L’Eternauta

Tu lucha, lo mismo. Que la lucha de tus compañeros y de todos los hombres que combatieron. contra la invasiòn no ha sido en vano, aunque asì te lo parezca.

Héctor Oesterheld, l’Eternauta

 

Eternauta

Juan “Khruner” Salvo aka Juan “Khruner” Galvez

I barbieri mi appassionano quanto ad un vegetariano può appassionare un macellaio, ciò nonostante mi sono reso conto del lento declino di questa gloriosa attività nella città di Venezia.

Visto gli esorbitanti costi degli affitti, i negozi dei barbieri, da sempre molto piccoli, sono scomparsi dalle zone più turistiche della città, ora  si affacciano quasi esclusivamente su strade secondarie se non addirittura nascoste. A riprova che la tanto temuta “gentrificazione” non è mai arrivata da queste parti c’è l’assoluta mancanza dei “barber shop” di nuova generazione, quelli gestiti da trentenni barbuti, perennemente in camicia con le maniche arrotolate (a mostrare tatuaggi colorati sugli avambracci) e bretelle a sostenere jeans consumati da qualche operaio-schiavo nelle fabbriche-lager del sud est asiatico.

I pochi barbieri sopravvissuti sono tutti over 50, con facce sbarbate di fresco, occupano negozi microscopici, con vetrine rassegnate alla polvere e riempiti di oggetti inutili. Io ci sto alla larga, appunto come un vegetariano sta lontano dalle macellerie,  perché, come disse Michael Stipe dei R.E.M. (oppure era Michael Jordan?) quando decise di radersi il cranio per sempre, “Ho abbandonato i miei capelli prima che loro abbandonassero me.”

Il problema è che vicino al mio vecchio ufficio, affacciato su di una calle stretta ed impossibile da aggirare, c’è questo barbiere, vetrina impolverata d’ordinanza che fa intravedere, sulla sua unica mensola, un phon in alluminio (!?), un paio di forbici che farebbero fatica a tagliare del burro e, inspiegabilmente, una coppa (non ho idea a cosa si riferisca, non mi sono mai soffermato così a lungo da poter leggerne l’etichetta). Ogni volta che ci passo a fianco inizio a camminare più veloce e mi guardo le scarpe, come un chitarrista di una band “shoegaze”

Ogni tanto però, per colpa della scarsa lucidità, qualche mattina mi è capitato di incrociare lo sguardo con quello dell’anziano barbiere, che puntualmente mi ha guardato con un misto di disprezzo e disperazione, ricambiato da un mio mezzo sorriso, quasi di scusa, quasi a dirgli che mica lo faccio apposta a non avere i capelli.

Ovviamente non è sempre stato così, anche se parliamo di molto tempo fa. Quelle visite dal barbiere un po’ mi mancano, non tanto per nostalgia dei capelli, ma per il fatto che mi piaceva avere un tizio che mi faceva uno shampoo, che armeggiava con le sue forbici sopra la mia testa senza mozzarmi le orecchie. Non solo, mi piacevano anche le chiacchiere da barbiere mentre aspettavo il tuo turno, circondato da adulti che sfogliavano la Gazzetta o qualche copia di Playboy, la radio rigorosamente mono, sempre sintonizzata su Radio RAI 1, all’epoca con un palinsesto fatto di radiogiornali e trasmissioni di gente che parla, su tutte “Radio anch’io” di Gianni Bisach, e quell’odore misto borotalco e shampoo economico che ormai non si sente più.

Il mio barbiere era a Murano, “imposto” da mi padre, che così in qualche modo mi teneva legato alla sua isola d’origine. Il negozio si trovava ai piedi di un ponte, con una vista sulla magnifica abside della chiesa di San Donato del XI secolo, forse l’unica chiesa al mondo (anzi, duomo) il cui retro è di gran lunga più bello della facciata.

Microscopico, forse 4 metri per 4, aveva due pareti specchiate (quella di fronte all’entrata e quella sulla destra) con due postazioni in totale (una sedia normale ed una a forma di cavalluccio, fatta apposta per i bambini), mentre nelle rimanenti due pareti (entrambe con vetrine oscurate) si trovavano le sedie per i clienti in attesa.

Murano, abside di San Donato

Abside del duomo di San Donato

La parete dove si trovava la postazione principale nascondeva una specie di doppio fondo, nel quale ogni tanto il barbiere spariva, per uscire con spazzole, boccette di dopobarba a base di alcool puro, gadget vari per adulti (tipo calendari a forma di santini con donnine procaci e svestite al posto del santo di turno).  Avrei sempre voluto entrare il quella specie di stanza segreta, chissà, forse era come il fondo dell’armadio delle “Cronaca di Narnia”.  Nelle lunghe attese del proprio turno, oltre a poter ascoltare le chiacchiere degli adulti e la tristissima Radio RAI 1, come detto si poteva leggere la Gazzetta oppure, nel mio caso, sbirciare le copie di Playboy lette dal vicino, ma soprattutto andare dal barbiere per me era l’occasione per poter leggere con calma i fumetti di Skorpio e del Lanciostory, due settimanali di fumetti stampati su carta economica, che oltre ad avere delle terze di copertina straordinarie (con occhiali a raggi x, scimmie di mare ed altri gadget acquistabili per corrispondenza), pubblicavano fumetti da tutto il mondo (ad eccezione dei supereroi americani), con un occhio particolare alle produzioni sudamericane.

Ed è in una di queste lunghe attese che ho fatto il mio incontro con lui, Juan “Khruner” Galvez (che nella versione argentina si chiamava Juan Salvo), ovvero l’Eternauta.

La versione che stavo leggendo era quella creata in Argentina a fine anni 50 da German Oesterheld e disegnata da Francisco Solano Lopez, quell’opera, già monumentale, era stata integrata da una seconda parte sempre per mano dei due a quasi vent’anni di distanza, anche questa pubblicata sul Lanciostory. In mezzo, ma lo scoprii molto dopo, c’era stata una rivisitazione della prima parte, ancora più cupa e politica, disegnata da quel genio di Alberto Breccia, versione difficilissima da recuperare.

L'Eternauta disegnato da Alberto Breccia

L’Eternauta disegnato da Alberto Breccia

Il fumetto è in bianco e nero, molto più nero che bianco e, pur rischiando la scomunica da parte di quelli che “ne sanno”, confesso che i disegni del buon Solano Lopez sono piuttosto brutti. Corpi disegnati in modo confuso, i lineamenti dei personaggi poco stabili (al punto che per semplificare il tutto e per non confondere il lettore, ogni personaggio ha un marchio distintivo, chi gli occhiali, chi una maglia particolare), ma la storia è così intensa che questi particolari vanno in secondo ordine.

La prima tavola è già meta-teatrale, autobiografica per così dire, con l’Eternauta che si materializza a casa di uno sceneggiatore di fumetti della periferia di Buenos Aires, al quale racconta la sua incredibile vita.

Il tutto parte da una nevicata avvenuta a Buenos Aires da qualche parte nel tempo  (un evento piuttosto raro a Buenos Aires, capitato nella realtà una sola volta nel 1918 ed un’altra il 9 Luglio del 2007, stranamente il weekend prima dell’inaugurazione della mostra sul 50esimo della prima edizione dell’Eternauta), i cui fiocchi iniziano ad uccide chiunque ne venga a contatto. A capire la gravità della situazione è Juan Galvez (nell’edizione originale si chiama Juan Salvo) e i suoi compagni di poker (tutti tranne uno, che non capisce una cippa ed esce di corsa sotto la neve e schiatta subito), un gruppo composto da operai, professori, insomma uno spaccato del popolo argentino.

La nevicata è il preludio ad un’invasione aliena, alla quale si opporranno il gruppo di Galvez aiutato (malamente) dai sopravvissuti dell’esercito. Nella seconda parte, quella scritta nel 1976, la trama si sposta in un futuro ancora dominato dagli alieni, dove la popolazione superstite è tornata a vivere nelle grotte (un po’ come succede nel film ispirato al romanzo di Wells “L’uomo che visse nel futuro”), ma a dire il vero è la prima parte quella che preferisco. Ed è pure quella che più ferocemente attacca il potere dittatoriale militare argentino, che proprio nel 1976 stava raggiungendo l’apice della sua crudeltà. Certi passaggi sono poco espliciti, altri molto di più, come quando uno degli eroi combattenti nota che il chiosco nella ” Barrancas de Belgrano” dove si trova la postazione del comando invasore “Kol” è lo  stesso nel quale si esibiva la banda della Polizia.

All’epoca non lo sapevo, ma mentre leggo quella storia stranissima, Héctor Germán Oesterheld è già andato ad ingrossare le fila dei desaparecidos. Come è facile intuire, la dittatura Argentina non prese molto bene l’opera dei due, ma mentre il disegnatore era già in Spagna, Oesterheld si era ostinato a vivere in clandestinità proprio a La Plata, vicino a Buenos Aires, per non abbandonare la numerosa famiglia.

Le donne della famiglia Oesterhled (e nipotini)

Le donne della famiglia Oesterhled (e nipotini)

Prima del 27 Aprile 1977, data ufficiale della sua scomparsa, quei burloni della tripla A si erano occupati di tre delle quattro figlie dello sceneggiatore, tutte impegnate politicamente. Il 19 giugno del 1976 era stato il turno di Beatriz (19 anni), il cui corpo fu restituito alla madre il 7 di luglio, un mese dopo, il 7 agosto Diana (24 anni) in cinta di 4 mesi, viene rapita assieme al figlio di poco più di un anno, di lei e del compagno non si saprà nulla mentre il bambino fu adottato dai nonni paterni. Il 27 Novembre 1976 infine Marina (20 anni) era stata rapita assieme al suo compagno a San Isidro, senza essere più ritrovata.

La buona notizia è che almeno la quarta figlia riuscì a salvarsi da questa mattanza. Sbagliato, il 14 Novembre 1977 Estela Inés (25 anni) con un bambino piccolo ed in attesa del secondogenito, fu uccisa assieme al compagno da un gruppo di “civili” che fecero irruzione nel loro appartamento, anche in questo caso il bambino fu affidato ai nonni paterni.

L’unica sopravvissuta della famiglia fu la moglie, Elsa Sánchez de Oesterheld, che onestamente faccio fatica ad invidiare, scomparsa a 90 anni nel 2015.

