10 Brani (+ 11) per la quarantena

Quando mi butto giù
Non faccio le flessioni
Non guardo neanche la TV
Perché mi rompo i coglioni

Io mi rompo i coglioni – Bugo

L’autore del post durante una libera uscita. L’intenzione era fotografare la scritta “Andrà tutto bene” sul cartello bianco, invece si intravede un “fanculo” graffiato sullo specchio.

Qualche anno fa, in piena trance da “CD Mix”, ero solito regalare delle playlist fisiche su CD, quasi sempre accompagnate da copertine che al tempo consideravo artistiche, piene zeppe di annotazioni sulle canzoni raccolte, praticamente quello che faccio oggi con i post musicali.

Ad un certo punto ne feci alcune anche per un mio amico, che per motivi di privacy non posso citare qui (a proposito, tutto bene Claudio?). Un CD Mix in particolare aveva lo scopo ben preciso di “aiutare” lo scambio di effusioni con la sua nuova ragazza, per così dire. Non a caso l’avevo intitolato “Badedas” (invito alla doccia, prima, dopo o durante le effusioni. Lo so, abbastanza trash), ed era piena di brani super cheesy. 

A quanto pare la playlist funzionò e dopo qualche mese andai al loro matrimonio. Ma per quanto straordinaria fosse quella selezione di canzoni, non riuscì ad evitare il divorzio qualche anno dopo, non prima però di aver regalato al mondo un paio di meravigliosi bimbi.

In questo periodo bizzarro di quarantena, “sacrificati” a casa, costretti a trascinarsi dal divano al frigorifero stracolmo, convinti di capire come si stava al tempo di guerra (certo, se non ci sono più i nostri nonni chiedete ad uno Jugoslavo a caso che si trovava a Sarajevo durante l’assedio, e poi ne riparliamo) mentre vi fate affascinare da una qualsiasi teoria del complotto a caso, oppure cercate una serie tv non ancora vista su Netflix, la mia mente straordinaria ha partorito questa playlist calibrata (più o meno) sulla vita quotidiana al tempo del Corona Virus.

Circa 93 minuti (praticamente una partita di calcio, pause VAR escluse) che vi daranno la carica per tutta la giornata, oppure no. Che ve lo dico a fare? Al solito, per ascoltarla cliccate sui link qui sotto.

Spotify
Music

Close Behind – Calexico
Regola nr 1 di ogni playlist che si rispetti, iniziare la selezione con un brano strumentale. Questa volta la scelta va su in pezzo dei Calexico, band con casa nel New Mexico fondata dal duo Burns-Convertino, quest’ultimo nipote di una coppia di emigranti pugliesi. Negli anni trenta il padre, poco più che un bambino, suonava la fisarmonica per strada nel New Jersey, mentre il nonno raccoglieva le offerte con un cappello. Non so perché vi scrivo tutto questo, mi sembrava bello iniziare con un aneddoto sui nostri compaesani che emigrano e fanno successo. John Convertino, che con i Calexico suona la batteria, ha sempre dichiarato il suo amore per le colonne sonore di Morricone, quelle dei film western soprattutto, e qui mi sembra che qualcosa si intuisca. Buon inizio! Dai, altri 90 minuti circa e potete tornare alla vostra serie TV.

Another Night In – Tindersticks 
Ora, se questa canzone è finita nella playlist ci deve essere un nesso logico, una motivazione, ma adesso, su due piedi non mi viene in mente niente. Il cantante dei Tindersticks (Stuart Staples) è un inglese che ha superato da un bel pezzo i 50. Visto come canta e l’energia “positiva” che emana la sua voce, vi è andata bene che non sia chiuso in quarantena con voi.

How To Fight Lonliness – Wilco 
Ma che belli i Wilco! E questa canzone soprattutto, che già si è meritata un post tutto suo (se volete, dopo, leggetelo QUI.) Quando mia figlia (all’epoca quindicenne) partì in vacanza per la prima volta senza nessun famigliare, vivevamo già da soli, io e lei. In una trasmissione serale su Rai Radio 2 i conduttori chiesero di proporre un brano straniero che avrebbero mandato in onda in chiusura, io mandai loro un messaggio, spiegando che quella sera avrei voluto ascoltare “How to fight lonliness” dei Wilco perché mia figlia, partita il mattino per le vacanze da sola, mi sarebbe mancata. Con un messaggio così strappalacrime ebbi gioco facile, e la mia fu la canzone scelta per chiudere quella puntata. Ecco, se siete rimasti intrappolati in casa da soli, aspettando che la quarantena finisca, questo è il brano per voi.

