Artisti, pazzi e criminali

…mi raccontò che anche lui, da piccolo, avrebbe voluto affacciarsi alla finestra, ma trovava soltanto una persiana chiusa. – Ma se uno impara a guardare, attraverso la fessura vede la luce, ragazzo, – mi disse. – Falla passare di là, come passano le farfalle. –

Non amo lavorare troppo, né correre per i corridoi di uno stadio, né forse capisco di sport quanto l’incarico richiederebbe. Ma so inventare storie bellissime.

Osvaldo Soriano

Osvaldo Soriano e il suo inseparabile sigaro

Da qualche tempo ho un incubo ricorrente, quello di non riuscire a leggere tutti i libri che in questi anni ho accumulato e continuo ad accumulare (ma senza sensi di colpa, perché un fumatore medio spende molto di più in sigarette di quanto faccia io in libri).

A peggiorare la situazione c’è la mia sindrome da album Panini.

Mi spiego meglio, una volta che scopro uno scrittore tendo a comperare e a voler leggere tutti i suoi libri. Prendete ad esempio questo tizio russo, Fyodor Dostoevsky, dopo aver letto “Delitto e castigo” in una vecchia edizione BUR che mi è costata almeno una mezza diottria, ora vorrei tutte le sue opere, ma a quanto pare sono tantissime, non so se ho davvero voglia di farlo.

Ne “Le vie del Signore sono finite” Troisi giustifica il suo totale disinteresse alla lettura a suo modo, dicendo: “Io non leggo mai. Non leggo libri, cose… Pecche… Che comincio a leggere mo che so’ grande, che i libri sono milioni e milioni? Non li raggiungo mai, hai capito? Pecche io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere.”

Ammetto di aver fatta mia questa battuta per nascondere le mie lacune letterarie. Però posso dire che di uno scrittore ho letto l’intera produzione, aiutato anche dal fatto che Osvaldo Soriano, questo è il nome dello scrittore, complice un tumore ai polmoni guadagnato grazie alla sua passione per il fumo, ha lasciato questa vita nel 1997 a poco più di 54 anni.

Se, incredibilmente, non lo conoscete potreste iniziare dalle sue raccolte di racconti brevi come “Fútbol” oppure “Pensare con i piedi” (attenzione, alcuni racconti si trovano in entrambi i libri).

Argentino e di sinistra (ah, com’è passata di moda questa parola!), discreto centravanti prima che si spaccasse un ginocchio in uno scontro di gioco, Osvaldo Soriano ha iniziato a lavorare come giornalista nella redazione de La Opinión, un giornale che era nato per rivolgersi alla borghesia liberale e di sinistra. Poco tempo dopo, a causa delle mutate condizioni politiche, fu messo in panchina dalla direzione del giornale e per lunghi mesi a Soriano fu impedito di pubblicare una sola riga. In questi mesi di inattività forzata scrisse il suo primo libro “Triste, solitario y final”, mettendo le basi del suo mondo immaginario popolato di eroi improbabili, persi in avventure romantiche e picaresche, perdenti innamorati del tango e, ovviamente, del calcio.

Le cose per lui peggiorarono dopo li golpe del 1976, al punto che il buon Osvaldo decise di prendere un aereo per l’Europa dove rimase in esilio fino al 1984.

Locandina (più o meno) del film “Il Mundial dimenticato – la vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942”

Tra i suoi racconti più bizzarri ce n’è uno che si intitola “Il figlio di Butch Cassidy” e che narra un improbabile campionato del mondo di calcio giocato nel 1942 in Patagonia, mai riconosciuto dalla FIFA (Fédération Internationale de Football Association) e oramai dimenticato. La storia è affascinante, strampalata e sghemba scritta in pieno stile Soriano, il racconto è assolutamente eccezionale anche se, va detto, quel Mundial è esistito solamente nell’immaginazione dello scrittore argentino.

Nel 2011, molti anni dopo la pubblicazione del racconto, due tipi italiani, tali Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, producono un “mockumentary” (cioè un finto documentario) intitolato “Il Mundial dimenticato – la vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942” , coinvolgendo personalità del calibro di Roberto Baggio, Gary Lineker, Jorge Valdano, Víctor Hugo Morales e João Havelange, se non sapete chi sono potete usare “ecosia”, un motore di ricerca che pianta alberi di continuo per compensare le emissioni di co2 causate dai loro server nelle ricerche nel web.

Locandina ufficiale del film “Copa 71”

Quando ho letto per la prima volta il programma della mini rassegna cinematografica curata da “Ultimo Uomo”, una rivista on line che racconta storie di sport, scritte con amore da un manipolo di persone che con ogni probabilità hanno letto tutti i libri di Osvaldo Soriano, ho scoperto che anche uno dei tre documentari (nello specifico “Copa 71”) parla di un mondiale di calcio non riconosciuto dalla FIFA e dimenticato da tutti ma, a quanto pare, questa volta la storia è tutta vera.

