“Le stelle le vedi soltanto al buio, così ti ricordi che il buio non può spegnere tutte le luci.”
Jón Kalman Stefasson – Grande come l’Universo
Brano consigliato per la lettura, “Hoppipolla” dei Sigur Rós, possibilmente versione live.
Anche per questa proiezione, la terza delle tre previste per la rassegna “In Campo” curata dai tipi della rivista on line “Ultimo Uomo” (per maggiori informazione leggetevi l’ultimo post, grazie) la sala è deserta.
Seduto in mezzo ad un oceano di poltroncine vuote, il tizio che era presente anche alle due proiezioni precedenti, e che pure in quelle due occasioni indossava la mascherina anti contagio (a proposito, non capita anche a voi di vedere immagini di quegli interminabili mesi di pandemia e sentirsi un pelino a disagio? ) mi saluta, come fossimo vecchi amici.
Poco prima che le luci si spengano conto le persone, siamo attorno alla decina, sperando che tutti siano in grado di giocare a calcio potremmo pure fare un 5 contro 5, ma questa sera siamo qui per vedere una partita (o meglio, la storia di una partita) e non per giocarne una.
Per la prima proiezione (“Allihopa: the Darlkurd story”) la sala 3 del cinema Rossini di Venezia era altrettanto deserta, pur con la presenza di due degli organizzatori della rassegna. Per il secondo film, “Copa 71”, la situazione era uguale, ma per quello che resterà un mistero la delegata di “Ultimo Uomo”, che in presenza avrebbe dovuto introdurre il film, non si è mai palesata.
Questa sera è il turno di “The home game” , un film islandese. Per l’occasione ho pure scritto un DM (per i non giovani, un DM è un messaggio diretto su Instagram) ai due giocatori islandesi del Venezia FC, tali Mikael Ellerson (padre islandese e madre indonesiana) e Bjarki Bjarkason, ovviamente non mi hanno badato nemmeno di striscio (per usare un neo veneziano-inglesismo “they haven’t even farted me”, dovreste capirla) e altrettanto ovviamente in sala non ci sono. A loro discolpa, qualche giorno dopo scoprirò che erano già volati in patria per impegni con la propria nazionale, solo per questo li ho perdonati.

Si spengono le luci in sala, a posto del film parte l’introduzione fatta da uno dei fondatori della rivista on line che per cinque interminabili minuti spoilera tutto il film con un accento romano degno della peggiore produzione televisiva di Rai 2. Finalmente tace, mentre ci si prepara a vedere un film di cui, oramai, sappiamo già quasi tutto.
Ve la faccio breve, “Heimaleikurinn” (titolo originale di “The home game”) è una documentario girato in Islanda nell’arco di circa un anno attorno al 2021, e racconta l’epopea di una squadra di calcio (il Reynir FC) che tale Kári Viðars riforma per coronare un sogno del padre Vidar Gylfason interrotto 25 anni prima. Una specie di rivisitazione nordica de “L’uomo dei sogni” (titolo originale “Field of dreams”), film nel quale Kevin Costner sacrificava parte delle sue coltivazioni di mais per costruire un campo da baseball.

Tutto inizia nel 1996, nei pressi del piccolo villaggio di pescatori di Hellissandur (369 abitanti), quando un uomo del posto nemmeno quarantenne, tale Vidar Gylfason, costruisce un campo su una colata di lava. Con un lavoro straordinario trasforma quel complesso di montagnole e buche in una superficie perfettamente piatta, sulla quale poi pianta un’erba locale adatta all’uopo (è da anni che non scrivevo “all’uopo”), perfetta per le temperature estreme della zona, cioè molto fredde, visto che poco lontano dal campo si trova il ghiacciaio di Snæfellsjökull, quello che ispirò Jules Verne per il suo libro “Viaggio al centro della terra”.
L’idea che il buon Vidar aveva avuto in una delle tante lunghe giornate di quell’inverno nordico, era quella di fare giocare alla squadra locale (il Reynir FC, creata appositamente per l’occasione) il primo turno della coppa nazionale, che in Islanda è aperta a tutte le squadre, senza distinzioni di categorie. Quando il campo è pronto e la squadra è allenata (diciamo così) arriva il sorteggio che però fa giocare la partita d’esordio in trasferta contro un Golf Club, che passeggerà letteralmente sui poveri mal capitati con un apocalittico 10 a 0.
Vidar, uomo testardo e coraggioso, ma anche realistico, decide che può bastare così, scioglie la squadra, smette con il calcio ed inizia a praticare il golf.
