Compleanni, playlist e fantasmi

“In questa città [Venezia] si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, la lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza.”

Josif Brodskij – Fondamenta degli incurabili

La schiena mi tormenta da così tanto tempo che non mi ricordo più da quando ha iniziato a farmi male, probabilmente tutto è partito attorno ai miei 16 o 17 anni. Nel tempo ho provato qualsiasi cosa, dall’agopuntura combinata con iniezioni di silicone alle punture generiche, dalla ginnastica correttiva fatta la mattina presto in ospedale ai massaggi (sempre in ospedale) eseguiti da una signora cieca che non servivano a nulla ma che, almeno per quella mezz’ora, mi davano un certo sollievo.

Il mio dottore di base, all’epoca neanche trentenne, mi suggerì di nuotare, possibilmente in stile “a dorso”, per rinforzare la muscolatura attorno alla colonna vertebrale e aiutarla nel suo lavoro di sostegno. Iniziai così a passare i mercoledì e i sabato sera in una (spesso) deserta piscina di Saccafisola (per i non veneziani, Saccafisola è una piccola isola di fronte al lato sud di Venezia, attaccata alla Giudecca, nota per le case popolari, un campo da calcio senza tribune, la piscina e una fauna locale abbastanza colorita). I risultati furono spalle e schiena muscolose e una riduzione quasi impercettibile del dolore.

Venezia vista dalla Giudecca (niente Saccafisola, sorry)

Poi fu il turno di un tizio italo-argentino, un turista di passaggio nel negozio di Murano dove lavorava mio padre (che probabilmente gli aveva rifilato qualche artefatto di vetro facendolo strapagare). Il signore, che parlava come Omar Sivori, aveva lo studio a Pavia dove andai per farmi manipolare la colonna vertebrale a colpi di gomito e nocche della mano. Al mio primo incontro, mentre con lo sguardo indicava il Gesù crocefisso appeso alle sue spalle, mi spiegò che a guarirmi sarebbe stato “lui”. Alla fine di quell’ora scarsa passata a farmi prendere a pugni sulla schiena pagai la bellezza di 100.000 lire direttamente all’Omar Sivori del pavese. Immagino che poi li avrà girati direttamente a “lui”, ma non avendo mai ricevuto una fattura non saprei dirvi se è vero.

Credo di esserci andato cinque o sei volte, sempre partendo dalla caserma di Portogruaro dove in quel periodo stavo facendo il servizio militare, tre treni all’andata e altrettanti al ritorno, un viaggio che, inclusa la seduta, mi portava via circa una decina di ore.  Ma pur di non passare una giornata in caserma facevo quei viaggi volentieri e poi tutto sommato da quei trattamenti la schiena traeva qualche beneficio.

Negli anni successivi ho continuato con il nuoto (sempre di meno), con lo stretching ed infine con la rassegnazione, accettando il fatto che quel costante dolore di sottofondo ormai faceva parte della mia vita, un po’ come quel ronzio che inspiegabilmente si sente per tutta la durata di “Angeles” nella versione originale di Elliot Smith (nella playlist invece troverete una cover di tale Shannon Lay).

Ultimamente ho deciso di dare alla scienza un’altra possibilità e mi sono rivolto ad un giovane osteopata. Capelli lunghi raccolti con una specie di chonmage (cercate su google, mica vi posso spiegare tutto io), fisico asciutto, una leggera barba a coprire un viso appuntito e occhialini che una volta si sarebbero detti “alla John Lennon”. Durante la prima seduta mi ha spiegato che avrei dovuto restituire elasticità alle mie catene muscolari e che lo yoga e lo stretching sarebbero stati di grande aiuto, me lo diceva con una voce così calma e sicura, scandendo le parole chiaramente (altra cosa da invidiargli, oltre all’età, i capelli e la percentuale di grasso corporeo, simile al risultato di +Europa alle ultime elezioni italiane) che mi sono fatto convincere. 

Oltre a questo mi ha detto che sto troppo seduto e mi ha consigliato di usare un rullo/cuscino da mettere sulla sedia per obbligare i muscoli dell’addome (me ne ha nominato anche un paio di cui non conoscevo l’esistenza) a non stare fermi, perché pure gli osteopati sono convinti che “chi si ferma è perduto” e che la continua ricerca di stabilità sia la vera meta della vita e non invece la stabilità stessa.