30 maggio 2024, il giorno della proiezione del secondo documentario, tra un paio di ore il Venezia FC giocherà a Cremona la prima delle due finali dei playoff per salire in Serie A, io decido di andare al cinema Rossini (sempre di Venezia) a vedere un film che parla (anche) di calcio.

Gli schermi posti sopra la biglietteria mostrano i tre film in programma per la sera e, a fianco alla locandina digitale con il titolo del film, ogni schermo riporta il numero dei posti ancora disponibili.

Per la proiezione di “Copa 71” siamo a quota 137, sapendo che la sala ha 140 poltrone non si tratta di un numero confortante. Il responsabile del cinema Rossini, che ha aiutato ad organizzare questa rassegna, se ne sta in piedi vicino alla biglietteria, sta parlando sottovoce con un tizio che ha l’aria di uno che in questo cinema ci sta lavorando, sembra si sia arreso all’evidenza che le persone presenti in sala saranno addirittura meno rispetto a quelli del primo documentario “Allihopa The Dalkurd Story”, che narrava l’ascesa di una squadra dal cuore curdo che dall’ultima categoria del calcio svedese era riuscita ad arrivare alla “serie A”.

Una scena tratta dal film “Allihopa The Dalkurd Story”

Per quella proiezione eravamo 14, inclusi due tipi della rivista “Ultimo Uomo”, inutile dire che si tratta di una di quelle storie che avrebbe fatto impazzire Osvaldo Soriano: una squadra di un paesino sperduto della Svezia, fatta di esuli politici, immigrati africani e di biondi autoctoni, sponsorizzati da una catena di kebab, che diventano una specie di nazionale di un paese che non esiste, il Kurdistan, di un popolo perennemente sconfitto dalla storia. Il documentario racconta di un miracolo, quello di far arrivare una squadra con la bandiera del Kurdistan cucita sul petto in serie A del campionato svedese. Poco importa che siano subito retrocessi e che adesso, a distanza di 6 anni, la squadra sia fallita per motivi economici. Anzi, proprio la sua parabola orgogliosamente perdente farebbe innamorare Soriano ancora di più.

Copa 71

Prima della proiezione di “Copa 71” alle 19.00 è previsto l’intervento in sala di una giornalista di “Ultimo Uomo” per introdurre il film, un po’ come si faceva nei cineforum degli anni ’70, ma sono già le 19.05 e non si vede ancora nessuno, ad un certo punto entra in sala il tizio che prima avevo visto sconsolato vicino alla biglietteria e ci comunica che della giornalista non c’è traccia e che il film inizierà comunque fra poco. Lo dice con un tono così rassegnato che nessuno dei pochi presenti ha il coraggio di chiedergli di usare la recente tecnologia del telefono mobile per capire che fine abbia fatto la tipa.

Scena del film rubata durante la proiezione

Buio in sala, partono le prime immagini.

Come ogni volta che guardo un documentario scopro qualcosa di nuovo, in questo caso subito salta fuori che agli albori del calcio nel Regno Unito c’erano centinaia di squadre di sole donne e che successivamente il calcio al femminile fu bandito per motivi di salute delle donne stesse. Una manciata di uomini attempati che decide cosa sia sano e cosa non lo sia per il corpo di una donna, niente di nuovo insomma.

Poi inizia la storia di “Copa 71”, il mondiale di calcio femminile giocato dal 15 agosto al 5 settembre nel 1971 in Messico, una vicenda così bizzarra e strampalata che sembra davvero uscita dalla penna di Osvaldo Soriano.

Le squadre a contendersi il titolo sono solamente sei, quattro dall’Europa: Danimarca, Francia, Inghilterra, Italia e due dal continente americano, l’Argentina e le padrone di casa, il Messico.

Come per i mondiali di Patagonia 1942 anche il mondiale di calcio femminile del 1971 non viene riconosciuto dalla FIFA, ad organizzarlo è allora la FIEFF (Federation of Independent European Female Football) grazie ad un generoso contributo dello sponsor “Martini & Rossi” che copre tutte le spese. A dire il vero non si tratterebbe nemmeno della prima edizione di un mondiale al femminile, visto che l’onore spetta al torneo svolto in Italia (!?) nel 1970, sempre organizzato dalla FIEFF e sempre con lo stesso sponsor, che anche in questo caso si accollò tutti gli oneri. Di questa prima edizione però non rimane praticamente nessuna immagine o filmato.