Tra quelle sedie di pelle consumata, circondato da adulti che sapevano di fumo e parlavano di cose da vecchi, come il calcio e la politica, nel lusso della mia adolescenza in un paese del primo mondo, mi facevo trasportare dalle battaglie di Juan Khruner Galvez, dal suo eterno viaggio nello spazio e nel tempo, non sapendo che l’autore di quei testi e la sua famiglia aveva affrontato ed era stata annientata da alieni ben più feroci.

Leggevo le parole di Héctor Germán Oesterheld come fossero la luce di una stella che vediamo brillare nella notte, ma che forse si è già spenta qualche milione di anni fa.

O forse no, forse davvero l’Eternauta esiste per davvero ed è in realtà Oesterheld, e prima o poi si materializzerà sul mio divano.

Non sulla poltrona, ovviamente, li c’è posto solamente per Il Poltronauta.

 

Héctor Germán Oesterheld con moglie e figlie, fine anni 50

Héctor Germán Oesterheld con moglie e figlie, fine anni 50

John Martin di Sala Consilina, Salerno.

Un guerriero sono stato. Ora è tutto finito. Tempi difficili ho vissuto.

Canto di Toro Seduto

 

Il colonnello è rimasto da solo, sopra la divisa azzurra porta una giacca di pelle di bisonte, chiara con le frange. Tutto il suo battaglione è stato spazzato via, e ora i corpi dei suoi soldati, trafitti dalle frecce e colpiti dai proiettili, giacciono ai suoi piedi.

La battaglia è finita, oramai è chiaro a tutti. Per un attimo i  Sioux a cavallo si fermano e cala il silenzio, fino a quando il colonnello Custer lancia un urlo di battaglia e allora tutti i guerrieri si lanciano al galoppo verso l’odiato comandante bianco, dopo pochi secondi su quelle colline verdi circondate da un cielo azzurro torna la quiete.

Che il cielo sia azzurro lo immagino, visto che ho appena finito di guardare “Custer eroe del West” nell’unica TV di casa, in bianco e nero, che si trova nella camera delle mie sorelle. Credo ci siano anche loro, di sicuro c’è mio padre, sono seduto a terra, a fianco della sua sedia, sono piccolino, avrò al massimo 8 anni. Chiedo a mio padre come mai quel comandante abbia incitato gli indiani ad ucciderlo, lui mi risponde che è stato il suo ultimo atto di coraggio, che ha voluto morire da eroe. Annuisco, ma qualcosa non mi torna, e per la prima (e ultima volta) non parteggio per lo sconfitto.

Nei giorni successivi, ogni volta che gioco con i soldatini degli indiani e dei “cowboys”, le mie battaglie terminano quasi sempre con un pareggio, con gli ultimi due superstiti che si mettono d’accordo sul finirla lì, con una stretta di mano. Ma a volte faccio vincere gli indiani, non riesco proprio a permettere all’esercito americano di averla vinta anche a casa mia, nel mio piccolo cerco di rimediare ad uno dei più grandi torti della storia. In compenso, tra i tanti soldatini dei “cowboy” ho individuato uno con la divisa del Settimo Reggimento di Cavalleria che decido essere l’odiato Custer, e infatti puntualmente lo faccio mazzolare dagli indiani.

Ad aver la peggio sono le sue caviglie, che dopo un po’ sono messe peggio di quelle di Van Basten.

La storia però sappiamo non andò esattamente così, a parte la Battaglia di Little Big Horn, teatro della sconfitta e della morte di Custer, e pochi altri scontri, i nativi americani persero tutto quello che c’era da perdere, ma se mai qualcuno di loro leggesse questo post voglio che sappia che qui, a Cannaregio, Venezia, non sono mai stati sconfitti.

 

Soldatino raffigurante (per l’autore del post) il comandante Custer. Da notare lo stato delle caviglie.

Il Dicembre del 1922 non è tra i più freddi che la città di New York si ricordi, poca pioggia e ancor meno neve. Da qualche anno le macchine a motore hanno rimpiazzato le carrozze trainate dai cavalli. Ci si muove più in fretta, si trasportano più merci, il tutto in cambio di un po’ di rumore in più e dello smog.

La vigilia di Natale, un signore di 70 anni attraversa una strada Brooklyn, è vecchio, probabilmente anche un po’ sordo, non si accorge di un camion che sopraggiunge ad una discreta velocità, l’autista fa in tempo a frenare pochi metri prima dell’impatto ma il camion è uno di quelli grossi, non ci sono freni che tengono, l’anziano viene colpito e sbattuto sulla strada.

Quando arriva l’ambulanza il suo cuore batte ancora, viene portato di corso nel più vicino degli ospedali, ma non sopravvive che qualche ora. Dopo 3 giorni, il 27 Dicembre 1922, viene seppellito nella sezione dei Veterani del cimitero “Cypress Hill” di Brooklyn, perché John Martin (questo è il nome dell’anziano) è un ex militare che aveva prestato servizio per anni presso l’esercito americano.

Non tutti lo sapevano all’epoca, ma John Martin non era stato un comune soldato e, a dire il vero, quello non era nemmeno il nome con il quale era nato. Il vero nome di quell’anziano signore era Giovanni Crisostomo Martino, nato a Sala Consilina (in provincia di Salerno) tra la fine del 1851 e l’inizio del 1852. La data precisa non viene mai scoperta, quel che è certo è che viene abbandonato in un orfanotrofio il 27 Gennaio del 1852, e battezzato il giorno dopo, con nome e cognome (che prima americanizzarsi in “Martin” fu cambiato in “Martini”).

Insomma non proprio un inizio facile. Nel 1866 si unisce alle truppe garibaldine come “tamburino” e dopo aver girato l’Italia per qualche anno torna a Sala Consilina dove finalmente incontra il padre biologico. Non si tratta di un incontro epico, visto che nel 1873 decide di prendere un piroscafo da Napoli alla volta dell’America.

Alla dogana si incasinano, lo registrano come Giovanni Martini, inizia a fare lavori saltuari finché decide (come di norma facevano i quegli anni gli immigrati poveri) di arruolarsi nell’esercito americano, diventando per tutti John Martin.

Dopo un breve addestramento viene assegnato al Settimo reggimento di Cavalleria, sotto il comando del Tenente Colonnello George Armstrong Custer. Esatto, lo stesso Custer che vedo in TV circa 100 anni dopo.

Ora, leggendo una qualsiasi biografia di Custer, si capisce quanto fosse uno stronzo: ultimo classificato a West Point, inutilmente crudele, con un odio rancoroso nei confronti degli indiani, presuntuoso e pieno di sé stesso. Fortunatamente per lui ha un sacco di amicizie alto locate, che gli permettono una carriera in continua ascesa pur con qualche intoppo (come quando fu degradato per aver abbandonato il posto di comando per recarsi dalla moglie). Non è amato dai colleghi ovviamente e nelle battaglie è indisciplinato.

Bellissimo ritratto di Custer dalle matite di Bill Sienkiewicz (scusa il furto, Maestro)

Senza entrare nei particolari delle varie guerre con gli indiani, vi segnalo che di norma si trattava di questioni di “schei”, e anche la Guerra delle Colline Nere (iniziata a fine degli anni ’60 del 1800, della quale la battaglia di Little Big Horn fa parte) non fa eccezione, nello specifico si tratta di una questione di miniere d’oro in terreni considerati sacri dai nativi d’America. Per farla breve il buon Custer vede in questa guerra il trampolino di lancio della sua carriera politica, in fin dei conti non c’è che da uccidere qualche migliaia di indiani armati di archi e frecce, inoltre è cosa risaputa che gli indiani non hanno mai fatto fronte comune, divisi come sono in decine “nazioni” perennemente in guerra fra di loro.

Il 25 Giugno del 1876 le cose non vanno proprio così, incredibilmente gli indiani erano riusciti ad unire tre tra le nazioni più potenti: i Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho. Un numero enorme di guerrieri che, oltre a “giocare in casa”, erano armati anche di fucili e, soprattutto, erano guidati da un leader carismatico come Cavallo Pazzo. Di fronte si schiera il Settimo Reggimento Cavalleria, ben armato di sicuro, ma con un numero enormemente inferiore di uomini, comandati da ufficiali non proprio in armonia, fra i quali spicca per arroganza il comandante in capo, il buon Custer. A riprova della sua presunzione c’è la sua decisione, sebbene avvisato dalle guide indiane sulla forza del nemico, di prendersi cinque squadroni (circa un quarto dei quasi mille soldati del reggimento) per cercare di sorprendere i nemici con una carica, senza però dare dei comandi precisi agli altri squadroni.

Sappiamo ovviamente come andò a finire, con tutti gli uomini di Custer uccisi, tutti tranne uno, quello che il comandate considerava il meno utile, il trombettiere John Martin, il nostro Giovanni Crisostomo Martino, che fu mandato con tanto di richiesta d’aiuto scritta in un foglietto (sai com’è, il paisà mica parlava così bene l’inglese) indirizzata a tenente Benteen, il comandante di uno degli squadroni rimasti indietro.

Se gli uomini di Custer furono spazzati via, anche il resto del Settimo Reggimento non se la passò molto bene, ma alla fine più della metà tornò a casa, inclusi altri soldati italiani che meriterebbero un post a parte.

In ordine orario, il biglietto con la richiesta d’aiuto, John Martin, le pietre funerarie del reggimento di Custer (la sua è quella nera).

John Martin continuò con la sua vita da militare fino al congedo avvenuto nel 1904, e fece in tempo a combattere anche nella guerra Ispano-Americana del biennio 1898-1900.

Sposato con una donna irlandese ebbe 5 figli, e proprio per seguire una delle figlie si trasferì a New York nel 1906 dove lavorò prima come bigliettaio presso la Metropolitana e poi come guardiano nella “Navy Yard”.

Per tutti rimase però l’ultimo uomo bianco ad aver visto in vita Custer, e molte volte nella sua lunga vita fu chiamato a raccontare quel 25 Giugno del 1876.

Poi la vigilia di Natale del 1922, chiuso nel suo cappotto, mentre forse con la sua testa era proprio nella prateria di Little Big Horn intento a correre tra le frecce dei Sioux, attraversò una strada di cemento per l’ultima volta.

