Cinque pezzi facili

C’è un vecchio film con Jack Nicholson, si intitola “Cinque pezzi facili”, è il solito dramma concettoso anni ’70, con il disagio della borghesia e tutto il resto, con tutti personaggi assolutamente anni ’70, inclusa la ragazza patita dell’ambiente, che in un’introduzione di Vieri Razzini su RAI3 veniva descritto come l’unica fuori moda, troppo legata agli anni settanta.

Visto come è ridotto l’ambiente oltre quarant’anni dopo direi che il buon Vieri non ha capito un cazzo.

Questo è un post anomalo, mi sono accorto di piccole micro storie che erano comparse finora solamente sulla pagina FaceBook de Il Poltronauta, privando tutti quelli che giustamente non usano questo simpatico social. Eccole raccolte in un unico post, e proprio perché sono cinque mi è venuto in mente questo titolo (a sua volta “rubato” da un libro per studenti principianti di pianoforte).

p.s. Alla fine i “pezzi” sono otto, ma il titolo mi piaceva troppo.

1.

Di Francesco Nones e dell’importanza del vincere.

Francesco Franco Nones
Francesco Franco Nones

Francesco “Franco” Nones da ragazzino era un promettente ciclista, ma la neve bianca che d’inverno riempiva i silenzi delle vallate attorno a Castello Molina di Fiemme, suo paese natale, finì per ipnotizzarlo e decise che lo sci da fondo sarebbe stata la sua vita, perché, come disse una volta a Cesare Fiumi (autore dello straordinario libro “Storie esemplari di piccoli eroi”):
“La sola possibilità per vincere è pensare di non aver fatto abbastanza, di aver trascurato qualche sacrifico, di dover andare ogni volta oltre la frontiera della fatica consentirà.”
Per imparare a sciare andò dai maestri scandinavi, passando 6 mesi all’anno fra i vichinghi svedesi, riuscendo anche a batterli ogni tanto, se pur in gare secondarie.
La gloria arrivò a 27 anni, alle olimpiadi di Grenoble nel 1968, quando, primo italiano della storia, vinse la medaglia d’oro sui 30 km fondo, sconfiggendo i campioni svedesi.
Re Gustavo di Svezia fu così tanto colpito che lo volle ospite d’onore a cena la sera della vittoria, durante la serata il più grande fondista svedese di sempre, Sixten Jernberg, anche lui fra gli ospiti, si alzò dal suo posto per portare un mazzo di fiori al campione italiano.
Nones era un campione affamato e vincente, ma straordinariamente umile e corretto.

Se molti appassionati conoscono le sue vittorie, pochi sanno di una delle sue sconfitte, che Nones conserva fra i ricordi più belli.
Nel 1963, ai campionati italiani di Asiago, prima della gara provò gli sci con Steiner, forse il rivale più temuto. Durante le discese, grazie alla sciolina che aveva scelto per i suoi sci, Nones si ritrovò 30 metri più avanti. Non se la sentì di gareggiare in quel modo, così prima del via scambiò gli sci con il rivale, che così vinse la gara.

Perché vincere non è l’unica cosa che conta.



2.

André the Giant e il suo silenzioso vicino.

Andre The Giant
Andre The Giant

Quando André René Roussimoff , aka André the Giant, morì nel sonno d’infarto non aveva nemmeno 47 anni (ops).
Alto quasi 220 centimetri e pesante ben oltre i due quintali, a causa dell’acromegalia (gigantismo) sembrava ancora più grande.
Dagli anni ’70 era l’icona mondiale del wrestling. Oltre alle bevute e mangiate colossali, agli ingaggi milionari e altre stranezze, l’episodio più bizzarro è probabilmente legato alla sua adolescenza.

Abitava in campagna nei dintorni di Coulommiers (nord est della Francia), a causa del gigantismo a 12 anni pesava più o meno 100 chili ed era alto quasi 2 metri, troppo per entrare nello scuolabus. I genitori, occupati a coltivare la terra non avevano né il tempo né la voglia di accompagnarlo a scuola, perciò stava per abbandonare gli studi, quando il suo nuovo vicino irlandese, che il padre di André aveva aiutato nella costruzione della casa, si offrì di accompagnarlo ogni mattina con il suo camioncino, grande abbastanza per trasportare il giovane gigante.

