The Breakfast Club

E bada che se non conserverai queste amicizie, sarà ben difficile che tu ne acquisti altre simili in avvenire, delle amicizie, voglio dire, fuori della classe a cui appartieni: e così vivrai in una classe sola, e l’uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non legge altro che un libro.

Edmondo de Amicis – Cuore, Aprile: gli amici operai

Una sera di fine gennaio, uscito dal cinema “Accademia” di Venezia dove avevo appena visto l’ennesimo film di seconda visione (ovviamente, perché in quel cinema, a memoria mia, non si proiettavano mai film in prima visione), decisi che era giunto il momento di cambiare il mio look.

Tutto a causa di quel film, che nella versione originale si intitolava “The Breakfast Club” e che nelle sale italiane era uscito, incredibilmente, con lo stesso titolo.

I cinque interpreti di “The Breakfast Club”

Al cinema avevo deciso di andarci con un mio compagno di scuola, perché al tempo ero convinto che guardare i film in una grande sala fosse una cosa impossibile fare da solo. Il mio amico aveva qualche anno più di me, pur essendo stato bocciato un paio di volte, si atteggiava da intellettuale anarchico e indubbiamente aveva un certo carisma. A dire il vero era un cazzone che aveva letto qualche libro più di me, ma già il fatto che mi considerasse un suo pari mi regalava molta autostima (mai abbastanza, nel mio caso).

Entrambi avevamo visto il trailer del film passare in TV, su tutto ci aveva colpito la canzone che lo accompagnava, “Don’t You (Forget About Me)” dei Simple Minds, una band scozzese abbastanza in voga all’epoca, che  poco dopo riuscimmo pure a vedere dal vivo al palasport di Padova, ma quella è un’altra storia.

“Don’t You (Forget About Me)”, di fatto il loro più grande successo commerciale, è in realtà un brano scritto da tali Steve Schiff e Keith Forsey appositamente per quel film, ispirati per il testo da un dialogo tra due dei cinque giovani protagonisti, John (il “criminale”) e Brian (il “secchione”): “Don’t forget, when we’re back in the classroom, you’re not just a bad guy and we’ve got other things in common.”

Inizialmente i Simple Minds, decisi a pubblicare esclusivamente loro brani, si rifiutarono di registrare il pezzo e non cambiarono idea nonostante il loro manager avesse organizzato una proiezione privata del film.

I due autori del brano provarono allora prima a coinvolgere Bryan Ferry, poi Corey Hart e infine Billy Idol (se non li conoscete innanzitutto vergognatevi, poi cercate on line usando il motore di ricerca Ecosia), ma tutti per un motivo o per l’altro declinarono l’offerta, finché  Chrissie Hynde, leader di una band abbastanza famosa all’epoca, The Pretenders, ma soprattutto moglie di Kerr, convinse lui e il resto dei Simple Minds a registrare il brano.  Kerr diede il suo contributo al testo della canzone, improvvisando l’introduzione (Hey, hey) e il finale (la la la), in teoria con l’idea di sostituirli con delle vere parole ma l’improvvisazione funzionò così bene che decisero di non cambiare.

A tutt’oggi, credo siano la parte migliore del brano.

Un giovane Jim Kerr, screenshot del video “Don’t you (forget about me)

Ora, non credo sia necessario, visto che il lettore medio di questo blog è più o meno un “boomer”, ma è meglio fare una breve premessa sulla situazione della moda di metà anni ’80. 

Siamo in pieno periodo “Paninaro”, una moda che sta sconvolgendo gli adolescenti italiani (e poi europei) di quel decennio. Moltissimi giovani abbracciano questo look, scegliendo così di farsi identificare come “paninari” e differenziandosi dal resto massa, di solito guardata dall’alto al basso (che poi il paninaro avesse migliaia di propri simili evidentemente non dava fastidio). Questa moda viene pompata ad arte dai media, la pubblicità ci va a nozze e, visto il costo esagerato del look base del paninaro, si mette in moto una macchina da soldi miliardaria (in lire, ndr), la quintessenzia del capitalismo unito all’edonismo reaganiano (come diceva in quegli anni il buon Roberto D’Agostino).

A proposito di Ronald Reagan, anche se molti dei brand più amati vengono dagli Stai Uniti, come i Levi’s, le Timberland, i calzini Burlington, questa tendenza nata in Italia e poi conosciuta anche in Europa, lascia praticamente indifferenti gli adolescenti americani. Non che la scelta dell’abbigliamento da quelle parti fosse meno importante, anzi, le numerose tribù alle quali la stragrande maggioranza dei ragazzi aderiva aveva (e ancora ha) delle codifiche chiare e riconoscibili, ognuna con un modo di vestirsi delineato, una specie di uniforme ufficiosa.