Sodajerk – Buffalo Tom 
Qui iniziano i pezzi anni ’90, per quelli che sono nostalgici ma troppo giovani per rimpiangere gli anni ’80. Testo criptico per una canzone di una band meteora, i  Buffalo Tom, che giravano molto su MTV attorno al 1993. Mi sembra semplicemente un pezzo che regala un po’ di energia, anche se ascoltando bene le parole, qualcosa ha a che fare con il pazientare durante la quarantena : “But if my patience / Were a spaceship / High up in orbita / Then I would rise here/ Hypnotized here / Risen from where I sit”. Vedete voi.

Evan Dando ai tempi dei Lemonheads

It’s a Shame About Ray (Remastered) – The Lemonheads
Praticamente quasi lo stesso giro di chitarra del pezzo precedente e stesso periodo, “It’s a shame about Ray” è il primo e sostanzialmente unico successo delle band di Boston capitanata da tale Evan Dando, che della rock star anni ’90 aveva proprio il physique du rôle: bello, biondo, sexy e tossico. Non ho idea di che fine abbia fatto, pare che dopo essersi lasciato con la moglie (ovviamente ex modella) si sia dedicato a suonare cover con la sola chitarra. Mi dispiace Evan, davvero, poteva andare meglio, potevi essere un nuovo Kurt Cobain.  In questa canzone ad un certo punto dice: “If I make it through today / I’ll know tomorrow not to leave my feelings out on display”. Ecco se (cioè quando)  riuscirete a superare la quarantena, ricordatevi che non sempre sbandierare i proprio sentimenti è una buona idea (a meno che non li scriviate in un blog meraviglioso come questo).

Say Hello, Wave Goodbye – David Gray
Anche David Gray ebbe un discreto successo sul finire degli anni ’90. Inglese, belloccio (sembra un ex boxeur russo), poteva essere una specie di Damien Rice, ma ha voluto strafare. Questo bravo viene dal suo album migliore “White Ladder”, e credo che tutti vogliano dire “Hello” al virus che ha congelato il mondo. Pure di David Gray si sono perse le tracce, anche se lo scorso novembre (2019 per chi ci leggerà nel futuro remoto) è ritornato agli onori delle cronache quando la polizia di una cittadina inglese (Durham) ha lanciato un appello per trovare tale David Gray, sospettato di furto, postandone una foto. Ovviamente i fan del David Gray musicista hanno mandato tutto a puttane, suggerendo che forse il ladro aveva ‘”sailed away” (titolo di un suo altro successo), oppure che forse ‘possibly hiding in Babylon’ (idem).

The Birds Will Sing For Us – Ed Harcourt
Come gran parte degli autori UK che conosco, anche Ed Harcourt mi è arrivato grazie ai CD masterizzati che da Londra mi mandava il mio amico Tim. A nemmeno 26 anni Ed aveva già pubblicato tre album, tre piccoli capolavori, questo pezzo è contenuto nel secondo (From Every Sphere). Una strofa mi ha colpito mentre l’ascoltavo nelle mie recenti passeggiate notturne, questa: “Let the sun break through / The cracks within my room / The grey sky fades to blue / It might wash away this glomo”. Praticamente è un inno alla speranza, anzi alla certezza che prima o poi il sole ritornerà, il cielo blu spazzerà via il cielo grigio. Quale migliore augurio?  Peccato che la canzone si chiuda con un “The birds will sing for us but we all die in the end”, ma voi fate finta di niente.

Surrender – Cheap Trick
I Cheap Trick sono una band che ha goduto di un discreto successo principalmente negli anni ’70, soprattutto in Giappone (sembra capiti spesso). “Surrender” è la loro hit contenuta nel terzo album pubblicato nel 1978 e che probabilmente resta la loro canzone più famosa. Mi sembra abbia un buon ritmo, ideale per finire tra Ed Harcourt e i Dire Straits, e poi il titolo ci ricorda una cosa che non dobbiamo fare, arrenderci. Non adesso per lo meno, col frigo pieno e perennemente collegati ad internet sarebbe da vigliacchi arrendersi; intendo dopo, quando ci renderemo conto che restare imbottigliati in macchina mentre si va al mare è una sensazione di libertà meravigliosa. Ecco, a quel punto non dobbiamo arrenderci all’abitudine di dare tutto per scontato.

