“L’ultima volta che l’ho visto era ubriaco fradicio, gli occhi bruciati dall’alcool. Ogni volta che portava la bottiglia alla bocca, non era lui che la beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.”
Grande Capo Bromden – Qualcuno volò sul nido del cuculo

Di recente ho imparato una nuova parola: “tsundoku”. Non si tratta di una pietanza da ristorante giapponese (che poi al 96% sono gestiti da persone cinesi) bensì di una cosiddetta parola “portmanteau” (o parola macedonia) nata dall’unione di due parole diverse, come ad esempio smog, parola inventata nella Londra industriale ed inquinata dell’ottocento, frutto dell’unione di “smoke” con “fog” e che delle due parole ne acquisisce il significato.
Ma torniamo a “tsundoku”, che nasce da “tsunde” (cioè impilare cose) e “oku” (ossia lasciare lì per qualche tempo), anche se altre fonti dicono che la seconda parte derivi da “doku” (cioè lettura) e che poi nell’unione abbia perso la lettera iniziale (si sa che quando ci si unisce spesso si perde qualcosa).
Per farla breve “tsundoku” vuol dire comprare libri di continuo senza poi leggerli, è l’arte di costruire “cairn” sul proprio comodino usando libri e non sassi. Questa però è una descrizione riduttiva, probabilmente è vero che molte persone (come me) sono affetti da tsundokismo, ma accumulare libri senza leggerli (immediatamente) resta un investimento sul futuro, ti regala un potere infinito, un deterrente alle nebbie che prima o poi caleranno sul tuo cervello.
Nei primi anni 2000 andai ad uno spettacolo al teatro Malibran di Venezia (forse c’era pure della musica, ma non me lo ricordo) per il quarantennale della casa editrice Marsilio. Prima dello spettacolo salì sul palco l’allora presidente del Veneto Giancarlo Galan, al tempo indiscusso leader maximo della regione.
Brillante come un uomo Mediaset poteva essere, con lo charme del miglior Berlusconi, raccontò di un incontro avvenuto qualche settimana prima con il presidente della regione Toscana Claudio Martini, al quale aveva fatto notare come un cittadino veneto leggesse mediamente 13 libri all’anno, uno in più rispetto ai 12 letti da quelli toscani. Il presidente Martini, da buon toscano di sinistra snob, disse qualcosa tipo: “Sicuramente sarà un Harmony”, a quel punto Galan rispose: “Sarà pure un Harmony, ma è sempre un libro in più di voi”. Risate e applauso.
Per chi non legge, oppure legge poco, la lettura è una pratica decisamente noiosa e sopravvalutata, per chi invece consuma diottrie su diottrie per trasportare sequenze di parole dalla carta (o dallo schermo di un Kindle) al cervello, non c’è nulla di più appagante di un libro. Ma non basta, bisogna pure dirlo in giro, postare immagini della propria libreria satura di dorsi compatti, possibilmente ordinati per casa editrice e, in seconda battuta, per collana; citare frasi di autori (non troppo noti ma nemmeno sconosciuti) oppure intestardirsi su recensioni non richieste di romanzi pubblicati da oscure case editrici, sapendo di essere moralmente migliori di chi normalmente l’unica cosa che legge (e pure a fatica) è il tempo di cottura sulle confezioni della pasta.
Leggere però resta una cosa bellissima, che al contrario del tennis (sempre), della doccia (spesso) e del sesso (a volte), è meglio se si fa da soli.

Come dicevo, essere circondati da libri ti regala il potere di raggiungere luoghi e tempi lontani semplicemente leggendo una pagina, dopo poche righe (se scritte bene) non solamente ti ritrovi immerso in una storia, ma sei nella testa di chi quel libro lo ha scritto, sei Mario Rigoni Stern nei campi ucraini battuti dalla neve durante la ritirata degli alpini nel 1943 ma al contempo sei nella sua casa ad Asolo, dieci anni dopo, mentre scrive di se stesso appena ventiduenne travolto dalla follia della guerra.
Per citare riassumendolo Carl Sagan (a proposito di citare autori a caso): “il libro è una macchina del tempo fatta di carta”.
La parte migliore di leggere un libro è quando si finisce, più o meno come il tennis (sempre), della doccia (spesso) e del sesso (a volte). Arrivato all’ultima pagina sei libero di partire per un nuovo viaggio, non c’è nulla davanti a te, nemmeno l’orizzonte. In quel preciso istante sei padrone del tuo destino e guardi con cupidigia gli scaffali che ti circondano, oppure il “cairn” sul tuo comodino, oramai ridotto ad una versione cartacea ed impolverata di jenga, che a quel punto tocchi con li terrore di farlo crollare.
A dire il vero non leggo così tanto, ma continuo ad accumulare libri. Da qualche tempo ho scoperto libraccio.it,, sito dal quale almeno una volta al mese compero libri di seconda mano. Alla ricerca di libri da parcheggiare in qualche angolo libero dei miei scaffali ogni tanto vado a curiosare dentro ai capitelli di BookCrossing, sperando di trovare qualcosa di decente. Da poco, vicino a casa mia, c’è pure un posto dove vendono libri usati, il proprietario sembra uscito da una puntata dell’ispettore Derrick anni ’90, dove interpreta un abitante della ex-DDR, con tanto di occhialini, codino a legare vaporosi capelli biondi e delle inquietanti unghie lunghe sulla mano destra (che sia un suonatore di chitarra classica?). Ogni volta che chiedo il prezzo di un libro, lui lo soppesa con attenzione come fosse un branzino e mi dice una cifra, totalmente a caso, quasi mai quella che mi aspetto.