Anni dopo, a chi gli chiedeva dei viaggi con quel signore irlandese, André the Giant rispose che il suo autista era particolarmente silenzioso e i pochi dialoghi giravano sempre attorno al gioco del cricket. Onestamente da un signore di nome Samuel Beckett non mi sarei aspettato tanto di più.



3.

La profezia di Socrates, il dottore.

Saluto del Corinthias a Socrates
Saluto del Corinthias a Socrates

Non aveva mai smesso di bere e fumare nemmeno quando il calcio era il suo mestiere, lui che da dottore avrebbe dovuto sapere che non si trattava di abitudini salutari. Neanche trentenne, nel 1983, Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti Socrates, si augurò di morire “di domenica, il giorno in cui il Corinthias vince il titolo”.

Nel Corinthias lui ci stava giocando ormai da cinque anni, e non giocando e basta. In un Brasile ancora in mano ad un elite militare, aveva imposto, assieme ai suoi compagni (mai come in questo caso la parola compagno è azzeccata) la “democracia” all’interno della squadra, trasformandola in un esperimento sociale di successo (alla fine furono 3 campionati vinti sui 6 giocati).
Nel Corinthias tutte le decisioni venivano prese in modo democratico, mentre nel resto del Brasile la democrazia era un sogno proibito. Smise con il calcio vero attorno ai 33 anni (come John Belushi e Gesù cristo) e continuò a fare il medico, bevendo e fumando anche più di prima.

La mattina del 4 dicembre 2011, in seguito all’aggravarsi di una cirrosi epatica, il suo cuore smise di battere per sempre.
Nella partita successiva alla sua scomparsa, tutta la squadra e tutti i tifosi del Corinthias osservarono il minuto di silenzio con il pugno teso, un gesto che qui fa molto “eskimo e ’68”, ma che in Brasile richiamava una lotta molto più recente. Il Corinthias vinse la partita, e grazie a quella vittoria divenne campione nazionale.
Dimenticavo, quella partita si giocò il pomeriggio del 4 dicembre 2011, una domenica.



4.

Johan, l’uomo che sconfisse l’Adidas.

Johan Cruiff in azione contro la Germania dell'ovest
Johan Cruiff in azione contro la Germania dell’ovest

Nel 1936 Adolf Dassler, che col fratello Rudolf era titolare di una fabbrica di scarpe sportive , la Gebrüder Dassler Schuhfabrik, riesce incredibilmente a far indossare i suoi prodotti a quella che sarà la stella delle olimpiadi di Berlino, Jessie Owens.
La fabbrica sopravvive alla guerra ma nel 1947, per problemi interni e soprattutto per l’odio delle rispettive cognate, i fratelli sciolgono la società. I due però non rinunciano a quel business, e ognuno apre la propria azienda. Rudolf prende le prime due lettere del nome e le prime due lettere del cognome e crea la RuDa, che poi chiamerà Puma, mentre Adolf, da tutti chiamato Adi, decide di unire il suo soprannome alle prime tre lettere del cognome, creando l’Adidas. Pur restando nella piccola cittadina di nascita i due fratelli non si rivolgeranno mai più la parola, anzi, cercheranno sempre di mettersi il bastone tra le ruote, anche se fra i due quello che otterrà più successi, soprattutto in patria, è Adi con la sua Adidas.

Nel 1974, ai mondiali di Germania, in finale si incontrano l’Olanda e i padroni di casa.
Gli Orange, con l’orgoglio di Adolf “Adi” Dassler, indossano le divise disegnate dall’Adidas, ma tra quei giocatori c’è n’è uno che ha legato la sua immagine alla società del nemico-fratello Rudolf, la Puma.
Il problema è che quel giocatore di nome fa Johan Cruijff, ed è un tipo che quando si mette in testa un’idea non c’è verso di fargliela cambiare. Così dice che, se non può indossare il logo della Puma, di certo non indosserà una maglia dell’Adidas.