Tunnel of Love – Dire Straits
A quanto pare questa quarantena ci ha regalato molto tempo libero da spendere chiusi in casa, tutti dicono di non sprecarlo e concordo. Per molti di noi si tratta della vita da pensionato che non faremo mai, perciò è giunto il momento di fare quelle cose che avevate sempre rimandato. Ad esempio io, dopo aver piegato e sistemato tutte le mie t-shirt (104, ndr) sono passato ai vinili, mettendoli in ordine alfabetico. Arrivato alla lettera “D” mi sono trovato fra le mani un LP che non sapevo di avere. “Making Movies” dei Dire Straits, ero convinto di avere solamente il 45 giri di “Tunnel of love” (che dura così tanto che per farlo stare in quel formato è stato diviso in due), ma evidentemente non è così. Il pezzo è uno di quelli che ti dà la carica, aspetto da non sottovalutare in questi giorni, e poi mi ci suonava benissimo dopo quello dei Cheap Trick.

Io Mi Rompo I C******i – Bugo
Prima della nota e triste pantomima di Sanremo che gli ha regalato una certa notorietà, Bugo era un cantautore di tutto rispetto, non particolarmente produttivo, ma con una sua dignità, diciamo un Beck versione italiana. All’epoca dei suoi esordi (inizio anni 2000) aveva avuto una certa visibilità su MTV Italia, il suo primo album distribuito da una major (in realtà il suo terzo in assoluto) è un capolavoro, mi ricordo di averlo comprato a soli 10 Euro, uno dei migliori affari musicali della mia vita. Alcuni brani raggiungono punte di poesia inimmaginabili (I ragazzi al fiume saltano i ponti/ Uno stronzo galleggia morbida scheggia), per la playlist sono stato combattuto fra l’azzeccatissimo “Casalingo” oppure questa, che ha sprazzi di poetica commovente (Nella testa i calli / Che dovrei grattugiare / Vorrei essere GG Allin / Avrei qualcosa da fare ) e soprattutto un titolo che credo molti di voi troveranno di gran lunga più appropriato.

Little Wing – The Jimi Hendrix Experience
Nel mio primo soggiorno dallo “zio” americano a Los Angeles,  tra la scarna collezione di vinili c’era anche “…nothing like the sun”, il secondo album solista di Sting, che conteneva una bellissima canzone: “Little wing”, uno dei motivi che mi spingeva ad ascoltare quel disco ogni volta che mi era possibile. Solamente anni dopo ho scoperto l’originale, quella di Jimi Hendrix, e la versione di Sting mi è sembrata un brano minore di Sanremo. Questa è una delle canzoni più sexy che possiate ascoltare in questi giorni, per i fortunati che si sono trovati in quarantena all’indomani dell’inizio della convivenza con il nuovo partner. Dura pure poco, così, se siete costretti, riuscite pure a fare un figurone.

Car Crash – Tricky (feat. Costanza Francavilla)
Se i 145 secondi di Little Wing sono volati e vi serve ancora tempo, ecco che vengo in soccorso con un’altra fra le canzoni più “hot” che possiate ascoltare. Tricky al tempo riusciva a produrre dischi ancora ascoltabili, qui duetta con una ragazza romana, tale Costanza Francavilla, e conoscendo le attività extra musicali del ragazzo temo che non si sia semplicemente limitato a duettare in studio di registrazione. Comunque il pezzo è super cool, anche se ascoltando bene il testo non è così sexy come me lo ricordavo, parla di lei ( o lui) che prende la macchina per raggiungere l’amato (o amata) ma poi fa un incidente: “In my car to where you are / I won’t make it / I can’t make it / I am sliding / I lose my breaks / The lights are blinding / The earth quakes / Now I’m flying / Will I die /  Will they find me / Will they try”. Vabbè, ma poi chi cazzo capisce l’inglese?

 

E un Jeff Buckley d’annata che fa le spese non vogliamo metterlo? (Anche se non rispetta il metro di distanza)

I Shall Be Released (Live) – Jeff Buckley
Regola nr 2 di ogni playlist de Il Poltronauta è che si debba fare il possibile per inserire un pezzo di Jeff Buckley, in questo caso la scelta è caduta su di una meravigliosa cover di un brano di Bob Dylan, soprattutto per una strofa, che in realtà è un vero e proprio augurio:  “Any day now, any day now / I shall be released”. (Da un giorno all’altro, da un giorno all’altro / Dovrei essere rilasciato). E comunque ogni scusa è valida per ascoltare la voce di Jeff.