Accumulo libri, li metto in ordine per casa editrice e, in seconda battuta, per collana, compongo gli scaffali delle mie pareti come enormi tetris cercando di ottimizzare lo spazio, e ogni tanto leggo.
Ho realizzato che il posto migliore per leggere sono i mezzi pubblici, come treni, autobus e soprattutto vaporetti (abitando a Venezia quelli prendo), ma anche le code alla posta oppure la sala d’attesa del medico di base, dove i tempi si possono dilatare all’infinito, sanno regalare momenti di lettura straordinari. Oramai non esco mai di casa senza un libro, è il mio antidoto all’angoscia che ti sale quando sei convinto di perdere tempo, scelgo di riempire quei vuoti con pagine stampate.
Leggere un libro non è una medaglia da attaccare al petto, piuttosto è un ulteriore pezzo a costruire l’armatura che ti protegge dal declino cognitivo, uno strumento per combattere la quantità di informazioni che ci travolgono, una bussola che ti aiuta a distinguere la verità dalla bugia (non che poi la distinzione sia sempre così netta).
La mia è anche una forma di ribellione, una sorta di resistenza che combatto da solo, contro l’umanità che passa ogni singolo momento di “vuoto” sullo smartphone, alle prese con giochini ipnotici che abilmente riescono a spillare qualche euro (e di sicuro profilano l’utente catturando gigabyte di informazioni personali). L’umanità che passa ore scrollando reel di Tik Tok e Instagram, una sequenza senza soluzione di continuità di video della durata di una manciata di secondi, spesso ammiccanti, leggeri, fatti apposta per indurre l’utente a restare incollato sullo schermo e che finiscono per trasformarlo in una perfetta “sitting duck”, il bersaglio ideale per pubblicità sempre più mirate e personalizzate, con il plus di rendere intere generazioni sempre più intontite e manipolabili.
Non si tratta solamente di ragazzi e ragazze giovani, i primi a restare ipnotizzati dai video, ad essere influenzati da messaggi subliminali, sono le persone più adulte, boomers e non. Chini sullo smartphone (e spesso senza cuffiette, così da far sentire a tutti quello che vedono) deformano la schiena trasformando i loro profili in sorprendenti punti di domanda, ogni volta che guardano lo schermo non è il loro cervello che si riempie, ma è lo smartphone che lo svuota (ecco, adesso la citazione di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” ha senso).
Provo quasi un dolore fisico nel vedere genitori ignorare i propri figli (di norma uno) perché impegnati a guardare qualche video o a giocare sullo smartphone, senza contare quando mi imbatto in tavolate rumorose nelle pizzerie con bambini tenuti a bada da filmati di animazione e videogiochi sullo smartphone (oppure iPad) piazzato loro davanti.
Se si ha la fortuna di avere figli sarebbe bello poter passare del tempo con loro (leggendo assieme un libro, perché no?), e pazienza se devi ignorare l’ennesima chat inutile, o rinunciare a vedere il nuovo tutorial della casalinga influencer che ti spiega come pulire la lavastoviglie con mezzo limone e deodorante per cani.

In un mondo iperconnesso, dove la bulimia di contenuti ti obbliga a passare ore incollato allo smartphone, convinto di far parte dell’universo, mentre tutto quello che davvero ti accade attorno resta invisibile, leggere è un gesto rivoluzionario.
Alzate la testa, cercate di ribellarvi, ogni volta che prendete un mezzo pubblico oppure andate in qualche ufficio dove vi aspetterà una lunga e snervante attesa, portate con voi un libro.
Va bene anche un Harmony.
p.s.
Non sono un luddista, non ho nulla contro il progresso, per questo se vi sentite in obbligo di avere sempre con voi lo smartphone e non riuscite proprio a leggere, potete sempre ascoltare la nuova playlist de Il Poltronauta. Se non il cervello, vi riempirà il cuore.
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