Natale 2024, la playlist

Anagramma – Un anagramma (dal greco ἀνά- aná-, prefisso che significa “sopra”, e γράμμα grámma, “lettera”) è il risultato della permutazione delle lettere di una o più parole compiuta in modo tale da creare altre parole o eventualmente frasi di senso compiuto.

Wikipedia

Quando, nei primi anni 2000, fu chiaro a tutti che con una semplice email sarebbe stato possibile contattare chiunque in ogni angolo del pianeta nel giro di pochi secondi, mi ritornò in mente il gigantesco atlante della National Geographic Society che avevo ricevuto da bambino, portato in dono dal mio “zio” americano in una delle sue (spesso) inaspettate visite a casa nostra a Venezia.

Che poi più che visite erano dei veri e propri raid, un tornado di energia che colpiva tutta la famiglia, scombussolava la vita quotidiana per una settimana scarsa per poi scomparire e tornare da dove se n’era venuto, lasciandoci scossi e con una serie di gadget che mai ci saremmo sognati di poter avere.

L’Atlante della National Geographic Society con Atlante delle isole remote e altre cose

Tra i quali un’estate arrivò questo enorme atlante della National Geographic Society, precursore cartaceo di Google Earth, che io usavo per viaggiare nel mondo comodamente sdraiato sul letto della mia cameretta.

A catturare la mia attenzione non erano gli interminabili deserti (Sahara, Gobi, a voi la scelta) o le immaginate imponenti catene montuose del Tibet, il mio occhio cercava le anomalie perdute nelle pagine quasi tutte occupate dagli oceani. Come l’isola dove fu esiliato Napoleone, Sant’Elena in mezzo all’oceano Atlantico, che da bambino ero convinto fosse l’isola di Sant’Elena che si trova a Venezia, oppure quella manciata microscopica di puntini nel Pacifico del sud, che sembrava messi li apposta dal curatore dell’atlante per evitare attacchi di horror vacui ai lettori.

Così, appena apparvero i primi siti dedicati in qualche modo alle isole remoti, con tanto di indirizzo email, mi presi la briga di scrivere ad un tizio che si trovava in una stazione scientifica nell’isola della Georgia del Sud. Gli chiesi, da isolano (io di Venezia) ad isolano come fosse vivere in un posto così freddo ed isolato, dov’era più facile incontrare un pinguino che un essere umano.

Ovviamente non mi rispose mai, questo stronzo, spero sia stato mangiato da un branco di pinguini affamati (come sembra capitò per davvero all’allievo ufficiale Henry Eld nell’isola Macquarie nel 1840).

Non avendo né tempo né soldi non ho mai visitato un isola remota, a dire il vero non sono nemmeno mai stato nell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, anche se posso vantare numerose escursioni a quelle di San Secondo e di Poveglia, sempre qui in laguna. Per contro ho letto qualche libro che parlava di isole, come “L’isola dei senza colore ” di Oliver Sacks, che racconta dei suoi viaggi in un paio di isole del Pacifico per studiare l’anomalia genetica che aveva portato ben il 10% della popolazione ad essere affetto da acromatopsia (un daltonismo sotto steroidi) nell’atollo micronesiano di Pingelap e una misteriosa e rara sindrome neurodegenerativa che aveva colpito una fascia di persone date tra gli anni ’50 e gli anni 70 nell’isola di Guam.

Il libro più bizzarro che ho letto, finora, si chiama “Atlante delle isole remote”, che tale Judith Schalansky, una scrittrice e designer di libri originaria della DDR, iniziò a scrivere nel 2009 a nemmeno trent’anni. Giusto per mettere in chiaro di che tipo di viaggiatrice si considera il sottotitolo è “Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò.” Judith ha passato mesi nella Biblioteca statale di Berlino a consultare mappamondi, mappe navali, diari di capitani e resoconti di esploratori impavidi.

Il risultato è questo atlante uscito nel 2011, sia nella versione normale che e in quella tascabile (la mia) con delle schede riassuntive su ognuna delle 50 isole selezionate, tutte con una storia bizzarra e tutte con dei riferimenti geografici precisi (nel caso vi venisse la voglia di andarci), dalla posizione sul globo alla distanza dalle terre più vicine, dalla dimensione della superficie al numero di abitanti e di abitatori, (cioè la gente che in quel posto è solamene di passaggio).

