Bee Ore e l’estate. La playlist

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“Aborro la nostalgia: le vecchie foto, le vecchie cartoline e i vecchi vestiti mi fanno senso. […] Capisco però che il passato non può essere ucciso. Lo si può vincere, si può non esserne vittima, ma non lo si può uccidere. Io ci ho provato, ma non ci sono riuscito.”

Tõnu Õnnepalu – Terra di confine

La prua di Bee Ore

Il calendario dice che l’estate è arrivata da qualche giorno, ma onestamente ci deve essere stato un problema con il corriere o non ci siamo capiti, perché qui a Venezia, a luglio 2024 d’estate c’è molto poco.

Inizio il post con i classico discorso sul meteo (che non è il tempo né il clima, mi raccomando) come fossi un boomer qualsiasi. Eppure è proprio così, questo ultimo mese (per i lettori del futuro, questo post è stato scritto attorno al 4 luglio 2024) il sole si è alternato alla pioggia con una frequenza tale che, se non fosse per i pochi spagnoli incontrati per strada, potrei pensare di essere a Dublino.

A dire il vero in questa ultima settimana una specie di estate in qualche modo è arrivata, bizzarra e sotto le mentite spoglie di un autunno baltico, ma abbastanza per poter serenamente portare il piumino in soffitta.

Come ogni estate viene a farmi visita lo spirito di “Bee Ore”, la barca di cui sono co -proprietario oramai da molti anni. Mi implora di non lasciarla da sola, almeno nei caldi giorni di agosto mi chiede di mollare gli ormeggi e farle attraversare una volta ancora la laguna, lasciando che le alghe, in quei tratti in cui il fondale è basso, le solletichino il suo vecchio fondo di legno.

Lo ammetto, quella “topa” (barca tipica della laguna di Venezia, chiamata così perché una volta rovesciata il suo profilo ricorda quello di una pantegana) meriterebbe di essere usata molto di più, di essere trattata con più amore, come direbbe Paolo Conte: “Avrà più di quarant’anni/e certi applausi ormai/Son dovuti per amore”. Oramai ha addirittura superato i cinquant’anni e credo che anche lei si sia rassegnata ad una vita più tranquilla.

La prima volta che l’ho vista è stato quando 5 miei amici, in un gesto folle che si può fare solamente attorno ai vent’anni, avevano deciso, quasi come scherzo, di acquistare questa specie di relitto, che pur con soli 15 anni di vita era messo piuttosto male e galleggiava appena. Dopo qualche mese di sapienti restauri, sotto lo sguardo sornione di un esperto maestro d’ascia (tale Tullio, all’epoca ultra settantenne, con mani grandi come badili e una conoscenza enciclopedica del restauro di barche in legno) la “topa” fu pronta al varo. Fu battezzata con due nomi: Tullio a poppa in onore del maestro e “Bee Ore” a prua, traslitterazione parziale e sbagliata (andrebbe scritta “Bełe Ore” con la ł muta, una lettera che viene usata anche in alcune lingue slave e nella lingua navajo, esatto, navajo!) dell’espressione “che bełe ore che gavemo passà” spesso usata dal maestro Tullio a fine giornata (e a fine fiasco di rosso), traducibile con un “ma che bel tempo assieme abbiamo passato!”.

Tullio fu molto onorato della citazione di “Bee Ore”, molto meno del fatto che il suo nome fosse finito sulla poppa di una barca, così alla prima riverniciatura della scafo una passata di pittura bianca fece sparire la scritta incriminata.

Seguirono decide di uscite, gare di vela al terzo, redentori (cioè partecipazioni alla Festa del Redentore di Venezia, incluse quella infaustamente famosa del concerto dei Pink Floyd), ospitate improbabili. Persone da tutto il mondo ebbero la fortuna di attraversare i canali di Venezia, spesso guidando il motore, prima di fermarsi all’ombra di qualche ponte per pic-nic acquatici, oppure fino a spingersi da qualche parte in laguna per un bagno refrigerante.

Con il tempo i soci della barca scesero di numero, fino a quando ne rimase solamente uno (tipo “Highlander” insomma) ed fu a quel punto che entrai in gioco io che, possessore di un preziosissimo posto barca (merce rarissima a Venezia), proposi il matrimonio: io avrei messo il posteggio e lui il mezzo natante.