Magari il suo ultimo pensiero fu proprio a quelle colline, o forse a quel tamburo suonato da ragazzino per i garibaldini, oppure avrà esclamato tra sé e sé: “Minchia, proprio alla vigilia di Natale me ne devo andare?”.

I am hurting inside. Ovvero Bob Marley spiegato al resto del mondo.

Nel mezzo del cammin di nostra vita. mi ritrovai per una selva oscura.
ché la diritta via era smarrita.

 La Divina Commedia – Dante Alighieri


Dorsi dei vinili di Bob Marley

Immaginatevi a 35 anni, dovrebbe essere facile, per qualcuno sarà una proiezione nel futuro, per altri un viaggio a ritroso nel tempo.

Immaginatevi di avere 35 anni, immaginatevi di essere sulla cima del mondo, di essere la rockstar più idolatrata di sempre, capace di riempire stadi enormi in Europa e di essere diventato il messia, la voce di tutti gli oppressi. Ora pensate che finalmente dopo tanti concerti siete ad un passo dalla conquista degli USA, l’ultimo posto (ed il più importante) del mondo occidentale che ancora non è ai vostri piedi. A dire il vero gli studenti liberals bianchi americani già pendevano dalle tue labbra, ma in questa ultima tournée anche i neri americani si sono accorti di te, e pazienza sa hai dovuto accettare di fare da gruppo spalla a band importanti ma lontanissime da te (come i Commodores).

Non importa, orma il il futuro è tuo. Oppure no.

Il 21 settembre del 1980 Bob Marley si trova al Central Park di New York, la sera prima si è esibito con i suoi Wailers  al Madison Square Garden, il concerto è stato un successo straordinario come tutte le tappe precedenti di questa lunga tournée americana. Questo ragazzo mulatto, figlio di una giovanissima giamaicana e di un bianco sessantenne di lontane origini ebree-siriane, ex- capitano della marina Inglese, si sta godendo una mattinata di relax correndo per il parco assieme al tour manager ed un altro paio di persone. Improvvisamente si ferma, le gambe cedono, cade a terra, sviene ed inizia a tremare, quando della schiuma bianca esce dalla sua bocca i suoi compagni iniziano a preoccuparsi sul serio, ma la crisi  passa in un attimo e Bob Marley si riprende subito.

Lui è Bob Marley, è un rastafari, è la persona vivente più vicina ad una divinità e si sente l’uomo più forte del mondo (non a caso ha appena avuto un figlio da miss Universo, mica miss Campobasso), ma il suo management lo obbliga ad una visita in ospedale e lui controvoglia ci va, in fin dei conti c’è una tournée da continuare. Quando arrivano i risultati delle analisi i dottori sono increduli, si stupiscono di come abbia potuto portare avanti un tour così faticoso, comunicano a quel ragazzo trentacinquenne che il suo corpo è invaso dalle metastasi, che per lui ormai non c’è più nulla da fare, gli restano qualche settimana di vita, forse un paio di mesi.

Ecco, immaginatevi a 35 anni, “in mezzo del cammin di vostra vita” con il mondo ai vostri piedi, con un futuro scritto su di un pavimento d’oro, per poi risvegliarvi “in una selva oscura” che vi sta per inghiottire.

Bob Marley non dice nulla alla band, ma quei musicisti, molti dei quali sono con lui da più di 10 anni, capiscono che qualcosa non va. Il 23 Settembre, un paio di giorni  dopo, è prevista la tappa a Pittsburgh, l’ennesima della tournée americana.

Il sound check che precede lo spettacolo, e che di solito prevede l’esecuzione di alcuni brani, questa volta si limita allo stesso brano ripetuto per oltre due ore: “I am hurting inside”, come ad esorcizzare il drago che lo sta divorando da dentro. Nei camerini viene comunicato alla band che la tournée finisce quella sera, quel concerto sarà l’ultimo in assoluto per Bob Marley.

Pochi mesi dopo sento la notizia della morte di Bob Marley dal telegiornale, mi ricordo di quel cantante perché il mio zio americano, in una delle sue visite, mi aveva portato dei vinili di musica “pop”, incluso “Kaya”, forse il più brutto dei suoi dischi, se pur con una copertina meravigliosa (come tutte quelle di Neville Garrick). Lo recupero confuso tra i dischi di mio padre, tra quelli degli Inti-Illimani e quelli di Nat King Cole, lo ascolto per la prima volta. E me ne innamoro.

In Strada Nova a Venezia, vicino a casa mia, c’è una bancarella di “napoletani” (anche se credo fossero veneziani quanto me) che tra altre cianfrusaglie vende audiocassette pirata, ovviamente ad una frazione del costo di quelle originali. Da loro compero la prima cassetta di Bob Marley, “Live”. Sono rassegnato alla bassa qualità di quel prodotto che, fino a quando anni dopo non mi procuro il vinile originale, credo che il fischio che si sente ad un certo punto del nastro sia dovuto ad un difetto della cassetta.  Dopo una settimana dico a mia madre che, con calma, mi comprerò tutti i dischi di Bob Marley, ed è una delle poche promesse che ho mantenuto, fra tutte la più facile, fra tutte la più sensata.

Per il mio tredicesimo compleanno chiedo ad una mia zia di regalarmi l’ultimo disco di Bob Marley, “Uprising”, mio padre guarda con curiosità alla mia nuova passione, non credo apprezzi molto, anche se da buon terzomondista in fondo la rispetta. Una volta che ho scartato il regalo, lui prende il vinile in mano, controlla il retro della copertina dove Marley è fotografato assieme a tutti i Wailers e per la prima e ultima volta commenta la mia scelta musicale, esclamando: “Ara che maraja!” (per i non veneziani: “Guarda che gentaglia!”).

La “maraja” ritratta sul retro di “Uprising”

Ma per quanto volessi bene a mio padre ascolto quel disco fino a quasi consumarlo, “Redemption song” è la prima canzone che imparo a memoria, e sono ancora convinto che tutti dovrebbero farlo.

“Emancipate yourself from mental slavery,
None but ourselves can free our minds”

Per trovare i vinili che mi interessano scandaglio tutti i negozi di Venezia, a volte mi spingo fino addirittura Mestre (come già scritto in questo vecchio post), quando mi trovo in una località qualsiasi finisco sempre in un negozio di dischi.

La mia passione non si limita ai dischi, una sera scopro che al cinema di Burano proiettano “Reggae Sunsplash”, un documentario di oltre 2 ore con Bob Marley e altri mostri sacri. Non ci penso due volte e attraverso la laguna (circa un ora e mezza tra andata e ritorno) per vederlo.

I miei amici conoscono la mia ossessione, al punto che sono loro stessi che si fanno avanti prima di partire per una vacanza, e se non sono loro a partire comunque mi avvisano. Come quando un mio amico mi dice che il compagno di classe di suo fratello sta per andare a Londra, io ho appena saputo dell’uscita di un disco di inediti, “In The beginning”, e ovviamente lo incastro.

Mi ricordo della consegna del vinile, ancora col cellophane, recuperato durante un’affollatissima inaugurazione al museo Correr di Venezia. Io seduto per terra in un angolo, indifferente al rumore e alla gente, ad ammirare la copertina in bianco e nero, mentre tutti gli altri mangiano tartine guardando i quadri sulle pareti.


Finiti i dischi è la volta delle biografie, delle magliette, dei libri illustrati, sempre recuperati girando negozi che ora non ci sono più. Poi ovviamente passo alle versioni in cd, ed in alcuni casi ricompero i vinili.

La mia cameretta ha le pareti ricoperte di suoi poster, dai quali fa capolino una fotografia di Beatrice Dalle (“grandissima” attrice) e il santino di Drazen “Praja” Dalipagic.

Bob Marley è sempre lì, a portata di mano, lo ascolto durante le giornate di pioggia, ci inciampo sopra nei giorni più tristi (come raccontato qui), altre volte lo cerco, e ogni anno l’11 maggio, anniversario della sua scomparsa, mi impongo di ascoltare almeno una sua canzone.

Raccolgo articoli, pezzi di giornale, fotografie strappate da riviste che compero solamente perché c’è Bob Marley in copertina.

Alla fine è strano a dirsi, ma delle centinaie di foto che ho visto di Bob Marley, quella che mi viene sempre in mente è quella che lo ritrae con al madre, intento a leggere la bibbia, nella clinica del dottor Issels. Sembra un passerotto ferito, smagrito in volto, minuscolo, con un enorme berretto di lana a coprire la testa ormai priva di dreadlocks.

Bob Marley con la madre Cedella mentre legge la bibbia.

In quelle condizioni, rinchiuso in una clinica sperduta nei monti bavaresi, sottoposto alle cure di un oscuro dottore tedesco, con la clessidra della propria vita che si sta svuotando velocemente, sembra un comune mortale, un uomo come gli altri, ma i suoi occhi sono gli stessi di sempre, forse meni sereni, ma non domi.

Oggi, che sono più vicino all’età che aveva sua madre in quella foto di quanto non sia a quella che aveva Bob Marley il giorno della sua morte, ancora non capisco come si riesca ad andare avanti quando le (piccole) apocalissi ci colpiscono, quando vorresti avere ancora una stanzetta tutta per te con i poster dei tuoi eroi a proteggerti ed a salvarti dai mali del mondo. Forse il segreto è nascosto in una delle strofe delle sue canzoni.

Per questo continuo ad ascoltarle.

The Piccirilli Brothers

“Keep, ancient lands, your storied pomp!” cries she
With silent lips. “Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tost to me,
I lift my lamp beside the golden door!”

Iscrizione sulla base della Statua della Libertà

 

L’altro giorno mi sono improvvisamente reso conto che il prossimo 16 agosto saranno esattamente quarant’anni dalla morte di Elvis Presley, ed esattamente trent’anni dal mio primo viaggio negli USA.

L’autunno di quell’anno passai cinque settimane sugli autobus della Greyhound, girovagando per il Nord America con zaino e macchina fotografica, non male per un ragazzo di 18 anni, al punto che, con un esordio del genere, al tempo mi sarei aspettato una vita fatta di viaggi e scoperte.

Le cose non sono andate esattamente così. Certo, qualche soddisfazione me la sono presa, come sanno i rari (ma intelligentissimi) lettori di questo blog, ma non sono diventato il Chatwin di Cannaregio.

