Ancora cadrà la pioggia sui tuoi dolci selciati, una pioggia leggera come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba fioriranno leggere come sotto il tuo passo, quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali i gatti lo sapranno.
Cesare Pavese – I gatti lo sapranno
Sono passati molti anni dall’ultima volta che mi è stato recapitato a casa un pacco, ovviamente non mi riferisco ad un pacco di Amazon o di qualsiasi altro e-commerce più o meno noto.
Intendo dire che sono molti anni che non mi arriva un pacchetto da parte di un amico, una scatola con un regalo inaspettato, come una decina di CD masterizzati di band sconosciute, materiale da cartoleria, pupazzetti, libri e cose del genere.
Uno degli ultimi ricevuti è stato un pacco a sorpresa per Natale da parte di Derek e Lauren, una coppia di amici americani. Assieme a delle cartoline di loro creazione e ad una serie di penne, nella scatola c’era una specie di libro, la raccolta uscita nel 2004 della rivista “Found Magazine”, modestamente intitolata “Found: The Best Lost, Tossed, and Forgotten Items from Around the World “.
Stando alla pagina di Wikipedia dedicata alla rivista (si, c’è pure una pagina su Wikipedia) “Found Magazine” è nata a fine del secolo (o millennio?) scorso, quando Davy Rothbart, un quacchero di Chicago, al tempo poco più che ventenne, si è ritrovato un biglietto lasciato per errore sul parabrezza della sua macchina, che aveva parcheggiato per andare a vedere una partita di basket. Con un pizzico di voyeurismo, leggendo la nota, Davy aveva avuto un assaggio della vita di questo sconosciuto, come stesse spiando dal buco della serratura. Durante la partita di basket, aveva condiviso l’entusiasmo del ritrovamento con il suo amico Jason Bitner, i due subito avevano avuto l’idea di chiedere ai loro amici di raccogliere fotografie e biglietti trovati per strada.
Nel giro di poche settimane gli arrivano una tale quantità di materiale che i due decidono di farne una fanzine, fotocopiandola in 50 esemplari presso la sede locale della catena di Kinko’s (un’azienda che al tempo aveva oltre 1.000 sedi sparse in tutti gli Stati Uniti, fondata a Santa Barbara negli anni ’70 da tale Paul Orfalea, che nel 2004 ha deciso di vendere a FedEx per la cifra di 2.4 miliardi di dollari). Ma al posto delle 50 copie ordinate (e pagate) Rothbart e Bitner se ne ritrovano 750, merito di un anonimo benefattore, in realtà un impiegato di Kinko’s fuori servizio, che letta la prima copia decide che un tale capolavoro debba meritare più visibilità.
Con a disposizione una quantità del genere i due iniziarono a distribuire la fanzine in molti negozi della zona, il successo fu tale che a partire dal 2001 “Found Magazine” ha avuto circa un’uscita all’anno (con una distribuzione nazionale), anche grazie ai lettori della stessa rivista che iniziarono. mandare in redazione i vari appunti, lettere, volantini, foto, elenchi e disegni scartati trovati per strada. Se ve lo chiedete, l’ultimo numero è uscito nel 2013.
Il libro che Derek e Lauren mi avevano spedito era la prima delle varie raccolte che i due fecero uscire sotto formato di libri. Per la precisione i volumi sono cinque, l’ultimo uscito nel 2014.
“Found magazine” mette su carta una serie di frammenti di vita quotidiana comune, che ricomposti e impaginati costruiscono una storia alternativa, spesso sono semplici note che raccontano solamente l’inizio, oppure una parte intermedia o finale di un “qualcosa”, lasciando a noi dei vuoti da colmare, forzandoci ad immaginare sviluppi improbabili.
Evidentemente Derek e Lauren, pur frequentati poco e lontani, mi conoscevano bene. Quel libro era musica per le mie orecchie, io che ho sempre amato raccogliere “pezzi di vita altrui” fin dall’adolescenza, come testimoniano dei disegni di un bambino (o bambina?), raccolti in strada nel mio primo viaggio a Londra, rimasti appesi per anni dietro la porta della mia cameretta.