Si cerca una soluzione fino a quando la federazione olandese ordina al magazziniere della nazionale di togliere una delle tre strisce dell’Adidas da tutte le magliette e da tutti i pantaloncini numero 14.

Forse il più grande sgarbo fatto al fratello Adolf da Rudolf.



5.

Fioravante, l’uomo dei biscotti.

Fioravante Palestini che attraversa l'Adriatico
Fioravante Palestini che attraversa l’Adriatico

Questo signore si chiama Fioravante Palestini, il suo nome non vi dirà nulla.
Nel 1963, neanche diciottenne, con un fisico da culturista come i vari Sansone dei Peplum tanto di voga a Cinecittà, divenne il modello per “l’omino della Plasmon”, quella specie di colosso che scolpisce con martello e scalpello una colonna.

Vent’anni dopo fu beccato dalla polizia egiziana in una barca con 250 chili di droga. Il giudice non la prese bene, e lo condannò ad un anno di reclusione per ogni 10 chili di droga, alla fine gli furono condonati 5 anni e nel 2003 ritornò in Italia.
Per dimostrare che il carcere non aveva scalfito la sua forza, nel 2009 decise di attraversare l’Adriatico da solo vogando con un pattino, partendo da Sebenico (Croazia) per raggiungere Giulianova, sua città natale. Ci mise 30 ore ma riuscì nell’impresa.

Non è mai stato specificato che tipo di biscotti abbia mangiato durante la traversata.



5.1

Johnny Caldana, da Vicenza.

Le staffette USA e Italia 4x100 alle olimpiadi del 1936
Le staffette USA e Italia 4×100 alle olimpiadi del 1936

Giacinto Caldana, per tutti Gianni, conosciuto anche come Johnny, data la sua abilità nel parlare inglese, era nato nel 1912 a Vicenza da una famiglia benestante. Fin da giovane dimostrò un talento estremo per la velocità nell’atletica.
Grazie a queste sue doti riuscì a combattere la seconda guerra mondiale come atleta, vincendo decine di manifestazioni. L’unica volta che arrivò in ritardo non fu nemmeno colpa sua, bensì del treno che da Pola lo fece arrivare a Milano un’ora dopo che il suo battaglione di bersaglieri era già partito per la Russia. Di quel battaglione, circa 8 uomini su 10 non fecero ritorno.

Dopo la guerra divenne allenatore, uno dei primi di Livio Berruti, che poi vinse l’oro alla Olimpiade di Roma nel 1960.
Come atleta anche lui partecipò ad una Olimpiade, quella di Berlino nel 1936, quella che il mondo si ricorda per le 4 medaglie d’oro di Jesse Owens. L’unica finale che corse fu quella della staffetta 4 X 100, dove l’Italia incredibilmente battè i nemici-alleati tedeschi ma ovviamente non Il dream team USA.
Nessuno lo ricorda mai, ma durante la premiazione, mentre la squadra americana faceva il saluto militare e quella tedesca alzava il braccio teso, i quattro ragazzi italiani rimasero con le braccia a riposo, nessun saluto romano, perché, come disse Johnny Caldana, “al fascismo non ci avevamo mai creduto”.
Certo, niente al confronto del pugno con il guanto nero di Tommy Smith e John Carlos ( o la spilletta di Peter Norman, l’australiano medaglia d’argento in quella finale), ma un gesto da ricordare.
Nella foto, la squadra italiana e quella americana dopo la finale.
Nella foro Gianni “Johnny” Caldana è il primo da sinistra.



5.2

Georges Ruggiu, Italiani brava gente.

Georges Ruggiu in tribunale.
Georges Ruggiu in tribunale.

Georges Ruggiu è nato nel 1957 a Verviers, una cittadina nel sud est del Belgio, a 35 anni abita ancora qui con la madre, un’infermiera belga e il padre, italiano, che di mestiere fa il pompiere.

Da anni Georges è un assistente sociale che lavora con ragazzi problematici e disabili, decide che è giunto il tempo di lasciare il nido famigliare e si trasferisce a Liegi, dove viene in contatto con la numerosa comunità Hutu ruandese, fino a diventare amico dell’elite del partito presidenziale MRND.