Quelle cinque settimane con il Greyhound restano però il Viaggio con la “v” maiuscola, per anni ho snocciolato le tappe di quel tour come i ragazzini della mia generazione (ancora) recitano la formazione dell’Italia dei Mondiali del 1982 (per gli smemorati: Zoff, Gentile, Cabrini, -pausa- Oriali, Collovati, Scirea, -pausa- Tardelli, Rossi, Antonioni e Graziani, quest’ultimo pronunciato con poca convinzione). Ogni tanto riguardo sulla mappa le città visitate, e mi rammarico di aver saltato (per motivi di tempo) tutte le città della costa orientale.  Sono riuscito a spingermi fino ad Athens, in Georgia, ma poi sono dovuto tornare verso ovest, saltando Washington, New York, Philadelphia e Boston.

Ho visto l’alba sul deserto dell’Arizona, sono passato sotto il gigantesco arco di Saint Louis, ho preso l’ascensore più lungo della mia vita (quello della Sears Tower di Chicago, ora Willis Tower) con delle All Star di tela ai ledi inzuppate di neve e sono entrato nella monumentale chiesa dei Mormoni a Salt Lake City durante la loro “messa” domenicale. Però mi sono perso l’arco di marmo a Washington Square di New York, non ho visto la facciata del museo di Brooklyn e nemmeno la gigantesca statua di Lincoln a Washington.

 

La Statua di Lincoln al Lincoln Memorial, Washington.

La storia che vi sto per raccontare riguarda proprio questi monumenti di marmo, è una storia strana, fatta di emigrazione, duro lavoro, successo incredibile, finisce in modo silenzioso, viene dimenticata e poi riscoperta.

Si tratta di una storia che percorre tre secoli, parte dall’Italia a metà ‘800, finisce nel 1945 senza fare scalpore, ma come un fiume carsico percorre più di cinquant’anni sepolta nel Bronx e riemerge alla vigilia nel nuovo millennio.

Ma andiamo con ordine, partiamo dall’inizio.

Giuseppe Piccirilli nel 1876 ha trentadue anni, una moglie e sette figli, sei maschi e una bambina, l’ultima nata. Abita a Massa Carrara dove è arrivato nel 1862 dopo aver combattuto tra i Garibaldini, dovrebbe essere nato a Roma oppure, visto il cognome, da qualche altra parte più a sud (forse Napoli, dato che uno dei figli viene chiamato Masaniello).

Di lavoro fa lo scultore di marmo, cosa comune nella città toscana. La famiglia è numerosa e probabilmente il lavoro è appena sufficiente a mantenere tutti, perciò nel 1888 decide di attraversare l’oceano e si stabilisce a New York, più precisamente nel distretto di Mott Haven, nel Bronx, in una casa sulla 142esima strada. Nello stesso edificio pochi anni dopo apre con i suoi 6 figli uno studio-laboratorio dove scolpisce statue, sia su disegni dei committenti che su proprie creazioni, ideate principalmente da Attilio e Furio, il secondo e il terzo figlio, fra tutti i più talentuosi.

I Piccirilli Brothers sono bravi, molto bravi, e le commissioni arrivano non solo da privati, ma anche dalle amministrazioni pubbliche che vogliono abbellire le loro città con sculture in marmo come le succedeva per le grandi capitali europee.

Il primo lavoro che li porta alla ribalta è L’Arco di Washington Square, iniziato nel 1895, ma sono tutti i primi anni del ‘900 che regalano soddisfazioni enormi ai fratelli, dalla facciata della Borsa di New York, al Museo di Brooklyn fino al monumento più famoso, l’inquietante e gigantesco Lincoln seduto che si trova a Washington.

Le richieste di lavoro arrivano di continuo, artisti affermati portano i loro modellini allo studio sulla 142esima strada e i fratelli Piccirilli li riproducono in scala 1:50. Furio e soprattutto Attilio diventano delle celebrità nel campo della scultura, Attilio fra l’altro è uno promotori dei della scuola d’arte Leonardo da Vinci, creata apposta per aiutare a formare i giovani artisti delle classi meno abbienti di New York.

Attilio diventa amico del leggendario sindaco di New York Fiorello La Guardia, che più tardi gli affiderà il compito di scolpire i monumenti funerari per la moglie e per la figlia.

Con la salita al potere di Mussolini l’amore degli amministratori americani nei confronti dei sei fratelli italiani diminuisce, inoltre la crisi del ’29 non aiuta le grandi opere. Di certo l’amicizia con La Guardia non procura ai fratelli Piccirilli alcun favoritismo, visto quanto fosse integerrimo  il sindaco italo-ebreo-americano (chiedere alla nipote ungherese, figlia della sorella maggiore, scappata dal campo di concentramento di Ravensbruck con la madre e che dovette fare tutta la  trafila per ottenere il visto per gli USA nel 1947).

Nel 1945 Attilio muore e nonostante almeno 4 fratelli siano ancora vivi, pochi mesi dopo lo studio chiude. In qualche modo termina un epoca, probabilmente la ricostruzione dell’Europa e del Giappone, la voglia di “futuro”, distraggono l’opinione pubblica, o forse semplicemente i gusti sono cambiati, nessuno ha più bisogno di statue e monumenti di marmo.

 

The Piccirilli Brothers

Dopo la chiusura della  Ortega i fratelli Piccirilli sembrano sparire nel nulla, nessuno si prende la briga di salvare l’archivio di 60 anni di lavoro, il loro nome cade nell’oblio e l’edificio viene abbandonato, poi negli anni ’70 viene addirittura demolito per far posto ad un tempio dei Testimoni di Geova.

Ecco, l’incredibile epopea dei 6 fratelli (e un padre) venuti dalla Toscana dura poco più di mezzo secolo e scompare fra le pieghe della storia.

Ma come a volte capita per le storie de Il Poltronauta, una specie di happy end è alle porte.

Nel 1998 Bill Carroll, un ex insegnate di matematica in pensione scopre che l’enorme statua del Lincoln Memorial è stata costruita in uno studio sulla 142esima strada di Mott Haven, a pochi passi da dove è cresciuto.

Incredulo inizia ad investigare assieme alla moglie, scopre che lo studio non c’è più, che è stato demolito e al suo posto adesso c’è un Tempio dei Testimoni di Geova, domanda in giro, il nome di quei sei fratelli lo sa già ma non riesce a trovare nessuna documentazione scritta, nessuna pubblicazione. L’ex professore è un tipo testardo, essendo in pensione tempo a disposizione ne ha parecchio, in più per lui, cresciuto nel Bronx, è una questione di orgoglio.

Poco dopo, nel 1999 incontra un artista in pensione di quasi ottant’anni, tale Jerry Capa (nato, tenetevi forte, Gennaro Capacchione), che quando era teenager era stato amico/ragazzo di bottega proprio di Attilio Piccirilli, e che è probabilmente l’ultima persona in vita che ha conosciuto personalmente i fratelli Piccirilli, li descrive come persone timide, dei semplici lavoratori che rifuggivano dalla gloria e dalle luci della ribalta.

Jerry è ben felice di poter ricordare lo studio dei Piccirilli Brothers all’ex insegnante, al punto che gli scrive appositamente una raccolta di memorie (in corsivo, potete leggerla qui).

Ad inizio degli anni 2000, grazie alla testardaggine di Bill Carroll i media iniziano a parlare dei Piccirilli Brothers, nel 2001 fa in modo che la targa con il nome dei fratelli che si trova sul Maine Memorial (altra statua pubblica) venga riscritta, più grande e più visibile.

Dopo oltre cinquant’anni di silenzioso anonimato, finalmente i fratelli Piccirilli ricevono un po’ di quella gloria che da vivi avevano sempre voluto evitare.

Non credo riuscirò più a viaggiare come feci trent’anni fa, certo mi piacerebbe andare a New York, oppure a Washington, e se mai lo dovessi fare mi piacerebbe accarezzare le statue di marmo dei fratelli Piccirilli, sentire sulla mia mano la loro fatica, la loro modestia.

Che poi è strano immaginare che se qualcuno avesse bloccato l’emigrazione della loro famiglia probabilmente molti di quei monumenti oggi non ci sarebbero.

Diego Goldberg

“Ricordati di ricordare. – Pubblicità della Kodak, 1999”

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Tango – Foto di Diego Golberg ©

Come sapete accumulo cose, non tantissime a dire il vero.

In questo blog accumulo ricordi, cercando di esorcizzare lo scorrere del tempo, non per nostalgia, semplicemente per il terrore di dimenticare, visto che non sarò materia dei libri di storia del futuro provo a costruire il mio privato racconto da lasciare ai posteri.

A fine anni novanta la Kodak, all’epoca il colosso mondiale delle pellicole e della carta per le fotografie, lanciò una pubblicità che riprendeva il titolo di un libro di Henry Miller, “Remember to remember”. Scritta e diretta da creativi italiani, è una delle più belle pubblicità dell’epoca, ed è anche fonte di ansia per chi come me ha il terrore di “dimenticare”. Quel filmato di 45 secondi è una specie di canto del cigno per la multinazionale americana, infatti, in giro di pochi anni il suo fatturato crolla e l’industria fotografica abbandona le pellicole e la stampa tradizionale per il digitale.

La cosa buffa è che la prima macchina digitale era stata inventata nel 1975 proprio dalla Kodak, che per paura di impoverire il proprio core business finì per chiudere il progetto in un cassetto e buttare via la chiave, non proprio lungimiranti.

Quando nel 2012 la Kodak dichiarò fallimento, aveva bruciato una montagna di soldi accumulati e aveva un patrimonio investito in prodotti chimici diventati inutilizzabili. Dall’altra parte del Pacifico, la Fuji, che in qualche modo era la sua versione giapponese, si era nel frattempo salvata riciclando intelligentemente le tonnellate di prodotti chimici in altri settori, riuscendo a sopravvivere alla morte delle pellicole.

Per quanto mi riguarda la fine delle fotografie stampate non ha cambiato nulla nel mio rapporto con i ricordi, semplicemente adesso conservo tutto quello che ho in digitale su due hard disk (metti che se ne rompa uno) e per non sbagliarmi ho pure una copia su vari drive di google. Se poi la terra dovesse essere colpita da un meteorite me ne farò una ragione.

In merito all’ossessione del passare del tempo e del (vano) tentativo di salvare i ricordi qualche anno fa mi sono imbattuto in un genio, probabilmente più pazzo di me.