Un’abitudine, quella di raccogliere oggetti per strada, che mi è rimasta anche adesso. Mi capita di continuo di fermarmi e chiedere alla mia schiena malconcia lo sforzo di piegarsi su fotografie di sconosciuti, su biglietti di metropolitane di capitali europee, piccoli oggetti luccicanti, fino a documenti d’identità.
Tra gli ultimi, una carta d’identità in plastica di tale Najida, una tizia tedesca di origini mediorientali, raccolta tra i binari di una ferrovia quasi dismessa a Marghera. Quando sono riuscito a contattarla via Facebook per chiederle l’indirizzo al quale spedirla, ho visto che condividevamo lo stesso compleanno, coincidenza insolita (per gli amanti della statistica trattasi di 1 possibilità su 365, il tutto moltiplicato dalle eventualità che una persona perda un documento e che un’altra lo ritrovi, vedete voi insomma le percentuali).
Durante la mia variegata vita professionale, per circa un anno ho lavorato ad un sito, molto ambizioso, per la vendita on line di vestiti usati, in un ruolo che quelli che hanno studiato chiamerebbero “project manager”, e che includeva anche il compito di fotografare i capi, editare le immagini e descrivere il prodotto. Si è rivelato un viaggio breve ma intenso, del quale non mi pento, nonostante la fine prematura e inaspettata.
Immerso in quei quintali di abiti riciclati, tutto sommato mi sentivo felice, la parte necrotizzata del mio cuore non doleva più di tanto e rimettere in circolo tutti quei vestiti usati riempiva di orgoglio il mio lato eco-friendly.
Mentre selezionavo i capi da fotografare iniziai a chiedermi quali potessero essere i motivi che spingono una persona a comperare un indumento usato. Domanda non semplice e sostanzialmente inutile, ma il mio cervello è fatto così.
Arrivai alla conclusione che i motivi sono (quasi) infiniti: qualcuno compra una giacca di seconda mano perché costa meno di una giacca nuova, oppure sceglie una camicia vintage perché nessuno dei suoi amici ne ha di simili, oppure proprio perché ce l’hanno tutti.
C’è chi acquista dei pezzi che ricordano la propria adolescenza, oppure perché li hanno visti indossare dai propri genitori in vecchie fotografie sbiadite.
Molte persone hanno anche capito che acquistare un paio di jeans usati non solamente ti permette di indossare un capo molto spesso di migliore qualità rispetto alle produzioni attuali, ma comprare usato ti regala l’occasione di riutilizzare vestiti che la fast fashion, il male strisciante che sta avvelenando il mondo (cercate online le immagini di montagne di vestiti lasciati marcire nei deserti del terzo mondo, se volete soffrire) vorrebbe acquistati, usati una volta (a volte nemmeno quella) e gettati via.
Certo, moltissimi dei capi usati che si possono trovare nei vari negozi di seconda mano non sono perfetti, hanno dei piccoli segni del tempo che nulla tolgono alla loro bellezza, anzi molto spesso ne aumentano il fascino. Come la copertina un po’ usurata di un libro letto da altre persone prima di te non toglie nulla al valore di quel libro.
La parte più difficile di quel lavoro era resistere alla tentazione di tenere per sé i pezzi più belli che fotografavo, ma per fortuna il mondo dell’usato tende a premiare taglie piccole, al massimo medie. Se sei alto quasi 1.90 e hai la muscolatura di un finto ex giocatore di rugby scolpita nel burro, la scelta e le rinunce sono piuttosto limitate.
Però’ mi consolavo all’idea che con ogni probabilità quel capo sarebbe stato acquistato a breve e avrebbe continuato a vivere, facendo felice un’altra persona. Non un granché di consolazione a pensarci adesso.
Mi immaginavo però che assieme all’indumento veniva venduta anche la sua storia, il suo vissuto: forse quella camicia era stata indossata per un primo appuntamento finito male, oppure quella giacca in pelle era stata usata per un viaggio in motocicletta attraverso i Balcani e così via.
Pure speculazioni, perché ovviamente sarebbe stato impossibile sapere il passato di tutti quei vestiti anche se una volta, per un puro colpo di fortuna, un capo appena fotografato è riuscito a raccontarmi un pezzo della sua storia.
