Rudy, l’uomo che non mollava mai.

Underdog noun UK ​ /ˈʌn.də.dɒɡ/ US ​ /ˈʌn.dɚ.dɑːɡ/:

  • a person or group of people with less power, money, etc. than the rest of society;
  • in a competition, the person or team considered to be the weakest and the least likely to win.

Chi conosce questo blog sa della mia passione per gli “underdog”. Negli anni ho cercato di spiegarmelo, perchè sarebbe molto più semplice parteggiare per i più forti, ed evitare le sconfitte e le delusioni. Ma ancora adesso non ce la faccio a tifare per i vincenti, è più forte di me.

Uno dei segreti meglio conservati della prestigiosa “Notre Dame University” è una storia successa a metà anni ’70 che venne alla luce quasi vent’anni dopo, grazie ad un piccolo film che uscì nelle sale americane nell’autunno del 1993, intitolato “Rudy”, che racconta appunto quell’episodio accaduto nel novembre 1975, ma che di fatto è un monumento alla perseveranza, alla forza di volontà, alla voglia di inseguire un sogno.

Daniel Eugene Ruettiger, per tutti “Rudy”, (nel film interpretato da Sean Astin, giovane stella deil film “Goonies” e futuro Hobbit Samvise “Sam” Gamgee nella trilogia de Il Signore degli Anelli) nasce in Illinois da una famiglia cattolica piuttosto modesta, terzo di quattordici figli, coltiva fin da ragazzino il sogno di ogni cattolico amante del football, quello cioè di giocare per gli “Fighting Irish” della più prestigiosa università cattolica americana, la Notre dame University. Per dare l’idea dell’importanza del football americano in questa università, a parte gli 11 titoli nazionali vinti, dal 1966 solamente in una occasione lo stadio (80.000 a posti a sedere) non ha registrato il tutto esaurito.

Rudy in posa nello stadio di Notre Dame

Comunque la carriera sportiva e scolastica di Rudy, dopo aver giocato per il Joliet Catholic High School, parte in salita. Se come giocatore di football supplisce ai limiti fisici (soprattutto l’altezza) con grinta e dedizione, i suoi voti sono molto bassi a causa della dislessia, che però scoprirà solamente qualche anno dopo. Questo significa che non può avere una borsa di studio e visto la sua situazione economica non può iscriversi nella prestigiosa università.

Il ragazzo non si perde d’animo, finito il liceo si arruola in Marina dove passa due anni risparmiando i più possibile, finita con la carriera militare trova lavoro in una centrale elettrica per altri due anni, senza smettere di sognare di poter entrare un giorno al Notre Dame.

Prova ad iscriversi ma i suoi voti bassi lo obbligano a due anni di “purgatorio” al Holy Cross College, dove scopre di essere dislessico. In questi due anni passa comunque moltissimo tempo nel campus di Notre Dame, iscrivendosi addirittura nella locale squadra di box, ovviamente prova ad entrare in quell’università in tutti i modi, scrive ben 50 lettere, tutte respinte.

Nel frattempo i suoi voti migliorano e alla fine, nel 1974, alla veneranda età di 26 anni e al quarto tentativo ufficiale riesce ad incontrare il suo sogno, Daniel Eugene Ruettiger diventa finalmente studente della Notre Dame University. Il tempo scorre inesorabilmente, Rudy ha solamente due anni per entrare nella squadra universitaria, ovviamente al primo tentativo viene scartato, ma riesce comunque ad entrare nella squadra delle riserve, quella cioè contro la quale si allenava la squadra maggiore.

Per un anno si presenta per primo agli allenamenti ed esce per ultimo, il fatto che abbia 4 anni in più dei suoi compagni limita il gap fisico, in più Rudy mentalmente è una roccia che niente e nessuno può scalfire.

Grazie a quelle che lui chiama “le 4 c” (character, courage, contribution e commitment, per i miei amici messicani le “c” sarebbero state 5, inclusa quella di “cojones”) il secondo anno viene aggregato alla prima squadra, ma in tutta la (breve) stagione viene viene sempre escluso dagli atleti che scendono in campo e ed è costretto a guardarsi le partite dalle tribune, come un tifoso qualsiasi.

Arriva l’ultima partita della stagione e con essa anche l’ultima possibilità per Rudy che dovrà finire gli studi prima dell’inizio della stagione successiva. L’8 novembre il coach Dan Devine (già allenatore dei Green Bay Packers, una delle più famose franchigie NFL) finalmente decide di convocarlo fra i giocatori che indosseranno la divisa. A Rudy spetta il numero 45.

Rudy sorride in panchina

Quasi tutti nel campus conoscono la sua storia, ma ad informare gli 80.000 tifosi ci pensa il giornale dell’università di quella settimana, che esce con un articolo con la storia di questo ragazzo, che tra mille difficoltà di ogni tipo è riuscito ad indossare la maglietta dei Fighting Irish.

