Mike Cameron

“Here’s to the crazy ones. The misfits. The rebels. The troublemakers. The round pegs in the square holes. The ones who see things differently. They’re not fond of rules. And they have no respect for the status quo…”

The Crazy One – Pubblicità Apple 1997

Quando Steve Jobs commissiona questa pubblicità all’agenzia di creativi TBWA \ Chiat \ Day, l’Apple è forse al punto più basso della sua storia. Newton, il suo più grande progetto degli ultimi anni, di fatto il precursore dei palmari (adesso sostituiti da smartphone e tablet), è stato un colossale fallimento, che non solo ha minato la credibilità dell’azienda ma ne ha anche dissanguato le casse.
Il c.d.a. che qualche anno prima si era liberato con una specie di Golpe del fondatore della Apple non sa che pesci pigliare, e decide la mossa a sorpresa convinti che ormai non ci sia più nulla da perdere e richiama il padre prodigo Steve Jobs.
Il buon Steve non perde tempo e s’inventa forse il primo spot della storia fatto non vendere un prodotto ma una sensazione, un’ideale, perchè in quel momento l’Apple non solamente ha quasi finito i soldi, ma è anche in totale confusione.
L’unico che sembra capirci qualcosa è il buon Jobs, intuisce che c’è una cosa che nessun’altra azienda ha, o meglio è, cioè nessun altro è la Apple.

Così nasce un capolavoro assoluto di circa 1 minuto, per promuovere l’idea che l’Apple “è differente”. Non so quanto sia vero, però tutto il mondo ci casca, e permette all’Apple di non scomparire dell’immaginario collettivo mentre prepara l’ennesimo piccolo miracolo, il primo iMac.

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Collage dei vari poster “Think Different”

 

La pubblicità invita in qualche modo a ribellarsi (certo, ricordarsi di filmarsi con l’iPhone mentre lo si fa), perché in fin dei conti tra guardie e ladri quasi sempre si sceglie il ladro, e nessuno può nascondere il fascino dei “troublemakers”, non importa quanto piccola sia la loro ribellione.

Credo fosse l’ultimo anno delle superiori, il nostro preside aveva proibito qualsiasi forma di festeggiamento per Martedì grasso, niente festine, niente musica, niente gente in maschera, si doveva andare a scuola, 5 ore di fila, punto.
Con il solito amico/compagno di classe decisi che una cosa del genere non l’avremmo mai potuta accettare, ovviamente non c’era il tempo per organizzare un rave party, ma dovevamo lasciare il segno, compiere il nostro piccolo atto di ribellione, possibilmente prendendo per i fondelli l’istituzione.

Il mattino di quel freddo Martedì grasso di Febbraio ci vestimmo di tutto punto e chiusi nei nostri cappotti affrontammo il solito tragitto in vaporetto su di un Canal Grande avvolto dalla nebbia.
Arrivati in classe scoprimmo le carte, o meglio, i cappotti. Osservando il divieto del preside non ci eravamo mascherati, semplicemente eravamo vestiti come un giorno qualsiasi, d’Agosto.

Rimanemmo tutto la mattina seguendo le lezioni e girando per i corridoi della scuola durante le pause vestiti in shorts, camicia hawaiana e cappello di paglia. Incrociammo un paio di volte “le autorità” che fecero buon viso a cattivo gioco, e per quel giorno fummo “The round pegs in the square holes”, qualsiasi cosa voglia dire.

In cima alla classica dei ribelli di cause (quasi) inutili però non riesco a mettere me è il mio amico, l’olio po spetta ad un idiota ancora più grande, tale Mike Cameron, l’eroe di questo post.
Fine anni ’90, siamo alla Greenbrier High School di Evans, una piccola città a pochi chilometri da Atlanta, dove ha sede la casa madre della Coca Cola, da queste parti presenza piuttosto ingombrante.
Infatti, per forgiare le nuove menti, il colosso di Atlanta organizza da anni dei concorsi nelle scuole, con premi che arrivano fino a 10.000 $, per chi trova il modo più creativo impegni diffondere l’immagine della Coca Cola.
Un cavallo di Troia per riempire le aule con il logo e i colori della “soft drink” più famosa al mondo.

Cameron

Mike Cameron con la camicia incriminata

Il giorno 18 Marzo 1998 è “D day” (a dire il vero sarebbe meglio chiamarlo il “C day”), il preside della Greenbrier High School è in fibrillazione, tutto è organizzato al minimo dettaglio per vincere quel premio, in pieno stile Corea del Nord, l’apice del programma prevede la scritta gigantesca “Coke” formata dagli studenti.

Al momento della foto aerea il fotografo nota qualcosa che stona, c’è un ragazzo che indossa una camicia diversa da tutti gli altri, qualcuno non ha fatto i compiti a casa, ma lo scandalo scoppia quando ci si accorge che non tratta di una camicia qualsiasi, bensì di quella dell’arcirivale Pepsi. Grande momento di imbarazzo, viene chiamato il preside e tutto si ferma.
Viene individuato l’autore di questo atto di lesa maestà, si chiama Mike Cameron ed è uno studente Senior, cioè all’ultimo anno.
Lui dirà che indossava quella camicia già dal mattino senza nessun problema, al presidente invece viene detto che il giovane ribelle l’aveva messa esclusivamente per la foto, facendo la lucida e consapevole scelta di boicottarla.

Qualsiasi sia la versione, la scuola non la prende molto bene, perché quell’atto di insubordinazione costa sicuramente il primo premio offerto dalla Coca-Cola, in compenso fa “vincere” 1 giorno di sospensione al buon Mike, colpevole di aver rovinato la giornata della Coca- cola, e colpevole di aver voluto essere il “round peg in the square hole” per un giorno.

Quando gli verrà chiesto il motivo di tale comportamento, semplicemente dirà: “I walked into school wearing a Pepsi shirt, because that’s my personality. I don’t like to follow the trend of everyone else.”

Va bene così Mike, vogliamo crederti, però la prossima volta procurati una maglietta della Cedrata Tassoni.

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