Tra gli aneddoti che caratterizzano questa raccolta di isole, oltre quello del tizio divorato dai pinguini, a pagina numero 118 della mia edizione tascabile c’è la storia più incredibile che vi capiterà di leggere in questo ultimo spezzone di 2024 (e probabilmente anche oltre)

Nella sezione “Oceano Pacifico”, Judith Schalansky scrive di Rapa Iti (cioè “La piccola Rapa”, per differenziarsi dalla più nota Rapa Nui, “La grande Rapa”) la più meridionale e isolata delle isole che compongono la Polinesia francese, letteralmente persa nel mezzo dell’Oceano Pacifico.

L’isola di Rapa Iti dall’alto (sono solamente io ma sembra il profilo di un drago?)

La scheda dice esattamente così:

Rapa Iti Isole Australi
(Polinesia Francese)
Anche soltanto Rapa

INGLESE antico Oparo Island 40 kmq | 482 abitanti

1180 km da Tahiti
3620 km dalla Nuova Zelanda
1440 km da Pitcairn

Fino a qua tutto bene, pur restando una delle isole abitate più remote della terra, Rapa Iti sembra un posto come un altro, ma dopo qualche riga la storia prende una piega inverosimile ed inaspettata.

Siamo nel 1981 a Luxeuil-les-Bains, in Alta Saona (vicino all’Alsazia, per capirsi), Francia. Marc Liblin, al tempo 33enne, ci abita con moglie e due figli, ha un lavoro stabile nell’azienda di famiglia, la classica situazione di media borghesia francese, Marc però ha un ossessione che lo tormenta fin da bambino. Di notte, mentre tutto il mondo sogna qualcosa che svanisce al mattino, lui ha un sogno ricorrente che ricorda e lo insegue anche da sveglio.

Quasi ogni notte in sogno gli appare un vecchio che gli insegna fisica e soprattutto una lingua sconosciuta. Come detto al risveglio lui si ricorda tutto e gradualmente inizia ad imparare e a parlare fluentemente questa lingua inventata dalla sua mente durante la fase REM del sonno.

Più il tempo passo più questo sogno diventa la sua fissazione e proprio nel 1981 decide di lasciare il lavoro, la famiglia e si dirige ad ovest, in Bretagna, per avvicinarsi al mare, convinto che sicuramente tra i marinai di quella città riuscirà a trovarne qualcuno in grado di riconoscere la lingua imparata in sogno.

Arrivato a Rennes Marc passa un inverno di stenti, fatto di lavori occasionali e tanta fame, al punto che è costretto a rovistare negli avanzi dei ristoranti e della mensa universitaria nel campus di Beaulieu, ed è qui che, come racconterà lui sulla rivista “Tahiti-Pacific” negli anni ’90, incontra un professore che lo mette in contatto con i membri dell’Associazione delle Realtà Scientifiche – Ricercatori Sperimentali (Arsce), un gruppo di linguisti, dottori e altri accademici che da subito cercano di risolvere il mistero di questa lingua sconosciuta, ma l’impresa è troppo ardua anche per loro.

Marc Liblin però non molla, visita regolarmente i bar bretoni sperando di trovare marinai stranieri in grado di identificare questa lingua.

Nella stessa intervista Marc racconta il momento della svolta: “All’Aquarium, una taverna a Rennes, un giorno ho fatto un “solo” di lingua non identificata di fronte a un’assemblea di marinai tunisini. Qualcosa mi aveva fatto pensare che potessero avere la chiave per svelare il mistero. Ma nessuno di loro capisce quello che sto dicendo. Invece il barista, che nonostante il trambusto mi aveva ascoltato attentamente mi dice di non capire la lingua, ma trova che il suono assomigli alla lingua parlata dalla sua ex moglie Meretuini Make, una donna di Rapa Iti, una piccolissima isola della Polinesia francese di soli 500 abitanti persa nel mezzo del Pacifico”.

Salta fuori che Meretuini Make vive ancora a Rennes con i suoi due figli, Marc allora si fa coraggio e decide di presentarsi alla sua porta per vedere se davvero la sua lingua sognata è la stessa parlata in quell’isola sperduta.

Panorama di Rapa Iti

Mi immagino la scena, questo bianco francese non proprio in forma, con una calvizie incipiente, che bussa alla porta di una polinesiana di Rennes, si guardano e lui la saluta nella “sua” lingua che è davvero la stessa (o meglio, una versione più antica) di quella che oramai solamente i pochi abitanti di Rapa Iti parlano.

Per Marc è la fine di un incubo (o di un sogno?), finalmente ha trovato qualcuno in grado di capire la sua lingua misteriosa, ma è solo l’inizio. I due iniziano a frequentarsi e scoppia l’amore, l’anno successivo, aiutati dallo stato francese e dai membri dell’Arsce, Meretuini Make, i suoi figli e Marc prendono l’aereo e volano insieme a Rapa Iti.

