” lasciata da un anonimo abitante di Hiroshima dopo l’esplosione della bomba atomica.

Nel frattempo l’Italia aveva vinto i Mondiali di Spagna, eravamo tutti più felici, e quando arrivò Settembre non mi resi conto che ormai ero cresciuto, che in quella spiaggia non ci sarei tornato più, almeno come bambino.

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Nella spiaggetta ci tornai per la prima volta molti anni dopo, sembrava minuscola, come tutti quei posti che frequentavi da bambino e che rivedi da adulto, ma ovviamente la magia se n’era andata. Non c’eravamo noi bambini, il Bacàn era invaso da decine di barche di plastica, con motori potenti, un atto di lesa maestà per un pezzo di laguna così fragile. E in fondo, verso la bocca di porto, il mostro del MoSe violentava lo skyline.

Quel posto però è rimasto il mio “posto delle fragole “, il luogo dove tornare quando le cose vanno storte, ed è quello che ho fatto un sabato della scorsa primavera.

Era stata una settimana difficile, così quel sabato decisi di prendere un vaporetto e ripercorrere la strada fatta centinaia di volte da bambino con mia madre.

Quando arrivai alla spiaggetta la trovai ancora più piccola di quanto mi ricordassi, nonostante la bassa marea le avesse regalato metri di arenile. L’aria era fresca e pulita, il sole riusciva a scaldare persino il vento freddo. Mi ero portato un thermos con del te allo zenzero, le cuffie e l’iPod carico di musica. Con calma finii il te caldo, mentre mi godevo la quiete di quel luogo quasi deserto.

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L’angolo della spiaggetta dove mettevamo l’ombrellone,

Quando me ne andai volsi lo sguardo al posto dove eravamo soliti mettere l’ombrellone, strizzai gli occhi contro il sole, ma non capitò nulla, non vidi nessun fantasma del passato, non sempre il trucchetto funziona.

Mentre passavo davanti alla darsena dove si era spiaggiata la barca di Aurelio cercai nell’iPod “Dolce luna” di de André e mi lasciai trasportare nell’ennesima storia cantata da Faber, e per un attimo, un attimo solamente mi sembrò di vedere quel vecchio marinaio aggirarsi in quei bassi cespugli, in cerca del suo amato s’ciopon,

O forse non era propriamente zenzero quella cosa nel te.

Quel che so per certo è che se potessi decidere il regalo più prezioso da fare al mio miglior amico, vorrei regalargli le mie estati nella spiaggetta di fronte al Bacàn.

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La secca dove Aurelio aveva sposato la sua barca. Fotografata oggi.
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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    Grazie a te, è sempre un piacere leggere i tuoi bellissimi racconti di vita vissuta, anche quando hanno un retrogusto amaro, come del resto lo avevano le canzoni del faber che spesso citi… Oggi hai peraltro citato due film straordinari, oltre a dersu, il posto delle fragole… ognuno di noi ha un posto delle fragole ed è stato piacevole leggere del tuo, in un luogo che non conosco ma che hai descritto così bene che mi sembrava di essere lì. Un saluto!

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Grazie Vincenzo, sono contento di essere riuscito a trasmettere quel. Io “posto delle fragole”, a presto!

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