Afgano+dama

Mostra canina, Buenos Aires – Foto di Diego Goldberg ©

 

Diego Golberg è un fotografo argentino classe 1946, professionista dal 1974 ha girato il mondo, abitando a Parigi e a New York, pur finendo sempre per tornare nella sua amata Buenos Aires. In rete si trovano molte delle sue foto, alcune sono straordinarie,  altre semplicemente parlano più di un libro si storia, diciamo che il suo portfolio è di alto livello, ma non certamente tale da garantirgli fama mondiale.

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Il presidente francese Mitterrand – Foto di Diego Goldberg ©

Però il 17 giugno 1976 compie un gesto in apparenza semplice ma che diventerà il primo mattoncino di una storia incredibile che continua ancora oggi. Diego prende la sua macchina e scatta una fotografia alla moglie Susy, poi le chiede di fotografarlo.

Il 17 giugno 1977 il rito si ripete, nel 1978 ai due si aggiunge il primogenito Nicola, l’anno successivo è il turno di Mattias, ed infine nel 1984 arriva anche Sebastian, il loro ultimo figlio.

Quando apre il suo sito (http://www.diegogoldberg.com/) decide di pubblicare tutte queste foto in un’unica sequenza, creando quella che lui chiama “The arrow of the time”, e la freccia del tempo continua ogni anno, da qualche anno si si sono aggiunte le compagne dei figli e i loro rispettivi figli.

Quando avete 5 minuti guardate il tempo scorrere sui volti di questi semplici ritratti in bianco nero,  una specie di stop-motion temporale, un viaggio a ritroso (od in avanti, dipende da voi) che, almeno a me, riempie il cuore, dandomi l’illusione che a volte si riesce a fermare il tempo.

Fra poco è il 17 giugno 2017, ricordatevi di ricordare.

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I primo quattro anni della Freccia del tempo – Foto di Diego Goldberg ©

 

La vita, istruzioni per l’uso

“What a marvellous invention man is! He can blow on his hands to warm them up, and blow on his soup to cool it down.”

Georges Perec, Things: A Story of the Sixties; A Man Asleep

Nei titoli di coda del mockumentary “Zelig”, nei quali Woody Allen riassume  gli ultimi anni della vita di Leonard Zelig, si legge che il suo unico rimpianto e quello non aver mai finito “Moby Dick”, il libro che aveva scatenato la sua “malattia”.
Nel film infatti Zelig aveva confessato che la sua vera prima bugia era stata quella di dire di aver letto “Moby DIick”, troppo imbarazzato per poterlo negare in quel momento.

Noi tutti abbiamo un “Moby Dick”, un libro che facciamo finta di aver letto per vari motivi, e che invece riposa impolverato su qualche scaffale. Nei casi più estremi c’è da dire che i “Moby Dick” possono essere anche più di uno, ma non mi sembra il caso di infierire.

Di recente mi sono imbattuto nel mio “Moby Dick”, e giuro che sta volta proverò a leggerlo. Nel frontespizio c’è una nota con la mia calligrafia, dice “Citanò SETT. 91”, mi sono ricordato che l’avevo preso in una bancarella a Civitanova Marche, l’estate di quell’anno.


La mia ragazza dell’epoca era di quelle parti, e passai parte dei mesi estivi con lei, ospite della sua famiglia, magari un giorno scriverò anche di quello, ma se siete avezzi a questo blog forse avete letto di quella volta che con lei vidi il mio primo ed unico concerto di De André.

Il libro in questione è “La vita, istruzioni per l’uso” di Georges Perec, quasi 600 pagine scritte fitte-fitte, che oggettivamente non invogliano la lettura, come spesso capita. Sarebbe uno dei tanti miei libri non letti, se non fosse che l’autunno di quell’anno, alla fine di una proiezione al solito Cinema d’Essai “Accademia” di Venezia incrociai la professoressa di francese della mia scuola superiore.
Non era (purtroppo) la mia professoressa, ma quella della sezione vicina alla mia. Indossava con leggerezza degli occhi azzurri magnifici ed un sorriso che conquistava, inoltre era una delle poche professoresse che si vedevano in giro la sera, al cinema o in qualche bar. Spesso ti fermava lei se tu non la vedevi, ci si dava del tu e si parlava di tutto.
La mia scuola era frequentata in larga maggioranza da ragazze, i suoi allievi maschi erano molto pochi, ma sono certo che tutti fecero qualche pensierino erotico sulle sue rare ma piacevoli scollature.
Quella sera al cinema mi saluta lei per prima, io la scuola l’avevo finita da qualche anno ma comunque si ricordava di me, all’epoca avrà avuto 45 anni, portati molto bene. Per qualche strano motivo ho in mano la copia del libro di Perec. Appena lo vede quei suoi straordinari occhi azzurri diventano ancora più luminoso, mi chiede se l’ho letto, ovviamente dico di si, e aggiungo che è il più bel libro letto fin’ora. Lei mi piazza il solito sorriso killer e mi sussurra qualcosa tipo: “Lo sapevo che eri un ragazzo intelligente”.

Georges Perec era un personaggio veramente bizzarro, morto a 46 anni, grazie anche a tutte le sigarette fumate, ha scritto molti libri di culto, la cosa che però mi salta in mente ogni qual volta che sento il suo nome è “Le Grand Palindrome”, il più lungo racconto palindromo della storia, cioè un racconto esattamente simmetrico, la bellezze di 7671 caratteri che si possono leggere sia dall’inizio  alla fine che nel percorso contrario, creando sempre le stesse frasi (quasi) comprensibili.

Non so come sia il vostro francese, ma qui sotto potete trovare il testo, provare per credere.

 9691 ,EDNA’ D NILUOM UA
CEREP SEGROEG
 
Trace l’inégal palindrome. Neige. Bagatelle, dira Hercule. Le brut repentir, cet écrit né Perec. L’arc lu pèse trop, lis à vice-versa.
Perte. Cerise d’une vérité banale, le Malstrom, Alep, mort édulcoré, crêpe porté de ce désir brisé d’un iota. Livre si aboli, tes sacres ont éreinté, cor cruel, nos albatros. Être las, autel bâti, miette vice-versa du jeu que fit, nacré, médical, le sélénite relaps, ellipsoïdal.
Ivre il bat, la turbine bat, l’isolé me ravale : le verre si obéi du Pernod — eh, port su ! — obsédante sonate teintée d’ivresse.
Ce rêve se mit — peste ! — à blaguer. Beh ! L’art sec n’a si peu qu’algèbre s’élabore de l’or évalué. Idiome étiré, hésite, bâtard replié, l’os nu. Si, à la gêne secrète verbe nul à l’instar de cinq occis–, rets amincis, drailles inégales, il, avatar espacé, caresse ce noir Belzebuth, ô il offensé, tire !
L’écho fit (à désert) : Salut, sang, robe et été.
Fièvres.
Adam, rauque; il écrit : Abrupt ogre, eh, cercueil, l’avenir tu, effilé, génial à la rue (murmure sud eu ne tire vaseline séparée; l’épeire gelée rode : Hep, mortel ?) lia ta balafre native.
Litige. Regagner (et ne m’…).
Ressac. Il frémit, se sape, na ! Eh, cavale! Timide, il nia ce sursaut.

Hasard repu, tel, le magicien à morte me lit. Un ignare le rapsode, lacs ému, mixa, mêla :
Hep, Oceano Nox, ô, béchamel azur ! Éjaculer ! Topaze !
Le cèdre, malabar faible, Arsinoë le macule, mante ivre, glauque, pis, l’air atone (sic). Art sournois : si, médicinale, l’autre glace (Melba ?) l’un ? N’alertai ni pollen (retêter : gercé, repu, denté…) ni tobacco.
Tu, désir, brio rimé, eh, prolixe nécrophore, tu ferres l’avenir velu, ocre, cromant-né ?
Rage, l’ara. Veuglaire. Sedan, tes elzévirs t’obsèdent. Romain ? Exact. Et Nemrod selle ses Samson !
Et nier téocalli ?
Cave canem (car ce nu trop minois — rembuscade d’éruptives à babil — admonesta, fil accru, Têtebleu ! qu’Ariane évitât net.
Attention, ébénier factice, ressorti du réel. Ci-gît. Alpaga, gnôme, le héros se lamente, trompé, chocolat : ce laid totem, ord, nil aplati, rituel biscornu; ce sacré bédeau (quel bât ce Jésus!). Palace piégé, Torpédo drue si à fellah tôt ne peut ni le Big à ruer bezef.
L’eugéniste en rut consuma d’art son épi d’éolienne ici rot (eh… rut ?). Toi, d’idem gin, élèvera, élu, bifocal, l’ithos et notre pathos à la hauteur de sec salamalec ?
Élucider. Ion éclaté : Elle ? Tenu. Etna but (item mal famé), degré vide, julep : macédoine d’axiomes, sac semé d’École, véniel, ah, le verbe enivré (ne sucer ni arrêter, eh ça jamais !) lu n’abolira le hasard ?
Nu, ottoman à écho, l’art su, oh, tara zéro, belle Deborah, ô, sacre ! Pute, vertubleu, qualité si vertu à la part tarifé (décalitres ?) et nul n’a lu trop s’il séria de ce basilic Iseut.

Il a prié bonzes, Samaritain, Tora, vilains monstres (idolâtre DNA en sus) rêvés, évaporés :
Arbalète (bètes) en noce du Tell ivre-mort, émeri tu : O, trapu à elfe, il lie l’os, il lia jérémiade lucide. Petard! Rate ta reinette, bigleur cruel, non à ce lot ! Si, farcis-toi dito le coeur !
Lied à monstre velu, ange ni bête, sec à pseudo délire : Tsarine (sellée, là), Cid, Arétin, abruti de Ninive, Déjanire..
Le Phenix, eve de sables, écarté, ne peut égarer racines radiales en mana : l’Oubli, fétiche en argile.
Foudre.
Prix : Ile de la Gorgone en roc, et, ô, Licorne écartelée,
Sirène, rumb à bannir à ma (Red n’osa) niére de mimosa :
Paysage d’Ourcq ocre sous ive d’écale;
Volcan. Roc : tarot célé du Père.
Livres.
Silène bavard, replié sur sa nullité (nu à je) belge : ipséité banale. L’ (eh, ça !) hydromel à ri, psaltérion. Errée Lorelei…
Fi ! Marmelade déviré d’Aladine. D’or, Noël : crèche (l’an ici taverne gelée dès bol…) à santon givré, fi !, culé de l’âne vairon.
Lapalisse élu, gnoses sans orgueil (écru, sale, sec). Saluts : angiome. T’es si crâneur !