La follia, si sa, è ereditaria, così il figlio Kári si carica sulle spalle il sogno del padre seguendo anche la filosofia originaria della squadra, cioè dare la possibilità a chiunque di giocare, e per chiunque intendo qualsiasi essere umano in grado di camminare compresi, in questo caso, anche un pescatore, suo figlio e uno scontroso parroco protestante.
Prima c’è però il campo da rimettere a posto dopo 25 anni di totale incuria e, per chi non lo sapesse, l’Islanda non è il posto più semplice per il prato all’inglese. I nostri eroi combattono contro un clima infelice, problemi quotidiani, ventri gonfi di birra e schiene minate da anni di lavoro in barca. Questo sforzo immane però potrebbe risultare vano, perché se il sorteggio del primo turno decidesse che il Reinyr FC debba (anche questa volta) giocare in trasferta, il sogno di esordire in casa svanirebbe nuovamente.
Prima che, ad inizio anni 2000, l’Islanda diventasse il posto più cool d’Europa, l’unica cosa che mi collegava a quel paese era la cantante Björk (sia nei Sugarcubes che nella sua versione da solista). A dire il vero avevo pure conosciuto una persona islandese, una studentessa di liceo, che per uno strano effetto domino legato ad una specie di scambio-studio, era finita ospite di una mia amica. La povera ragazza si era trovata catapultata da un paesino di poche case fatte di legno al piano nobile di un palazzo sul Canal Grande, credo siano stati i tre mesi più lunghi della sua vita.
Poi appunto, a cavallo del millennio, l’Islanda diventò la nuova frontiera dei sognatori, una nazione ideale, piccola, ecosostenibile grazie all’energia geotermica, senza un vero esercito, pieno di musicisti (oltre a Björk arrivarono i Sigur Rós e i Múm) e di scrittori (Jón R. Hjálmarsson, Halldóra Thoroddsen, Jón Kalman Stefánsson, e molti altri).

Che quell’isola remota fosse un posto magico e diverso mi fu confermato da un tizio (Alvise) conosciuto in palestra, che aveva una sorella che dopo un laurea a Padova in qualcosa di scientifico (forse geologia) aveva trovato lavoro in un’azienda islandese che si occupava di monitorare i movimenti degli iceberg nel nord atlantico e di tracciare linee di navigazioni sicure per i cargo mercantili di quella parte di oceano.
La sorella gli aveva organizzato un viaggio in solitaria attraverso l’isola, trovando tra i suoi contatti locali delle sistemazioni in B&B improvvisati, Alvise mi raccontò della gentilezza di tutte le persone che aveva incontrato in quelle due settimane, anche se spesso ad aspettarlo c’era un biglietto sulla porta con il quale il proprietario si scusava della sua assenza e gli spiegava che la porta era aperta e che poteva fare come fosse a casa propria.
Nel 2007 uscì un documentario dei Sigur Rós intitolato “Heima” (a casa, in islandese) girato durante la loro tournée casalinga del 2006, con filmati dello scorso secolo, interviste ai membri della band alternati alle canzoni suonate in una serie di location meravigliose e bizzarre (tipo un ex fabbrica di sardine chiusa), oppure con ospiti improbabili (come la banda di paese nel brano “Sé Lest”) e spesso accompagnati da un quartetto d’archi tutto al femminile.
Su Youtube (qui)si può trovare la versione con tutti i brani ma senza le interviste, i commenti e i filmati d’epoca. Ed è un peccato perché ad un certo punto Jonsi, cantante e anima della band, dice una cosa che ai tempi suonò blasfema, anzi peggio, sembrò la solita lamentela di chi non voleva capire che il mondo stava cambiando e che il benessere, grazie all’economia di mercato, era finalmente alla portata di tutti.
Difronte al lusso sfrenato ostentato da una parte dei 300 mila islandesi, nell’intervista il buon Jonsi si chiedeva se questo straordinario benessere si potesse sostenere a lungo, se fosse logico che un piccolo paese la cui economia si basava su turismo e pesca potesse avere un mercato immobiliare impazzito, con prezzi delle case simili a quelli di Manhattan, con una flotta di SUV degna di Dubai. Poi concludeva dicendo che tutto questo prima o poi sarebbe crollato.