There’s a Tear In My Beer – The The
Non so voi, ma con questa storia della quarantena, dopo una partenza esplosiva di junk food e abuso di bevande alcoliche (birra per lo più), bere una bella birra fredda ha perso il suo fascino, mi sa che davvero siamo (almeno la maggior parte di noi) degli animali sociali. Questo brano è una cover fatta da Matt Johnson (ovvero The The) ed è contenuta in un suo album tutto dedicato a Hank Williams, uno dei cantautori più influenti ma anche più dimenticati dello scorso secolo. Anima tormentata e ribelle, dipendente da droga e alcool (la sua band, i Drifting Cowboys, decise di sciogliersi, poiché Hank costava in alcol più di quanto gli organizzatori pagassero per gli show) morì a a nemmeno 30 anni il 1 gennaio del 1953 per una specie di overdose di vitamina B12 e morfina.  Come si può leggere su Wikipedia Hank Williams era “un uomo fragile, che aveva cambiato il modo di concepire la musica, di un artista che nei tempi degli smoking, dei Martini Cocktail e dello stile distaccato dei vari Frank Sinatra e Dean Martin, parlava dell’America che il 1929 se lo era sentito sulle spalle e nelle tasche, dei vagabondi e dei disperati, eroe puro dei mediocri e degli ignoranti; un artista che cercava la redenzione per quello che la vita gli aveva inflitto.” In ogni caso, a breve non ci saranno più lacrime sulla nostre birre, ma solamente patatine e bagigi (arachidi, ndr) on the side.

I Just Don’t Know What to Do With Myself – Isaac Hayes
In uno dei miei viaggi a Londra per trovare l’amico Tim finii in un negozio vicino al suo studio: si trattava letteralmente di un tempio per cinefili, con un’infinità di gadget dedicati a cult movies del passato, lì comprai le mie meravigliose t-shirt di “Starsky & Hutch” e quella con l’immagine di “Shaft”, il capolavoro cinematografico del 1971, capostipite del genere Blaxploitation. Un paio di anni dopo, mentre la indossavo al lavoro (una specie di ufficio informazioni per giovani turisti nella stazione ferroviaria di Venezia) un ragazzo bianco americano, sui 25, saltò la coda per dirmi. “Dude, this is the coolest t-shirt I have ever seen!”. Aneddoto inutile, capisco, però l’autore della colonna sonora di quel film era Isaac Hayes, che qui invece rifà un classico di Burt Bacharach. Se ascoltate con attenzione ad un certo punto dice “I just don’t know what to do with my time”, scommetto che a qualcuno suonerà famigliare in questi giorni.

You Keep It All In – The Beautiful South
I Beautiful South sono una band inglese nata dalle ceneri degli Housemartins, un gruppo che ebbe un successo fulminante negli anni ’80 ma che si sciolse di comune accordo subito dopo il secondo album, perché, come spiegò il cantante Paul Heaton con una lettera all’allora famosa rivista musicale NME: “nell’epoca di Rick Astley e Pet Shop Boys semplicemente gli Housemartins non sono abbastanza adatti”. Questo brano ha una melodia dolce e rassicurante, così come la voce del cantante (che al momento è proprietario di un pub a Salford), ma il testo nasconde la resilienza della working class inglese di quegli anni, con la dichiarazione di tenersi tutto dentro (You keep it all in).  Immagino che la convivenza forzata di questi giorni stia creando non poche tensioni, potete anche non tenere tutto dentro, però vi consiglio di contare almeno fino a 10, possibilmente in gallese.

All I Do – Stevie Wonder
Tra i vari vinili sistemati in questi giorni, sotto la lettera “W” ho trovato “Hotter than July” di Stevie Wonder (appunto, la lettera “W”)  album che contiene un brano che cita Bob Marley (Master Blaster) che riempì d’orgoglio l’artista giamaicano, brano che però non mi sembrava adatto a questa playlist. Così ho pensato a tutti quelli che in questi giorni vorrebbero essere con il loro amore ma che invece si trovano innanzi a  “vicinanze incolmabili” (questo vale anche senza quarantena, diciamo che si può usare la scusa del virus per illudersi che sia quello il vero motivo, niente di autobiografico, più o meno). Ecco, in quei momenti passati affondati nel divano, sbirciando il cellulare per vedere se il tuo amore si collega a whatsapp (senza mai scriverti, ndr) con la TV che emette rumori incomprensibili in sottofondo, questa canzone riassume il tuo stato d’animo: “All I do / Is think about you.” Occhi scuri o meno.