Se il ritorno in isola della figliola prodiga è ben accolto, l’intruso bianco che per una specie di magia parla la lingua dei loro antenati spiazza gli abitanti di Rapa Iti, che accolgono il francese con una certa freddezza. Il 31 dicembre 1982, i due si sposano e lentamente questa coppia mista inizia ad essere accettata. Marc si integra sempre di più, diventa prima segretario comunale, poi insegnante nella scuola dell’isola. Ora che è finalmente “a casa” può studiare a fondo questa lingua, cercare di capire come sia stato possibile che lui, nato in paesino vicino all’Alsazia, abbia imparato una lingua attraverso il sogno.

Non lo scoprirà mai, perché nel 1998 Marc Liblin muore a causa di un cancro.

Così, dopo sedici anni passati nel posto più lontano possibile dalla Francia, dov’era finito letteralmente inseguendo un sogno, il buon Marc finì i suoi giorni, a soli cinquant’anni, senza più avere rivisto i propri figli. Mi chiedo quali siano stati i suoi ultimi pensieri, li avrà espressi in francese o nella lingua sognata dei “suoi” antenati? Davvero quell’isola gli aveva regalato la felicità, oppure era morto con la nostalgia delle calde acque termali di Luxeuil-les-Bains?

Perché quasi sempre i sogni, una volta realizzati, diventano la banale realtà e, se è vero che a volte l’anagramma di una parola ne rivela un significato nascosto, vi segnalo che in fondo l’anagramma di “dream” è pur sempre “merda”.

Mark Liblin e Meretuini Make

Bene, se siete giunti fino a qui adesso potete ascoltare la playlist del Natale 2024, questa volta formato XXL con ben 42 brani (42, che sappiamo essere la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto nel libro “Guida galattica per gli autostoppisti”).

Al solito di natalizio c’è poco, ci troverete invece qualche cover inaspettata (come quella di Micah P Hinson che rifà Piero Ciampi), brani strumentali, molto anni ’90 (pure troppo per i miei gusti) e un paio di pesi massimi come Charles Aznavour (che canta e parla in italiano) e un meraviglioso Nat King Cole, il cantante preferito di mio padre, che lui amava sia per la voce che per la dizione (“il modo migliore per imparare l’inglese” mi ripeteva sempre, per questo ho ancora tutti i suoi vinili).

Ora, siete pronti a scegliere il vostro pusher? Cliccate sull’icona che più vi appartiene, e buon ascolto.

P.S. Le vicende di Marc Liblin sono raccontate nel libro “L’homme qui rêvait dans une langue inconnue” scritto da Éric Viennot, un creatore di videogiochi che venne a sapere di questa storia grazie all’ “Atlante delle isole remote”.

Il libro era stato anticipato da una serie di newsletter attraverso le quali Viennot raccontava l’evolversi delle sue ricerche. Era previsto anche un documentario (effettivamente iniziato nel 2021) fatto con interviste ad amici e parenti di Marc Liblin, prima in Francia e poi a Rapa Iti. Purtroppo però la scomparsa improvvisa di Éric Viennot, nell’estate del 2022, all’età di 62 anni, ha interrotto il progetto e il libro, uscito postumo nel 2023, rimane l’unica testimonianza del suo lavoro.

Vinili di Nat King Cole (courtesy of Cesare Mario Zanon)

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di Andrea C. Andrea C. ha detto:

    Storia meravigliosa, natalizia direi, come tutte quelle che tu racconti.
    Buon Natale, Buone Feste e Buon Anno a te e ai tuoi ari.
    Andrea

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    1. Avatar di Il Poltronauta Il Poltronauta ha detto:

      Grazie di cuore Andrea, buone feste anche a te!

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  2. Avatar di Vincenzo Vincenzo ha detto:

    Quel libro lo comprai anni fa sull’onda dell’entusiasmo, l’atlante delle isole remote intendo. Ma non l’ho mai letto, come purtroppo è avvenuto con altre centinaia di libri acquistati.
    Sono contento che tu mi abbia spoilerato almeno quella storia, così mi hai fatto venire voglia di tirarlo fuori dallo scaffale.
    Per cui grazie, come al solito e buone feste

    Piace a 1 persona

    1. Avatar di Il Poltronauta Il Poltronauta ha detto:

      Grazie, e buone feste anche a te. Il libro lo puoi leggere con calma, una scheda ogni tanto. Mentre aspetti il bus o in coda alle poste 😊

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