Ma cosa era successo nell’ultimo decennio in Islanda per giustificare un boom economico del genere? Tutto parte nel 1998, quando inizia il processo di privatizzazione delle banche e dei fondi di investimento, sino a quel momento di proprietà dello Stato e vendute nel giro di un paio di anni a ricchi islandesi vicino al governo (ah, ma allora non siamo solo noi italiani a fare a queste porcate?!) .
A questo punto le banche iniziano a concedere e a riscuotere un’enorme montagna di soldi, portando il credito interno del sistema bancario dal 100% del Pil nel 2000 al 450% del 2007. Giocando sul cambio con le monete estere e grazie ad alti tassi di investimento (5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone) arrivarono una marea di investitori stranieri, sia sotto forma di correntisti che di speculatori. Icesave (versione islandese del Conto Arancio) iniziò a crescere a dismisura, perché guadagnare attraverso i loro conti era diventato facilissimo e alla portata di tutti. Il giochino era abbastanza semplice, ad esempio chiunque poteva chiedere 100 euro in prestito ad un paese europeo qualsiasi ad un tasso del 1 o 1,5%, poi con questi soldi andavi in Islanda, li investivi sul conto Icesave o in titoli di stato e, senza aver fatto nulla, ti ritrovavi con il 5% di soldi in più.
Non so se Jonsi sia laureato in economia oppure abbia doti di veggente, ma ho l’impressione che anche chi al tempo fosse a capo di questo sistema avesse capito che tutto stesse crollando e che davvero la macchina fosse oramai fuori controllo.
Così nell’estate del 2008, un paio di anni dopo la tournée filmata nel documentario “Heima”, viene dichiarato il fallimento delle tre banche del paese, l’Islanda si ritrova a picco con un debito estero di 50 miliardi di euro (per l’80% rappresentato dal debito delle banche) a fronte di un Pil di 8,5 miliardi.
Il governo islandese è costretto ad intervenire e in qualche modo, nazionalizzando le banche e con l’aiuto del tanto odiato FMI (Fondo Monetario Internazionale) l’Islanda nel giro di qualche anno ne viene fuori. La parte più divertente della storia del crack islandese è che ad un certo punto i paesi con i correntisti più esposti (Regno Unito e Olanda) battono cassa al governo islandese, il quale molto democraticamente chiede attraverso un referendum al proprio popolo se se la sentono di rimborsare almeno 3,4 miliardi di euro con 180 comode rate mensili pro capite di 100 euro. Inutile dirvi com’è andata a finire (beh, ve lo dico lo stesso 7% per il SI e 93% per il NO).
In realtà l’abracadabra finanziario legale che ha permesso all’Islanda di rimettersi in piedi è stato un po’ più complesso, non mi sembra il caso di approfondire la questione su questo blog, è commovente però pensare che un artista come Jonsi, che di economia non ci capiva nulla, era riuscito a prevedere il disastro economico che da li a poco avrebbe colpito il proprio paese e che, in apparenza, chi di quel paese ne aveva la responsabilità invece non aveva minimamente visto.
Il turismo ha giocato (e ancora gioca) un grandissimo ruolo nella rinascita economica dell’isola, anche perché, ancora adesso (nel 2024 per chi ci legge nel futuro) l’hype sull’Islanda non è passato e porta centinaia di migliaia di persone ogni anno a visitare i panorami mozzafiato dell’Islanda.
Ma se lo chiedete a me, nonostante continui ad ascoltare la musica dei Sigur Rós e dei Múm (meno Björk, devo ammettere) e abbia di recente pure iniziato al leggere qualcuno dei suoi scrittori, da quando ho scoperto la moglie (ora ex) di Fabio Volo è islandese, in qualche modo molta della sua magia è passata.

Ma torniamo al documentario visto al cinema Rossini, sala 3 per l’esattezza. Il campo è quasi pronto, la squadra si sta allenando al meglio, Kári vuole osare di più e convince una sua amica ex calciatrice di buon livello, madre di tre figli, ad entrare nella squadra. Che possa giocare non è garantito visto che per regolamento la federazione islandese gioco calcio non permette formazioni miste in partite ufficiali. Ma questo è un problema che si affronterà più avanti, sperando che la partita si svolga finalmente in casa, come sognato 25 anni prima.
Arriva il giorno del sorteggio, tutta la squadre si riunisce nell’ufficio della palestra dove i calciatori si sono allenati nei lunghi mesi invernali, sono incollati allo schermo del computer portatile con la pagina del sito della federazione gioco calcio islandese che viene aggiornata ogni 2 secondi da Kári ormai sull’orlo di una crisi di nervi.