Non si trattava di un capo banale, bensì di un fantastico giubbotto di sua maestà Giorgio Armani, una giacca di pelle con le maniche in lana a scacchi rossi e neri, con delle tasche altezza delle spalle chiuse da cerniere lampo, in classico stile fine anni ’90.
Aprendo una di queste tasche è saltato fuori un foglio a quadretti piegato, con un numero di telefono (fisso) scritto con una biro nera all’esterno, senza esitare un secondo ho iniziato ad aprirlo fino a spiegarlo completamente.
Appena lette le prime frasi della facciata interna sono stato catapultato sui banchi di una scuola superiore italiana, durante una lezione di italiano, quando una ragazza, evidentemente con la testa (e il cuore) altrove, scrive al suo innamorato.
La grafia è semplice e leggibile, diversa da quella del numero di telefono appuntato all’esterno. Le frasi, scritte in biro blu, riempiono tutto il foglio e scorrono veloci, senza quasi nemmeno un errore. Non c’è né luogo e né data, la lettera comincia dicendo che: “Oggi è una splendida giornata, c’è una nuvola che te la farei vedere”, adesso probabilmente una liceale innamorata si scatterebbe un selfie con la nuvola sullo sfondo e lo invierebbe via whatsapp. Sembra passato un secolo, e forse è davvero così.
Poi continua, dice che pensa spesso al mare, che ha bisogno di tramonti, di sale sulla pelle e del profumo del mare. Scrive che ha paura , che non sa cosa fare quando uscirà dalla scuola, che ha bisogno di lui, che è insicura e che ha paura di perderlo.
Il ricordo delle giornate passate al mare con lui nell’ultima estate le dona un po’ di sollievo, dice che un solo pensiero la consola: “ritornerà l’estate, l’acqua chiara e il caldo e il colore del bosco”.
E poi chiude con una delle frasi più poetiche che leggerete nella vostra vita: “Ora ti saluto, perché la prof non detta più, ti saluto e vado a leggermi un po’ Pavese, che è la cosa che più mi piace dopo di te!“.
Trattengo a malapena una lacrima.
Si firma Geraldina, ed è l’unica cosa che sappiamo di lei, non scrive il nome della scuola, neppure come si chiama il suo amato, non c’è una data, il luogo dove avevano passato l’estate assieme resta sconosciuto.
Poi mi ricordo del numero scritto sull’altro lato, mi piacerebbe fosse ancora attivo, vorrei chiamare e dire che abbiamo trovato questa meravigliosa lettera, prima controllo on line e scopro che quel numero è del distretto militare di Pisa. Forse il tizio aveva fatto la visita militare con addosso quella giacca, forse aveva cercato nelle tasche un foglio dove appuntarsi il numero del distretto e aveva trovato la lettera di Geraldina, per poi dimenticarla nella giacca quando aveva deciso di disfarsene.
In un mondo perfetto magari i due adesso sono sposati e passano le serate assieme a leggere Pavese una volta messi a dormire i loro bambini. Forse trascorrono ancora tutte le estati in quello stesso posto di mare, cercando di fare scorta di sale sulla pelle e del profumo delle onde, per rendere l’inverno più dolce.
Forse invece si sono lasciati prima dell’arrivo dell’estate successiva e Geraldina è riuscita a superare le sue paure da sola, trovando un uomo che le lettere d’amore mica se le dimentica nelle giacche, ma le conserva in una scatola che tiene in soffitta, assieme a tutti i suoi altri ricordi.
Non vi nascondo che ogni tanto penso a questi due giovani innamorati, anche se sono sicuro che nessuno di loro pensa a me, ma si sa, a volte l’amore è bizzarro.
Ora, la prossima volta che camminate per strada, fate caso ai fogli che sfiorano i vostri piedi, se comperate un libro usato cercate sul frontespizio se c’è una dedicata, sono frammenti di vite altrui che arricchiranno (forse) la vostra, inutile dirvi poi cosa dovete fare se decidete di comperare un capo usato.
Magari avrete la fortuna anche voi di trovare una lettera d’amore scritta a mano.
ti saluto e vado a leggermi un po’ Pavese, che è la cosa che più mi piace dopo di te!






Commovente.
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