La squadra dell’Inghilterra poco prima di imbarcarsi sul volo di ritorno, da notare le due calciatrici infortunate con tanto di piede ingessato

Come in ogni campionato che si rispetti, anche in questo mondiale ci sono gironi eliminatori (solamente due), le semifinali e la finale. Non vi dico chi alla fine vince la coppa, perché spero riusciate a vedere il documentario prima o poi (e poi se siete curiosi potete sempre usare “ecosia”), sappiate però che di gesti tecnici non ce ne sono molti, il livello calcistico, pur considerando che sono passati più di 50 anni è abbastanza basso, ma non credo sia importante a questo punto.

Un fotogramma della rissa fra la nazionale italiana e quella messicana (sulla destra Elena Schiavo)

Il film alterna immagini originali girate in pellicola nel 1971 ad interviste ad alcune calciatrici fatte ai tempi nostri, ed è strano vedere queste signore settantenni raccontare quei giorni lontani, consapevoli di aver letteralmente fatto la storia anche se, qui devo fare spoiler, una volta tornate a casa le calciatrici di quella specie di mondiale vissero solamente qualche attimo di notorietà per finire nell’anonimato subito dopo.

Nel suo piccolo quel torneo racchiudeva tutti gli ingredienti di un campionato mondiale vero: centinaia di tifosi che circondavano i pullman delle squadre a caccia di autografi, arbitraggi clamorosamente di parte (vedi semifinale tra Messico e Italia, finita in rissa), copertura mediatica straordinaria e una finale svolta allo stadio Atzeca di Città del Messico (si, lo stesso stadio del gol del secolo di Maradona a Mexico86) con oltre 110.00 persone sugli spalti, a tutt’oggi il numero più alto di spettatori per una partita di calcio femminile.

L’italiana Elena Schiavo

Il primo vero mondiale di calcio femminile riconosciuto e organizzato dalla FIFA si sarebbe giocato solamente 20 anni dopo, nel 1991. Oggi, a distanza di oltre 30 anni, il calcio femminile è uno sport professionistico quasi ovunque, certo, i guadagni sono ben lontani da quelli dei loro colleghi uomini, ma anche il giro di affari è molto più basso, lentamente però sta diventando normale che le bambine (e poi le ragazze) giochino a calcio.

“Copa 71” racconta non solamente l’evento sportivo, anzi in questo caso i risultati sono quasi la cornice del film, ma anche quello che succede dopo la finale all’Atzeca (la vera storia per me), ci fa scoprire come quelle ragazzine (altro spoiler, l’autrice della tripletta nella finale aveva al tempo 15 anni) una volta tornate a casa , dopo un attimo di gloria, vengano dimenticate, derise e rimesse al loro posto.

Ecco, per questo so che quel mondiale di calcio femminile del 1971 si è svolto per davvero, a differenza del mondiale in Patagonia del 1942 immaginato da Soriano, perché se “Copa 71” fosse stato un suo racconto probabilmente l’arbitro della finale si sarebbe innamorato della capitana della squadra messicana e le avrebbe regalato un paio di rigori come gesto d’amore, mentre l’aereo della squadra inglese al posto di tornare in Europa sarebbe atterrato alle isole Falkland/Malvinas per convincere il governo inglese, forti della loro fama di calciatrici, a restituire una volta per tutte le isole all’Argentina. Qualsiasi cosa insomma, piuttosto dell’oblio.

Il giro d’onore per le vincitrici del torneo

Il merito di questo documentario è quello di aver aperto uno squarcio nel buio dell’oblio nel quale questa storia eccezionale era finita, un’avventura durata poche settimane e poi dimenticata. Spero che prima o poi venga proiettato nelle scuole per mostrare come i diritti che abbiamo oggi e che ci sembrano fin troppo banali, qualche decennio fa erano, come in questo caso, solamente immaginati da donne (e qualche uomo) considerate testarde, strane, artiste (poco), pazze (sicuramente) e (quasi) criminali.

“Copa 71” ci ricorda ancora una volta che se a volte riusciamo a vedere un po’ oltre il nostro naso è perché siamo seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduti.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di Andrea C. Andrea C. ha detto:

    Da qualche tempo ho un incubo ricorrente, quello di non riuscire a leggere tutti i libri…Sì, ti capisco. E’ anche il mio incubo.
    Di calcio non ci capisco un tubo, ma ho sempre idealmente tifato per la Spal. No mi importa sei mai vincerà un campionato, la sento la mia squadra. Che vinca o non vinca.

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  2. Avatar di Nicoletta zanon Nicoletta zanon ha detto:

    Mi mmancavano i tuoi racconti.

    Bello e saggio (si può dire?), insomma, un bel regalo

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