Poi arriva il sorteggio che riguarda il Reynir Hellissandur FC e succede il miracolo, la prima partita sarà giocata in casa, e pazienza che la squadra da affrontare è l’Afturelding, una di quelle che gioca nella serie A islandese. Ora l’ultimo ostacolo è capire come riuscire a far giocare anche la calciatrice.

Kári organizza un meeting chiarificatore con il rappresentante della lega calcio con la speranza di poterlo convincere a lasciar giocare anche la calciatrice, il verdetto però è netto: una donna non può giocare in una partita ufficiale di calcio maschile. Kári, che dal padre aveva ereditato anche una certa testardaggine, ha una controproposta, al fischio finale ci sarà una sorta di appendice di 10 minuti dove potranno entrare tutti i panchinari, inclusa la donna, fermo restando che il risultato a referto sarà quello stabilito alla fine del novantesimo minuto. Il dirigente dice che si può fare, l’importante è che anche l’altra squadra sia d’accordo (spoiler: saranno d’accordo).
Arriva il giorno della partita, il campo viene controllato per l’ultima volta, per verificare che tutto sia regolare, il discreto pubblico (composto per lo più da amici e famigliari, ma non potrebbe essere altrimenti) si assiepa sulle mini colline che circondano il campo e aspettano pazientemente il fischio iniziale.
Strette di mano fra i giocatori e l’arbitro, sorteggio del campo con la classica monetina, e che lo show abbia inizio. Il primo tempo è sorprendente, la squadra più blasonata ha il controllo del gioco ma sembra non sfondare, il portiere sovrappeso del Reynir Hellissandur FC non è particolarmente sollecitato ma quelle poche volte che gli avversari riescono a calciare la palla verso la porta lui si fa trovare pronto, ad un certo punto la squadra di Kári sfiora il goal del vantaggio colpendo una clamorosa traversa. Alla fine del primo tempo sono ancora sullo 0 a 0.
Dopo l’intervallo le squadre ritornano in campo, la musica non cambia e la differenza di categoria non si nota più di tanto, ma al 58′ un inutile fallo in area regala il rigore all’Afturelding, a trasformarlo ci pensa il centrocampista classe 1998, Valgeir Arni Svansson.
Nulla è perduto, nonostante i cambi il Reynir FC continua non mollare un metro all’avversario, al terzo minuto di recupero però il sogno si infrange sul secondo goal, dell’Afturelding, sempre di Svansson.

Fischio finale, ecco che arriva l’extra time, dove finalmente possono entrare anche le ultime delle riserve, inclusa la calciatrice che però, più di tutti gli altri, giocherà “de tocio” (in italiano letteralmente “di sugo”, modalità che, nelle partite di calcio fatte da ragazzini nei campi e i campielli di Venezia, permetteva di far giocare chiunque, di norma il fratellino o un bambino particolarmente scarso, senza in realtà considerarlo per davvero).
E in questi 10 minuti di extra-time, strappati con i denti da Kári alla federazione gioco calcio islandese, succede il miracolo degno del miglior film Hollywoodiano. In una delle poche azioni di attacco del Reynir FC la palla arriva sui piedi della donna calciatrice dalla chioma bionda che, nello stupore generale segna il goal della bandiera (non cercatelo nei referti ufficiali, vi avevo avvisato che giocava “de tocio”), è l’happy end che tutti si auguravano.
Titoli di coda, le luci in sala si riaccendono, ad occhio siamo sempre la decina presenti all’inizio, anche se mi sembra di vedere una sedia vuota dove prima c’era un tizio. Mentre usciamo ci salutiamo silenziosamente, con lievi cenni del capo, come fossimo vecchi amici senza più nulla da dirsi. Mi auguro che i tipi dei “Ultimo Uomo” non si facciano abbattere dai pochi biglietti venduti per la proiezioni di questi tre film, e che l’anno prossimo ripresentino una nuova rassegna.
Di certo Kári e il Reynir Hellissandur FC dopo questa sconfitta non si sono arresi, dopo questa tanto agognata partita in casa del 2021, ad ogni aprile successivo si sono ripresentati per giocare la coppa d’Islanda, e per ben 3 volte hanno giocato sul campo strappato alla lava nel 1996.
A parte un’insperata vittoria, i risultati sono stati abbastanza deludenti (vedi tabella qui sotto), però si sa che l’importante non è vincere ma partecipare.
Speriamo che pure i tizi di “Ultimo Uomo” lo sappiano.