La partita vede la squadra di Notre Dame contro quella di Georgia Tech, i minuti passano e nonostante sulla carta gli ospiti siano una squadra tosta, a pochi minuti dalla fine i Fighting Irish si trovano avanti 17 a 3. Rudy non è ancora sceso in campo, per farlo la sua squadra dovrebbe segnare o perdere la palla per permettere alla squadra della difesa, dove in teoria giocherebbe Rudy, di entrare (per i non avezzi al gioco, le squadre di football americano hanno più squadre in base alle fasi di gioco, una squadra quando attaccano, una quando difendono, un’altra ancora quando ricevono effettuano il calcio d’inizio, o quando lo ricevono e via così).

L’ordine del coach è quello di tenere la palla fino alla fine, ma questa volta il carismatico quarterback della squadra, Danny Myers, disobbedisce e, forzando un’azione, riesce a fare touchdown e a portare la sua squadra sul 24 a 3. Mancano 27 secondi alla fine, gli 80.000 dello stadio capiscono che è questa l’occasione per Rudy ed iniziano a scandire “Ru-dy! Ru-dy!” sempre più forte, fino a quando il coach ordina al numero 45 di entrare.

Lo stadio esplode, tutti quegli anni passati a sognare, tutta la fatica e la passione messa da Ruettiger vengono finalmente premiati in quei 27 secondi. Ma non è finita, in quei pochi istanti Rudy parteciperà a 3 giocate: il primo sarà il kickoff (cioè il calcio che viene effettuato dalla squadra che ha appena segnato), il secondo sarà un passaggio incompleto da parte di Georgia Tech. A pochissimi secondi dalla fine il quarterback Rudy Allen (uno dei primi afroamericani a ricoprire questo ruolo) cerca il lancio della speranza, viene circondato dalle maglie di Notre Dame fino a quando due giocatori lo placcano, quello che entra con più determinazione è ovviamente il numero 45, il numero di Rudy. (Qui potete trovare il filmato dell’azione originale.)

La partita termina con tutto lo stadio che intona il suo nome. Rudy rappresenta l’underdog per eccellenza, il brutto anatroccolo che per un attimo diventa cigno, dimostra che la passione, la forza di volontà, la tenacia possono farti raggiungere qualsiasi sogno.

Il suo momento di gloria però non si esaurisce qui, subito dopo la fine della partita, per la prima volta nella storia della prestigiosa università, un giocatore viene portato sulle spalle dei compagni sotto le tribune a ricevere gli applausi del pubblico. Rudy, che finirà l’università pochi mesi dopo, lascia a suo modo un segno indelebile nella storia di questo sport.

Rudy portanto in trionfo dai suoi compagni

Autunno 1993, Los Angeles, quando accendono le luci in sala mi guardo in giro, saremo al massimo una trentina di persone, che però in questo enorme cinema di Santa Monica a stento si notano. D’altro canto è il primo pomeriggio di una giornata di mezza settimana e a parte qualche pensionato disperato e un paio di coppiette in cerca di intimità ci sono io , che cerco di allungare il più possibile questa specie di tempo supplementare della mia adolescenza, sperando di trovare una missione nella mia vita.

Rudy l’aveva trovata, la sua missione era quella dei vestire la maglietta del Fighting Irish, al punto che finita l’università si perde un po’, fa lavori occasionali, alla fine si sposa ma il suo matrimoni naufraga dopo soli tre anni nel 1986. A nemmeno 40 anni Rudy ha perso la luce, l’occhio della tigre, ma una volta che hai sfiorato il paradiso ti resta il sapore in bocca cosi, attraverso un suo vecchio amico riesce a mettersi in contatto con Angelo Pizzo, lo sceneggiatore di “Hoosiers”, un film di discreto successo basato sulla storia di una squadra di basket di una scuola di un piccolo paese dell’Indiana, e gli propone di portare al cinema la sua storia di eroe perdente di Notre Dame. Ovviamente il buon Angelo rifiuta, ma altrettanto ovviamente Rudy non molla, mette in campo le 4 “c” ( ole 5, vedete voi) e convince lo sceneggiatore italo americano a produrre il film che ho appena visto.

Poco dopo incappo in un’intervista di Rudy alla TV, gli chiedono che lavoro stia facendo adesso, e lui, quasi ridendo, dice che faceva il commesso in un negozio di scarpe, ma che, a causa delle numerose assenze legata alla promozione del film, è appena stato licenziato.

Un Rudy “caio e pepe” posta la sua biografia.

Ma proprio grazie al film Daniel Eugene Ruettiger alla fine ha trovato la sua missione, da anni oramai fa il mental coach, il motivatore, trasmette la sua forza di volontà, le sue 4 “c” a manager e liberi professionisti o a chiunque abbia una difficoltà apparentemente insormontabile, un sogno da inseguire.

L’unico problema, a questo punto, è trovare un sogno da rincorrere, suggerimenti?

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    un’altra bellissima storia.
    il film non lo conosco, spero di recuperarlo perché a questo punto voglio vederlo…
    anche se nessuno potrà mai scrivere un articolo su quel film meglio del tuo!!

    Piace a 1 persona

    1. Il Poltronauta ha detto:

      Vincenzo…che ti devo dire, quando sarò triste mi rileggerò questo tuo commento per tirarmi su 😊 grazie

      Mi piace

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