Venezia e la nebbia, febbraio 2024

Confermo che il non avere mai raggiunto nulla nella mia vita mi ha obbligato a “muovermi” di continuo. A parte l’amore smisurato che ho per Venezia (così ho la scusa per mettere la citazione di Brodskij) non ho molte altre certezze e questo mi obbliga a cercare, a non fermarmi mai. Non che nella maggior parte dei casi ci riesca, perché la mia pigrizia, che andrebbe a medaglia ai prossimi mondiali di categoria (sempre ammesso avesse voglia di parteciparvi), quasi sempre ha la meglio su di me e quelli che sono i buoni propositi della sera precedente, al mattino successivo svaniscono, come brina ai primi raggi di sole.

La scusa per scrivere questo post è stata l’avvicinarsi del mio compleanno numero 55, che capita propri oggi (18 febbraio 2024, per i lettori del futuro) e la conseguente idea di creare una playlist apposita. Poi al solito mi sono fatto prendere la mano, ma per chi legge il blog questa è una deriva che non dovrebbe sorprendere.  

Una cosa è certa, non sono mai stato così vecchio, ma quel dolore che mi prende la bocca dello stomaco e che mi colpisce sempre con l’avvicinarsi del mio compleanno non è dovuto all’ennesima presa di coscienza dell’inevitabile scorrere del tempo e neppure al fatto che da domani (19 febbraio 2024, per i lettori del futuro) avrò un compleanno in meno da compiere.

La malinconia che attraversa il mio corpo e un po’ ci si ferma, come l’umido della nebbia di Venezia in questi giorni di febbraio, è dovuta ai fantasmi, veri o presunti, della mia vita. Li sento arrivare, sicuro che nel giorno del mio compleanno busseranno alla mia porta, ricordandomi i loro sorrisi, le loro carezze, i loro baci, il loro profumo ormai intrappolati da qualche parte nel tempo, ovunque ma non nel futuro.

Gli stencil delle mani nelle “Cueva de las Manos”

Nei giorni attorno al 18 febbraio (poi passa, vi assicuro) la mia vita si trasforma nella “Cueva de las Manos” in Patagonia, con quegli stencil vecchi 10.000 anni, dove le mani di preistorici artisti si materializzano grazie alla loro assenza, dove spiccano i profili di qualcosa che non c’è più e che mai ritornerà. Alla fine, è proprio la loro assenza, (la mucca in corridoio, come direbbe il buon Luigi Bersani), a rendere le persone scomparse dalla nostra vita presenti più che mai.  

Bene, dopo questa iniezione di fiducia non vi resta che ascoltare la Playlist che, manco a dirlo, non sarà esattamente allegra. Per chi non conoscesse le regole base della Playlist perfetta de “Il Poltronauta” ricordo che questa volta sono state rispettate tutte:

  1. Brano acustico all’inizio e alla fine;
  2. Brano di Jeff Buckley (in questo caso cover jazz acustica, coefficiente di difficoltà 3.4);
  3. Obbligo di non utilizzare lo stesso artista più di una volta.

Naturalmente non poteva mancare “Ol’ 55” (ovvero “Old 55”) di Tommaso Aspetta aka Tom Waits, per il resto c’è il solito misto di canzoni conosciute o meno, mai particolarmente vibranti, secondo i miei calcoli dovreste riuscire ad ascoltarle quasi tutte senza la tentazione di battere il ritmo con il piede.

Interno di un disco di Tom Waits e gatta

Avevo pure pensato ad una playlist con il numero di canzoni pari a quello dei miei anni, una sorta di doppio omaggio al numero 55 (dopo la canzone del già citato Waits), ma sarebbe stata lunga quasi 4 ore.

Sono certo che avete di meglio da fare.

Buon ascolto.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Avatar di Andrea C., Andrea C., ha detto:

    Buon Compleanno, grazie per la playlist e sui fantasmi ti capisco. Di anni ne ho 59.

    Piace a 1 persona

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