Il posto era, ed è ancora, sotto la mia vecchia casa, abbastanza scomodo per me ora che abito ad oltre mezz’ora di distanza, ma vi mentirei se vi dicessi che l’utilizzo sempre più raro di “Bee Ore” da parte mia sia dovuto a questo fattore.

Da anni mi sono trovato ad usare la barca solamente nel weekend e in quei giorni in giro per la laguna di Venezia ci sono i mostri. Oltre i vaporetti di linea, i vaporetti privati, i lancioni che portano al macello gruppi di turisti, i taxi che sfrecciano ovunque (guadagnando cifre che un cardio-chirurgo se le sogna), le house boat affittate a turisti tedeschi, ci sono pure gli escursionisti del weekend, che si calano in laguna a bordo di motoscafi sempre più potenti, dei veri e propri SUV su acqua sovradimensionati che finiscono per intasare ogni angolo della laguna, aumentando ancora di più il moto ondoso. Costringere “Bee Ore” ad affrontare tutte quelle onde è un gesto crudele, un atto di lesa maestà, ad ogni onda superata è sempre più difficile sentire il fasciame di legno scricchiolare, tendersi e sbattere sull’acqua con l’impressione che debba spezzarsi a metà ogni volta.

Così, malvolentieri, diluisco sempre di più le mie uscite, a volte qualche ospite piovuto dal cielo mi “costringe” a salire a bordo, accendere il motore e girare per i canali di Venezia, è un sacrifico che faccio con il sorriso, anche perché la mia cara vecchia “topa” di legno, varata la prima volta nel 1972, ha ancora un cerco fascino e non delude mai.

Ogni anno, più o meno, il mio socio mi ricorda che è arrivato il tempo di provare a restaurare “Bee Ore” di nuovo, di allontanare, almeno per un po’, il fantasma della sua rottamazione. Lo sforzo economico è sopportabile, considero i soldi che investo su questa barca come una specie di tassa sulla nostalgia.

Ogni volta penso che sarà l’ultima, ma tutti i ricordi incastrati tra le fessure del legno di quella barca mi fregano sempre, “Bee Ore” si merita questa specie di accanimento terapeutico. Ora che sto scrivendo queste parole ritornano a galla piccoli episodi legati a questa barca, troppi da scrivere senza correre il rischio di annoiarvi.

A differenza di Tõnu Õnnepalu, io il passato non ho nemmeno provato ad ucciderlo, se voglio raggiungerlo mi basta abbassare il piede del motore in acqua (sperando che parta) e cercarlo da qualche parte in mezzo la laguna che, strano gioco della memoria, è sempre silenziosa e senza onde.

L’estate, si è detto, è arrivata. Come consuetudine del Poltronauta con la stagione estiva arriva anche una nuova playlist. Le canzoni, manco a dirlo, hanno tutti i colori tranne quelli del mare e del sole, come spesso dico non c’è altra musica se non quella che ti accarezza l’anima (niente reggaeton nemmeno stavolta, sorry).

Visto che probabilmente l’ascolterete in riproduzione casuale, non vi accorgerete nemmeno che come ogni perfetta playlist c’è un brano strumentale all’inizio e uno alla fine (credo anche altri due sparsi in giro). Troverete autori già presenti in altre playlist del Poltronauta, anche sta volta non c’è Jeff Buckley, scelta al solito dolorosa ma necessaria, almeno lui qualche volta riesco a lasciarlo fuori dei miei pensieri.

Che siate sdraiati in qualche spiaggia remota, lungo un sentiero di montagna al riparo del sole, a bordo di un SUV d’acqua che sfreccia incurante di tutto nella laguna di Venezia, oppure seduti in bus sovraffollati verso il vostro posto di lavoro, possa la Playlist dell’estate 2024 regalarvi ben 105 minuti di pensieri felici.

Per ascoltare le canzoni cliccate su uno dei link qui sotto, scegliete il vostro pusher, buon ascolto e buona estate.

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L’autore alle prese con l’ennesimo restauro di Bee Ore

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