*
* *

Rue. Narcisse ! Témoignas-tu ! l’ascèse, là, sur ce lieu gros, nasses ongulées…
S’il a pal, noria vénale de Lucifer, vignot nasal (obsédée, le genre vaticinal), eh, Cercle, on rode, nid à la dérive, Dédale (M.. !) ramifié ?
Le rôle erre, noir, et la spirale mord, y hache l’élan abêti : Espiègle (béjaune) Till : un as rusé.
Il perdra. Va bene.
Lis, servile repu d’électorat, cornac, Lovelace. De visu, oser ?
Coq cru, ô, Degas, y’a pas, ô mime, de rein à sonder : à marin nabab, murène risée.
Le trace en roc, ilote cornéen.
O, grog, ale d’elixir perdu, ô, feligrane! Eh, cité, fil bu !
ô ! l’anamnèse, lai d’arsenic, arrérage tué, pénétra ce sel-base de Vexin. Eh, pèlerin à (Je : devin inédit) urbanité radicale (elle s’en ira…), stérile, dodu.
Espaces (été biné ? gnaule ?) verts.
Nomade, il rue, ocelot. Idiot-sic rafistolé : canon ! Leur cruel gibet te niera, têtard raté, pédicule d’aimé rejailli.
Soleil lie, fléau, partout ire (Métro, Mer, Ville…) tu déconnes. Été : bètel à brasero. Pavese versus Neandertal ! O, diserts noms ni à Livarot ni à Tir ! Amassez.
N’obéir.
Pali, tu es ici : lis abécédaires, lis portulan : l’un te sert-il ? à ce défi rattrapa l’autre ? Vise-t-il auquel but rêvé tu perças ?
Oh, arobe d’ellébore, Zarathoustra! L’ohcéan à mot (Toundra ? Sahel ?) à ri : Lob à nul si à ma jachère, terrain récusé, nervi, née brève l’haleine véloce de mes casse-moix à (Déni, ô !) décampé.
Lu, je diverge de ma flamme titubante : une telle (étal, ce noir édicule cela mal) ascèse drue tua, ha, l’As.
Oh, taper ! Tontes ! Oh, tillac, ô, fibule à rêve l’Énigme (d’idiot tu) rhétoricienne.
Il, Oedipe, Nostradamus nocturne et, si né Guelfe, zébreur à Gibelin tué (pentothal ?), le faiseur d’ode protège.
Ipéca… : lapsus.
Eject à bleu qu’aède berça sec. Un roc si bleu ! Tir. ital. : palindrome tôt dialectal. Oc ? Oh, cep mort et né, mal essoré, hélé. Mon gag aplati gicle. Érudit rosse-récit, ça freine, benoit, net.
Ta tentative en air auquel bète, turc, califat se (nom d’Ali-Baba !) sévit, pure de — d’ac ? — submersion importune, crac, menace, vacilla, co-étreinte…

Nos masses, elles dorment ? Etc… Axé ni à mort-né des bots. Rivez ! Les Etna de Serial-Guevara l’égarent. N’amorcer coulevrine.
Valser. Refuter.
Oh, porc en exil (Orphée), miroir brisé du toc cabotin et né du Perec : Regret éternel. L’opiniâtre. L’annulable.
Mec, Alger tua l’élan ici démission. Ru ostracisé, notarial, si peu qu’Alger, Viet-Nam (élu caméléon !), Israël, Biafra, bal à merde : celez, apôtre Luc à Jéruzalem, ah ce boxon! On à écopé, ha, le maximum !

Escale d’os, pare le rang inutile. Métromane ici gamelle, tu perdras. Ah, tu as rusé! Cain! Lied imité la vache (à ne pas estimer) (flic assermenté, rengagé) régit.
Il évita, nerf à la bataille trompé.
Hé, dorée, l’Égérie pelée rape, sénile, sa vérité nue du sérum : rumeur à la laine, gel, if, feutrine, val, lieu-créche, ergot, pur, Bâtir ce lieu qu’Armada serve : if étété, éborgnas-tu l’astre sédatif ?
Oh, célérités ! Nef ! Folie ! Oh, tubez ! Le brio ne cessera, ce cap sera ta valise; l’âge : ni sel-liard (sic) ni master-(sic)-coq, ni cédrats, ni la lune brève. Tercé, sénégalais, un soleil perdra ta bétise héritée (Moi-Dieu, la vérole!)

 

Déroba le serbe glauque, pis, ancestral, hébreu (Galba et Septime-Sévère). Cesser, vidé et nié. Tetanos. Etna dès boustrophédon répudié. Boiser. Révèle l’avare mélo, s’il t’a béni, brutal tablier vil. Adios. Pilles, pale rétine, le sel, l’acide mercanti. Feu que Judas rêve, civette imitable, tu as alerté, sort à blason, leur croc. Et nier et n’oser. Casse-t-il, ô, baiser vil ? à toi, nu désir brisé, décédé, trope percé, roc lu. Détrompe la. Morts : l’Ame, l’Élan abêti, revenu. Désire ce trépas rêvé : Ci va ! S’il porte, sépulcral, ce repentir, cet écrit ne perturbe le lucre : Haridelle, ta gabegie ne mord ni la plage ni l’écart.

Georges Perec
Au Moulin d’Andé, 1969

Per quanto riguarda la sexy professoressa non so che fine abbia fatto, sono passati moltissimi anni, il cinema Accademia ha chiuso e io non l’ho più vista, in compenso il libro di quel pazzo di Georges è ancora li, chiuso ed impenetrabile.

Ora confessatevi a Il Poltronauta,  quali sono i vostri “Moby Dick”?

Viaggiare (da fermi) con Il Poltronauta

“Partire è un po’ morire”

Cap. Edward John Smith, Titanic.

 

Per festeggiare i 100 post (che in realtà sono 83, ma chi li conta più), ritorna la magnifica mappa de Il Poltronauta, per vedere dove “abitano” le storie del viaggiatore immobile.

Buona lettura e buon viaggio.

 

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Creare la Storia raccontandola

“Richard Lee calculated that a Bushman child will be carried a distance of 4,900 miles before he begins to walk on his own. Since, during this rhythmic phase, he will be forever naming the contents of his territory, it is impossible he will not become a poet.”

Bruce Chatwin, The Songlines

Mi ricordo di quel trafiletto letto su di un quotidiano, parlava di un ragazzo trovato senza vita in un autobus abbandonato in Alaska, a pochi metri dalla strada principale, morto di stenti a causa di una gamba rotta (particolari che poi non risultarono completamente veri).

Quella piccola notizia mi colpì molto, innanzitutto perché quel ragazzo si chiamava come il mio amico di Vancouver (che è quasi Alaska vista da qui) e perché aveva più o meno la mia età. La sua vicenda poteva finire così, con quelle righe sul giornale, ma Christopher McCandless aveva tenuto un diario di quei suoi mesi da vagabondo, documentando il suo viaggio anche con delle fotografie che furono trovate impresse nella pellicola ancora all’interno della sua reflex. In qualche modo aveva fatto una cronaca del suo viaggio, rendendola immortale, perché nessuna storia, nessuna impresa sopravvive se non viene raccontata.

Christopher McCandless in Alaska

Forse questo è il motivo inconscio che spinge a scrivere, la ricerca dell’immortalità, almeno su carta. Come il dio degli aborigeni descritto da Bruce Chatwin ne “La via dei canti”, che racconta attraversando l’Australia per creare le cose (in fin dei conti anche il Vangelo di Giovanni comincia con “In principio era il Verbo”). Anche noi sentiamo la necessità di scrivere, di raccontare le cose che ci accadono per non farle andare via, per trattenerle per sempre sulla carta.

Su Diego Armando Maradona ha scritto chiunque, a favore o contro, l’unica conclusione alla quale tutti sono arrivati è che il Pibe de Oro non è una persona comune. Forse ci saranno calciatori migliori di lui, che vinceranno di più, guadagneranno di più, faranno più gol, ma nessuno sarà Maradona, tutto qui.

Nessuno sfiderà un intero stadio che lo fischia, guardando negli occhi il pubblico a e sibilando “Hijos de puta” come fece lui nella finale dei mondiali in Italia, e neppure nella sconfitta, quando le lacrime gli rigarono la faccia, e le telecamere lo ripresero finalmente umano, non più divinità, il suo sguardo cambiò.

Oppure quando infarcito di cocaina a torso nudo, si lasciò fotografare mentre esultava per il suo Boca alla Bombonera, restò sempre una spanna sopra gli uomini, e una spanna sotto le divinità.

Diego Armando Maradona a “La Bombonera” durante una partita del Boca Junior.

Tutti concordano che la sua impresa sportiva più grande fu il gol che rifilò agli inglesi ai mondiali del 1986 (a scanso di equivoci si tratta del secondo, già descritto in questo post), da qualche anno però è stato finalmente riconosciuto il contributo che Hugo Morales, all’epoca un giornalista di nemmeno 40 anni, diede a quel capolavoro. Con una telecronaca (la telecronaca del secolo) di nemmeno un minuto scolpì le movenze di Maradona nel marmo della storia, creando una colonna di Traiano fatta di parole.

Morales, uruguagio di nascita ma argentino di adozione,  ha una faccia da attore hollywoodiano anni ’50, e nonostante abbia scritto libri, dato la voce a centinaia di partite per tutti resterà quel pazzo che urlava “aquilone cosmico” e che tratteneva a stento le lacrime di gioia.

Ho smesso di vedere le partite in TV da anni, ormai preferisco la radio, per questo in questo video non trovate il gol di Maradona, ma una sua trasposizione artistica ad accompagnare la telecronaca del secolo.
Perdete anche voi un minuto, alzate il volume del vostro smartphone e fatevi raccontare la Storia dalla voce di Hugo Morales.