It’s All Over Now, Baby Blue – Bob Dylan
Se ho scelto Jeff Buckley che fa una cover di un suo pezzo, non vedo perché non possa mettere una canzone scritta e cantata proprio dallo stesso Bob Dylan. Pezzo del 1965, credo parli di un tizio che scappa in fretta e furia, ma a me interessa il titolo, ripetuto più volte “It’s all over now, baby blue”, “è tutto finito, baby blue”, ed è quello che tutti aspettiamo di sentire.

I Kings of Convenience in una fotografia di qualche anno fa. Erlend Øye è il tizio a destra.

Homesick – Kings of Convenience
Quello di questo duo norvegese è stato il primo concerto visto nel meraviglioso (e scomodissimo per i glutei) Teatro Verde nell’isola di San Giorgio (difronte a Piazza San Marco a Venezia, ndr). Era una giornata estiva caldissima e umida, come spesso capita in laguna, il fondo del palcoscenico era delimitato da una fila di cipressi, poco dopo l’inizio la luna pensò bene di sorgere, gigantesca e rossa, proprio dietro agli alberi, ad aggiungere magia ad uno spettacolo già travolgente. Erlend Øye (dei due quello alto e nerd), che aveva sospeso il progetto musicale dopo i primi album di successo per laurearsi in filosofia e che da anni abitava a Siracusa con la madre (!?), dimostrò tutto il suo amore per Venezia con un discorso in inglese (e qualche parola in italiano) a difesa dei cittadini e contro il turismo di massa, strappando applausi a scena aperta (certo, in questo momento chi si ricorda del “turismo di massa”?). Il giorno dopo un mio amico mi raccontò di averlo incrociato dopo il concerto in un baccaro di Rialto attorno all’una di notte, mentre parlava con un gruppetto di ragazzi,  per dimostrare il suo amore per la città, si tolse maglietta, occhiali e scarpe e si gettò nella calda e limacciosa acqua del Canal Grande. Per la cronaca Erlend Øye è ancora vivo. Ora, “Homesick” (letteralmente malato di casa) di norma si traduce con nostalgia di casa, ma dopo aver passato settimane chiusi nelle mura domestiche direi che possiamo, se siamo tutti d’accordo, preferire la traduzione letterale.

La Nova Gelosia – Fabrizio De André
Se qualcuno fosse transitato in Piazza San Giovanni a Roma, alle 4 del mattino del primo maggio 1992 si sarebbe trovato davanti ad uno spettacolo tanto raro quanto straordinario: sul palco che alla sera avrebbe ospitato gli artisti del famoso “Concertone”, un tizio genovese cinquantenne ed un signore napoletano ottantenne, seduti uno a fianco l’altro, intenti a suonare per una piazza vuota “La nova gelosia”, brano tradizionale della canzone partenopea che Roberto Murolo (il signore napoletano) aveva riscoperto circa trent’anni prima e che il tizio genovese (Fabrizio de André) aveva inserito nel suo nuovo disco, uscito l’anno prima. La “gelosia” è quella che a Venezia si chiama scuro, in italiano non ne ho idea (imposta forse?), comunque l’anonimo napoletano, autore della canzone , qui si strugge dal dolore perché la “nova gelosia”  copre la finestra e gli impedisce di vedere la propria amata. Sostituite “gelosia” con “quarantena” e il gioco è fatto.

Close Cover – Wim Martens
Altra regola della playlist perfetta prevede che a chiuderla sia un brano strumentale, se poi il brano si intitola pure “Close Cover” non puoi sbagliarti. A metà anni ’80 nei vari cinema d’essai andava per la maggiore un regista “visionario” inglese, tale Peter Greenaway, i suoi film erano una specie di quadri in movimento, con simmetrie perfette e giochi di citazioni. Amato da molti studenti veneziani, era uno di quelli che non potevi dire di non aver visto, pena l’esclusione a tempo indeterminato da qualsiasi discussione a tema cinema. Onestamente non ci ho mai capito una mazza, però di solito aveva belle colonne sonore. Questo brano di Wim Martens  è inserito nel film “Nel ventre dell’architetto”, visto al tempo ma del quale non mi ricordo nulla.

Bene, la playlist è finita, su spotify c’è pure un “canale” Poltronauta, se proprio questi 93 minuti non vi sono bastati potete ascoltarne molti altri.

Come diceva Conte “Restiamo distanti oggi per abbracciarci domani”, oppure era “Mi abbracci forte e poi mi dai un bacio e poi mi dici frasi / Che non mi hanno detto mai” ?

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