Negli anni ’80 queste tribù e i loro segni distintivi iniziano a farsi conoscere anche in Europa e “The Breakfast Club” (girato nel 1985 da John Hughes, un regista specializzato in “teen movies”, all’epoca trentacinquenne) è probabilmente il primo film che rappresenta in modo chiaro le varie categorie e i loro look, che poi negli anni successivi decine di serie Tv per teenager renderanno famigliari in Europa e nel resto del mondo.

Eccoci dunque alla sera della proiezione del film. Finiti i titoli di coda usciamo dalla sala in silenzio, mentre torno a casa con il “la la la” di Jim Kerr che riecheggia nella mia testa, decido che il mio nuovo look sarebbe stato quello di John, il “criminale”, uno dei cinque adolescenti che per punizione, in quel film, passano il sabato chiusi nel loro liceo.

Seppur lontanissimi da me quei cinque ragazzi diventano subito miei amici, perché questa accozzaglia di sconosciuti, questo gruppo di persone diverse ma tutte perdenti allo stesso modo, rappresenta i dubbi, le insicurezze, la curiosità e le paure che accomunano tutti adolescenti del mondo, me incluso, che quando vedo quel film non ho nemmeno 18 anni.

“The Breakfast Club” è uno di quelle opere, se pur minori, che segnano un’epoca e non solo, è un film che non invecchia mai, provate a farlo vedere a degli adolescenti a caso e nonostante siano passati 40 anni, sono certo che pure loro si riconosceranno in quel gruppo di ragazzi.

Nei decenni successivi sono cambiati i look (più o meno) e i modi di comunicare, internet e i social hanno sconvolto tutto, ma quell’irrequietezza che ogni adolescente vive nel passaggio della linea d’ombra tra la fine dell’infanzia e il mondo adulto, nel film racchiusa tra le quattro mura di una scuola superiore nel pomeriggio di un sabato, non è mai sparita. John, Andy, Brian, Claire e Allison, i cinque protagonisti del film, rappresentano ogni adolescente di qualsiasi epoca.

John Hughes riesce a trasformare queste cinque maschere, questi cinque personaggi in cinque persone vere. C’è John (interpretato da Judd Nelson), il criminale, Claire (Molly Ringwald), la principessa, la ragazza più popolare del liceo, c’è Andrew (Emilio Estevez), l’atleta, c’è Brian (Anthony Michael Hall), il secchione e infine Allison (Ally Sheedy), la strana e disadattata. A guardare meglio, ognuno di loro è un mix di questi cinque personaggi, ma per semplicità vengono catalogati con un’unica etichetta, incasellati in quel ruolo. Sotto le uniformi che indossano ci sono persone molto più complesse, che lottano per crescere e per diventare, purtroppo per loro, adulti.

Ovviamente quando vedo il film tutte queste cose non le capisco, semplicemente mi faccio ipnotizzare dal “la la la” di Jim Kerr ed incantare dalle labbra carnose di Molly Ringwald e, su tutto, mi  innamoro del look di John, dei suoi jeans (ovviamente Levi’s) portati sopra anfibi slacciati, del suo cappotto da dissidente sovietico (siamo a metà degli anni ’80, prima del crollo del muro) e della sua camicia a scacchi da taglialegna, indossata con le maniche tagliate. 

Ed è così che decido di vestirmi fino a quando l’arrivo dell’estate mi farà cambiare idea. Con settembre inizierà il mio ultimo anno di “high school”, con il mio amico nel frattempo diventato studente universitario e sempre meno interessato a passare del tempo con me, convinto ancor di più di sapere tutto. Poi ci sarà il primo Natale senza mia madre, niente di più facile e brutale per uscire dall’adolescenza e diventare adulto mio malgrado, senza nemmeno dover passare un sabato pomeriggio chiuso a scuola in punizione.

Se ancora non avete visto “The Breakfast Club” sicuramente potrete recuperarlo su qualche piattaforma on line, se poi riuscite a scovare una sala che ancora lo proietta fatemi sapere, sento il mio amico e vi raggiungiamo.

Foto generata da AI con il prompt:  sala cinema d’essai con poco pubblico e un film anni ’80

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