 

“…la va a tocar para Diego, ahi la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del futbol mundial, y deja el tercero y va a tocar para Burruchaga… Siempre Maradona! Genio! Genio! Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… y Goooooool… Gooooool… Quiero llorar! Dios santo! Viva el futbol! Golazo! Diego! Maradona! Es para llorar perdonenme… Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cosmico… de que planeta viniste? Para dejar en el camino tanto ingles, para que el pais sea un puno apretado, gritando por Argentina…. Argentina 2 – Inglaterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Gracias dios, por el futbol, por Maradona, por estas lagrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0… ”

“…la passa a Maradona, ora Maradona col pallone, lo marcano in due, Maradona tocca la palla, si dirige sulla destra il genio del calcio mondiale, e supera il terzo e forse la passa a Burruchaga… Sempre Maradona! Genio! Genio! Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… GOOOOL! GOOOOL! Voglio piangere! Mamma mia! Che gol meraviglioso! Diego! Maradona! Sto piangendo, perdonatemi… Maradona, in una corsa memorabile, nella giocata più bella di tutti i tempi… aquilone cosmico… da quale pianeta sei venuto? Per lasciare sul posto tanti inglesi, perché ora tutta una nazione sia un pugno stretto, sta gridando per l’Argentina… Argentina 2 – Inghilterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 – Inghilterra 0….”

Hugo Morales

Ruslan and Lyudmila

There stands a hut on hen’s legs, hairless,
Without windows and doors;
There visions fill a vale and forest;
There, at a dawn, come waves, the coldest,
On the deserted sandy shore,
And thirty knights, in armors shone,
Come out the clear waves in a colon…

Ruslan and Lyudmila (Aleksandr Pushkin)

Credo sia ufficiale, dopo le tigri siberiane e i rinoceronti bianchi, anche i turisti sono in via d’estinzione.
Li cerchi ma ne trovi a fatica, e quando per caso ne intercetti un paio, loro negano tutto definendosi “viaggiatori”.
A volte, nei casi più estremi, ci fanno pure un Blog, per meglio raccontare le loro avventure (mi ricorda qualcuno).

Passano un weekend a Parigi, si sono prenotati da soli sia il volo che l’albergo (“Pensa, dormivamo sopra il bar di Amelie”), tornano e ti raccontano che hanno visto, anzi vissuto Parigi come veri parigini.
E io penso che volare fino a lassù, per passare il weekend all’Auchan e all’Ikea (immagino sia dove i parigini spendano il loro fine settimana) non sia molto intelligente, visto che i centri commerciali ci sono anche qui.
I peggiori però sono quelli che ti raccontano del Deserto (con la “D” maiuscola), di quel silenzio surreale, il cielo di notte così vicino da poterlo toccare, il tramonto e i suoi colori, l’alba e suoi colori, quell’infinita distesa di sabbia senza persone (certo, andate al Lido a Novembre, e vedete quanta gente c’è su quell’infinita distesa di sabbia chiamata “spiaggia”).
E quando te lo raccontano sembra quasi di vederli, agghindati come Lawrence d’Arabia, i Bruce Chatwin de noantri, tutti viaggiatori, e nessun turista.

Bene, il deserto l’ho visto anche io. Preparatevi.

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Pass Mensile della Greyhound, copia originale.

 

Iniziai il mio Grand Tour nordamericano con gli autobus della Greyhound una sera di Ottobre. Il giorno prima un terremoto aveva fatto tremare tutta Los Angeles, ma per fortuna non si era trattato del tanto temuto “Big One”, in ogni caso lasciare la California dopo che mi ero svegliato con l’armadio sopra il letto non sembrava poi così una brutta idea.
In piena downtown la stazione Greyhound dalla quale partivo era grande più o meno come un aeroporto di medie dimensioni.
Il posto era caotico, pieno di gente in maggior parte ispanici e asiatici, l’inglese non pareva essere la lingua più usata. Era buio e stranamente per Los Angeles pioveva, una pioggia sottile, mi sembrava di essere in “Blade Runner”, la scena nella quale Harrison Ford ordina i noodles ad un chioschetto di un cinese.

Il tipo che mi accompagnava, Rafael, era uno dei camerieri messicani del ristorante nel quale lavoravo, forse quello più stronzo e rancoroso, eppure l’unico che si era offerto, anche perché abitava da quelle parti.
Adesso capivo perché era sempre incazzato.

Sistemato lo zaino nel bagagliaio presi posto nell’autobus, cercai un sedile isolato, fu facile visto che ci saranno stati una decina di passeggeri in tutto. Evidentemente Phoenix non era un posto così richiesto ad Ottobre, e nessuno si era spaventato troppo per quel terremoto.
Mentre ci facevamo largo tra le strade trafficate del centro, dal finestrino guardai le luci della città scorrere davanti a me, sembrava di essere in un video musicale dalle pretese artistiche, per la prima volta da molto tempo provai del disagio, forse una specie di paura. Che ci facevo seduto in quell’autobus? Cavolo, non avevo nemmeno diciannove anni ed ero già in California, che potevo chiedere di più dalla mia vita?

Ormai era troppo tardi per tornare indietro, cercai nella guida la pagina su Phoenix, e dopo un paio di righe chiusi gli occhi, sapendo che all’indomani mi sarei svegliato in Arizona.
Fu all’alba che vidi il Deserto, sul suo silenzio non saprei che dire, dato che i finestrini del Greyhound erano a prova dei concerti degli Einstürzende Neubauten, ma lo spettacolo che si materializzò davanti ai miei occhi fu davvero incredibile.
Il benvenuto dell’Arizona fu la visione in technicolor del deserto, come solamente Zagor sotto peyote poteva sperare di vedere, la luce dell’alba colpiva le rocce e i pochi arbusti creando immagini magnifiche.
Mai mi sarei aspettato un’esplosione di colori del genere, tanta bellezza mi sommerse, come le onde del pacifico in riva al mare, per un attimo entrai in quel paesaggio, e quel paesaggio entrò in me poi, forse perché erano “troppo”, quell’immagine e quei colori finirono in qualche scatola nella soffitta del mio cervello.

Come saprete già, la TV digitale offre un mondo parallelo alternativo, spesso i responsabili di rete sono costretti a sforzi immani per riempire palinsesti infiniti, così capita che vengano ripescate pellicole improbabili e dimenticate.

Durante una notte insonne mi imbatto in un film “fantastico” (scoprirò dopo essere “Ruslan and Lyudmila”, tratto da un opera di Puskin, in italiano “Il castello incantato”), una specie di Promessi Sposi russo, però più epico.
La storia gira attorno alle prove che affronta il principe Ruslan per salvare l’amata Lyudmila, rapita da un mago durante un banchetto di nozze. Il tutto ambientato nella Russia del IX secolo.

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Ruslan risveglia la sua amata

Il film di per sé scorre anche bene, nonostante gli oltre 140 minuti di durata, le scene delle battaglie che incendiano le steppe sono meravigliose, ricordano quelle del “Lawrence d’Arabia” o di altri colossal degli anni ’50.
Con mio grande stupore scoprirò qualche giorno dopo che il film non è stato girato in quegli anni, ma bensì attorno al 1970.
Per capirsi, quando Kubrick produceva “2001 Odissea nello spazio”, i russi, grazie al loro maestro Aleksandr Ptushko (autore tra l’altro di meravigliosi lungometraggi animati), se ne uscivano con un film del genere, con effetti speciali così naif e psichedelici al tempo stesso, che nemmeno il miglior Anthony M. Dawson (aka Antonio Margheriti) sarebbe stato in grado di concepire.

Lyudmila in volo

La parte che mi colpisce di più, a parte le scene delle battaglie, è quella ambientata in una specie di foresta incantata. Qui Ptushko consuma tutta la scatola dei colori, e riempie lo schermo di cristalli luccicanti, piante dalle cromie improbabili e mostriciattoli che si muovo sospesi da fili (in)visibili.
La visione di quella foresta ipercolorata scuote la soffitta dove tengo, ben inscatolati, tutti i miei ricordi, e così mi riappare davanti gli occhi il deserto in Arizona, con i suoi colori e le luci dell’alba riflesse dalle ricce e dalle poche piante, e soprattutto riemerge il ricordo di quello che capitò subito dopo in quella corriera della Greyhound.

Mentre sono ancora abbagliato dallo spettacolo straordinario dell’alba, qualcuno dietro a me inizia ad urlare, faccio fatica a capire cosa voglia, ma sembra chiedere all’autista di fermarsi.

Mi giro e vedo un ragazzo che avrà avuto la mia età, ha la pelle olivastra e i capelli lunghi e così neri che sembrano avere dei riflessi azzurri, è già (o ancora) visibilmente ubriaco, cammina ondeggiando nel corridoio dell’autobus e continua ad urlare all’autista di accostare.

Si avvicina alla porta posteriore e cerca di aprirla, l’autobus finalmente si ferma, il ragazzo sembra calmarsi e l’autista gli chiede perché vuole scendere, visto che siamo in mezzo al nulla, lui lo guarda sorpreso, dice che è un indiano e che la sua riserva è dietro la collina.

Quando la porta si apre il tipo si gira e mi saluta, poi salta giù, lo vedo arrampicarsi a fatica sulla collina, fino a quando scompare, inghiottito dalla nuvola di polvere sollevata dall’autobus.

Eppure mi sembrava che gli indiani nelle storie di Zagor non fossero così.

The last picture show

Sonny: “Is growin’ up always miserable? Nobody seems to enjoy it much.”
Sam: “Oh, it ain’t necessarily miserable, about eighty percent of the time, I guess.”

The last picture show – Peter Bogdanovich

 

Entro nella sala del ristorante dalle cucine, sono quasi le 15.00, anzi le 3 pm, visto che sono nel ristorante di mio zio a Los Angeles, ma potrebbe pure essere notte fonda, non saprei dirlo perché la sala non ha finestre, è un classico ristorante anni ’70 fatto di piccoli tavoli e “booth” illuminati da luci fioche appese alle pareti.

Tutti i tavoli sono vuoti e pronti per la cena, tranne quello dove sta seduto mio zio. Appena mi vede scuote la testa e dice. “You’re just a kid“, lo dice con un malcelato disappunto guardando la mia t-shirt azzurra con il logo di Superman, che io invece porto con un discreto orgoglio.