L’attrazione è fatale e l’anno dopo, nel 1993, si trasferisce in modo definitivo a Kigali. Nonostante non parli la lingua locale e non abbia esperienze nel campo della comunicazione, a partire dal gennaio del 1994 si ritrova a fare lo speaker e il produttore dell’emittente radiofonica Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM).

La radio è il mezzo di comunicazione più usato in assolto in questo paese africano, e RTLM è una specie di Radio DeeJay. In onda 24/7, grazie alla sua programmazione composta di musica pop moderna è seguitissima dai giovani.

Georges occupa quasi il 10% della programmazione con i suoi interventi, dove incita gli ascoltatori Hutu ad eliminare gli scarafaggi Tutsi, gli Hutu moderati e gli ex “padroni” belgi. I suoi deliri hanno gioco facile, infatti i Tutsi, numericamente in minoranza, sono storicamente l’elite ricca e istruita mentre gli Hutu, spesso poveri e non scolarizzati, si sentono vittime del “sistema”.

Il risentimento nei confronti degli “alti” Tusti era già esploso in passato, ma questa volta la radio sembra fare la differenza.

La scintilla che nell’Aprile del 1994 fa scatenare l’inferno è l’abbattimento dell’aereo con a bordo il presidente dittatore (hutu) del Rwanda e quello del vicino Burundi. Incitati anche dai comizi radiofonici di Ruggiu, già dal giorno dopo le milizie Hutu, composte da militari, estremisti cattolici, gruppi paramilitari e semplici sbandati, compiono il più grande massacro della storia recente, armati quasi esclusivamente di machete e bastoni in 100 giorni eliminano un numero imprecisato di persone, tra i 500.000 e gli 800.000 (quasi tutti Tutsi), fino a quando a luglio l’esercito del Rwandan Patriotic Front riesce a ristabilire l’ordine.

Nel frattempo di Georges si sono perse le tracce. Ricompare nel 1997 in un campo profughi in Zaire, non si fa più chiamare Georges e si è convertito all’Islam. Arrestato viene processato per crimini contro l’umanità, durante il processo confessa tutto, si pente e, soprattutto, fa i nomi di tutte le persone coinvolte nel progetto criminale. Per questo nel 2000 viene condannato a soli 12 anni, ne sconta 8 in un carcere in Tanzania poi riesce a farsi estradare in Europa, non in Belgio, dove la comunità Ruandese ancora non ha dimenticato (ad esempio il padre della pop star Stromae era un architetto Tutsi ucciso nel genocidio del 1994), così si ricorda di avere il passaporto italiano ed ottiene di scontare il resto della condanna nel carcere di Voghera.

Siccome siamo di animo buono, e in fin dei conti è un nostro patriota, mica un extracomunitario, passato poco più di un anno nelle patrie galere Georges viene rilasciato grazie a vari sconti di pena.

Nell’aprile del 2009 esce dal carcere e sparisce nel nulla, se Linus ha bisogno di uno speaker radiofonico esperto potrebbe farci un pensierino.



Bonus Track

L’urlo di Tarzan vs la rivoluzione cubana.

 

John Weissmuller in tutto il suo splendore.
John Weissmuller in tutto il suo splendore.

 

“Ero a Cuba in vacanza, quando scoppiò la Rivoluzione. I soldati di Fidel circondarono il Golf Club dove stavo giocando, nessuno di noi parlava spagnolo, e nessuno dei soldati sembrava capire l’inglese, la situazione si stava facendo pericolosa quando cacciai il mio urlo di Tarzan. I soldati mi riconobbero, iniziarono ad applaudire e a chiamarmi Tarzan, alla fine scortarono me ed i miei amici in una zona sicura.”

John Weissmuller.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    Che storie!
    E poi se mi citi Cinque prezzi facili di Rafelson, da appassionato di New Hollywood quale sono non posso che partire ben disposto!
    Ciao!

    Piace a 1 persona

    1. Il Poltronauta ha detto:

      Ahahah, lo sospettavo. Credo di avere ancora il VHS con il commento di Vieri Razzini. (P.s. che bel titolo però)

      Piace a 1 persona

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