You look good to me“. Una voce di donna arriva dal tavolo in penombra di fronte a quello di mio zio, fino a quel momento pensavo non ci fosse nessun cliente ma adesso che ha parlato scorgo una signora bionda sui cinquanta. Quando la ringrazio lei mi invita a sedersi al suo tavolo, aggiungendo che non è bello lasciare che una signora mangi da sola.
Controllo con mio zio per capire se sia tutto a posto e lui sibila un “sentite, miga te morsega” (per i non Veneziani “siediti, mica ti morde”). Ora che le sono a fianco vedo che probabilmente ha più di sessant’anni, si capisce che da giovane doveva essere una bellezza, e lei se ne ricorda ancora, visto che mette in mostra una scollatura da competizione, merito probabilmente di un ottimo chirurgo plastico della zona.

Mi chiede il mio nome e che ci faccio a Los Angeles, io le spiego che sono qui momentaneamente, ho messo la mia vita in “pause” (e lo pronuncio perfettamente, tipo “pousz”) e sto decidendo cosa fare.

Si presenta come Cloris, poi quando le chiedo cosa fa, noto un’impercettibile delusione nei suoi occhi e dice di essere un attrice.
Non va bene, non riconoscere un’attrice quando ce l’hai di fronte non è il modo migliore per iniziare una conversazione con lei, ma a mia discolpa c’è da dire che indosso la t-shirt di Superman, mica quella di Dio, non è detto che sappia tutto.

Poi, a rincarare la dose  aggiunge: “A good one too, I even won an Oscar“.

A questo punto mi sale il panico, deglutisco a fatica, potrei giocare la carta della disperazione e dirle che sono cieco, ma è da quando che mi sono seduto che le fisso le tette, non credo ci cascherebbe. Devo aver la faccia di un cucciolo impaurito, perché la tipa mi tocca la mano e mi rassicura dicendo che l’Oscar l’aveva vinto più di vent’anni prima,  con un film in bianco e nero e che giustamente capiva se non l’avevo mai visto, poi mi dice il nome del regista e il volto mi si illumina, finalmente tutti quei pomeriggi passati sulle dure sedie di legno del cinema Accademia di Venezia mi tornano utili.

Le dico che invece quel film l’ho visto, e che mi ricordo perfettamente di lei.

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Sonny Crawford (Timothy Bottoms) con Ruth Popper (Cloris Leachman) in una scena del film “The last picture show”.

Quando Il Poltronauta non era ancora il miglior blog di Cannaregio avevo un’idea che mi tormentava, volevo scrivere un libro sulle sale cinematografiche scomparse di Venezia, raccontate attraverso i film che in quelle sale io avevo visto (OK, ora uno dei dodici lettori di questo blog mi può rubare l’idea), percorrere Venezia nello spazio e nel tempo, come aveva fatto Burt Lancaster nel film “The Swimmer“, che aveva attraversato la sua vita (nel tempo e nello spazio) attraverso le piscine della sua zona (non hai ancora letto il post? Leggilo qui!).

Avevo già il titolo pronto: “I miei luoghi scuri”, mutuato dal libro di Ellroy “I miei luoghi oscuri”, poi invece non ne ho fatto nulla, anche se si possono ritrovare molte di quelle storie in alcuni dei post de Il Poltronauta.

Di recente (per i lettori di un futuro lontano, stiamo parlando del Dicembre 2016) la questione dell’abbandono delle sale cinematografiche veneziane è ritornata (brevemente) di moda, quando la famiglia Coin, dopo un restauro piuttosto conservativo, ha deciso di affittare il glorioso Teatro (ex cinema) Italia ad una nota catena di supermercati, generando tutta una serie polemiche, soprattutto nei cosiddetti “social”. Gli unici concreti risultati di questo turno di polemiche sono stati quello di far consumare megawatt di batterie di cellulari e quello di tenere un po’ di gente online esposta alle pubblicità di Zuckerberg.

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Espositori del pane ed affini con affresco, Teatro Italia, Venezia.

Vero, un altro spazio pubblico culturale veneziano è stato trasformato in una macchina da “schei”, ma in fin dei conti quella sala aveva smesso di essere un cinema almeno 30 anni prima e, dopo essere stata un’aula universitaria, era abbandonata da anni. Almeno adesso tutti possono ammirare i bellissimi affreschi che fanno da sfondo a scaffali illuminati come se esponessero delle sculture di Giacometti, e non dei pacchi di fusilli. Mi piacerebbe però incontrare un giorno dei veneziani seduti sui corridoi dei detersivi, con il cappotto in mano, pronti a vedere una pellicola in quarta visione, un po’ come facevano gli aborigeni nel film di Herzog “Dove sognano le formiche verdi”, che continuavano a sedersi sul pavimento del supermercato attorno all’area dove una volta sorgeva il loro albero magico.

Capisco che in un mondo perfetto quella sala sarebbe ancora un Teatro dove ascoltare concerti, vedere spettacoli, ma posso affermare senza timore di smentita che non siamo in un mondo perfetto.

Quello che è certo è che senza l’intervento delle giunte del passato Venezia, città che ospita il più vecchio festival internazionale della Cinema, oggi sarebbe senza sale cinematografiche. A riprova che la classe imprenditoriale veneziana è miope e che della città, purché continui a vomitare soldi, non importa nulla. I veneziani che su Venezia guadagno cifre che imbarazzerebbero ogni coscienza pulita, si sono dimostrati i soliti nani seduti sulle spalle dei giganti.

Resistere è un dovere, non c’è alternativa, e ammiro le iniziative di molti dei miei concittadini, ma a malincuore devo dire che dubito saranno i suoi abitanti a salvare Venezia, non sono forse stati proprio i veneziani a ridurla così?

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La facciata dell’ex Teatro Italia

Ne “I miei luoghi scuri” ci sarebbe stato anche il Cinema Teatro Italia.

Nella tarda primavera/inizio estate dei miei 13 anni quel cinema stava già scendendo i gironi danteschi della decadenza che aveva colpito molte delle sale veneziane, e per far cassa aveva iniziato a proiettare anche pellicole vietate ai 18, alternandole a film vecchi di almeno 3 anni e a commedie italiana vietate ai 14.  Me lo ricordo perché in una di quelle domeniche, vuote come solamente le domeniche degli adolescenti possono essere, assieme a dei miei amici avevamo cercato ti andare a vedere una film scollacciato italiano, salvo essere respinti quando uno dei miei amici ebbe la brillante idea di chiedere lo sconto per i minori di 14 anni. La cassiera ci guardò con un misto di tenerezza e disperazione, dicendo che già erano pochi i giorni con proiezioni “normali” che preferiva evitare problemi con i controlli.

Poco dopo ritornai al Cinema Italia con mio padre per vedere “Apocalypse Now”, ovviamente in terza o quarta visione. Il film era vietato ai 14 e mentre mio padre acquistava i due biglietti (saggiamente due biglietti per adulti) ebbi il terrore che la cassiera potesse riconoscermi, ma così non fu.

Del film ho vaghi ricordi: il gigantesco ventilatore da soffitto con Martin Sheen sdraiato a letto intento a combattere il caldo, un giovane (e magrissimo) Larry Fishburne alle prese con una mitragliatrice a  bordo di una barca sul Mekong, ovviamente gli elicotteri con la cavalcata delle Valchirie a tutto volume con Robert Duvall che incita i suoi soldati a surfare sotto le bombe (“Mi piace l’odore del Napalm al mattino, sa di vittoria”) e infine un gigantesco Marlon Brando, che nella penombra del suo rifugio/grotta, con il sudore che gli riga il volto, recita “The Hollow Men” di  T.S. Eliot e quel “The horror, the horror” finale, che da solo vale tutto il film.

Non mi ricordo altro, nemmeno la reazione di mio padre, ma con ogni probabilità non fu colpito dal film, visto che era, se pur pacifista, un grande amante di film di guerra, e “Apocalypse Now” è tutto fuorché un film di guerra.

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“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper” –  The Hollow Men, T.S. Eliot

 

Cloris Lechman si lascia scappare un sospiro, ha gli occhi lucidi, si passa una mano su di uno zigomo, come se volesse togliersi una ciglia, poi con un gesto di teatrale eleganza (in fin dei conti aveva vinto un Oscar) si guarda l’orologio che tiene al polso, e dice che deve andare. Si alza dal tavolo e d’istinto mi alzo anche io, mi appoggia una mano sul petto e mi sfiora la guancia con un bacio, dicendomi “Good luck, Superman”.

Non so come ci sono riuscito, ma per circa 10 minuti è rimasta in silenzio ad ascoltarmi mentre le racconto in un inglese quasi comprensibile di quella volta che ho visto “The last picture show” al Cinema Accademia di Venezia, in quella che era la mia sala cinematografica preferita.

Le descrivo della biglietteria minuscola, quasi un tutt’uno con i muri dell’entrata (al punto che a tutt’oggi non mi ricordo di una porta d’ ingresso per i bigliettai),  le caramelle alla menta che si potevano comperare solamente in quel posto, le racconto dei gestori di quella sala, con addosso il loden anche ad Agosto, delle terribili sedie di legno, dell’odore di umidità che puoi sentire solo a Venezia, del rumore dello scorrere della pellicole (ometto la storia del batti carne del ristorante vicino,  come scritto in questo post, non mi sembra poetico abbastanza).

Mentre do fondo al mio scarso vocabolario di Inglese per restituirle al meglio i miei ricordi, ho la solita epifania alcolica (esatto, non avevo accennato che lo zio nel frattempo continuava a riempirmi il bicchiere con del rosso californiano), le dico che il Cinema Accademia, con quell’aria dismessa, sempre prossimo alla chiusura (in effetti chiuderà non molto dopo)  “è” il cinema di Sam ad Anarene (dove “The last picture show” è ambientato), che la mia permanenza in California di quei mesi è il mio distacco definitivo con l’adolescenza, così come la guerra di Corea (fatte le debite distinzioni) lo era per Duane/Jeff Bridges nel film che le aveva fatto vincere l’Oscar.
Vorrei anche esprimere tutto il mio apprezzamento per il suo ruolo da “milf” in quel film, ma non sono ubriaco abbastanza.

Tornai in Italia poche settimane dopo quell’incontro, non mi ricordo se riuscii a vedere ancora qualche film al Cinema Accademia, purtroppo la mia memoria gioca brutti scherzi.

Mi ricordo però che da li a poco mi liberai della mia t-shirt da supereroe, forse aveva ragione mio zio, in fondo anche Superman un giorno deve crescere.