Survival

We’re the survivors, yes: the Black survivors!
I tell you what: some people got everything;
Some people got nothing;
Some people got hopes and dreams;
Some people got ways and means.

Survival – Bob Marley

Per sbaglio, da dietro la porta del pianerottolo, avevo sentito mia sorella maggiore parlare con mia zia di mia madre, erano appena tornate dall’ospedale dove si trovava da qualche giorno.
Mancavano un paio di settimane a Natale, e mia madre aveva espresso loro il desiderio di passarlo a casa, visto che sarebbe stato l’ultimo per lei.

Il mio cuore saltò un battito e per un secondo, eterno, mi mancò il respiro, sapevo stava male, ma non così tanto.
Corsi in camera mia prima che si accorgessero di me, chiusi la porta e scelsi un disco a caso, non avevo nemmeno 18 anni, ma la mia collezione era gà discreta. Misi il vinile sul piatto e ascoltai ogni lato due volte di fila.

Si trattava di un disco di Bob Marley (e come poteva essere altrimenti). Neville Garrick, il suo grafico, aveva fatto il solito capolavoro, la copertina riproduceva le bandiere di 47 stati africani (in realtà lo Zimbabwe, in fase di transizione è rappresentato con le bandiere dei 2 maggiori partiti), più inspiegabilmente la bandiera della Papua Nuova Guinea (per chi se lo chiede, è la terza da sinistra nella riga in basso).

Survival 1
La copertina con le 49 bandiere

 

Il basso di Aston “Family Man” è l’architettura sulla quale Bob Marley costruisce la sua musica, integrandola con testi ispirati, fortemente politici e inneggianti alla solidarietà tra le nazione dell’Africa (ancora più inspiegabile a questo punto la bandiera di uno stato dell’Oceania).

La sezione ritmica dei fratelli Barrett è in stato di grazia, gli ottoni equlibrati e le tastiere giustamente nelle retrovie, al loro posto, non a coprire tutto il resto come capiterà più tardi, nel postumo “Confrontation”, vittima di una desolante post-produzione. La cosa migliore di quel disco era la copertina, sulla quale almeno Neville Garrick faceva vincere a Marley la battaglia contro il male che nella vita l’aveva sconfitto, raffigurandolo nelle vesti di San Giorgio mentre infilza, uccidendolo, il Drago.

Il disco con le bandiere ebbe così tanto impatto sugli africani che Bob Marley fu invitato dal presidente del neonato Zimbabwe (conosciuto prima come Rhodesia, dal suo “scopritore” Cecil Rhodes) per le celebrazioni della dichiarazione di indipendenza nel 1980.

Migliaia di “zimbabwesi” neri (quelli bianchi non ancora scappati all’estero rimasero ben chiusi nelle loro fattorie) ballarano e cantarono quella sera sulle note di “Zimbabwe”.

Almeno da quel punto di vista tutto sembrava iniziare sotto una buona stella, voglio dire, fossimo stati da noi, iniziare con migliaia di italiani che ballano al ritmo di “Italia” di Mino Reitano sarebbe stato ben peggiore.

Poco dopo quel concerto, a soli 36 anni, Bob Marley se ne andò per sempre, questo gli impedì, tra le altre cose, di vedere il baratro nel quale lo Zimbabwe precipitò nel giro di qualche anno.

Mugabe, il presidente rivoluzionario (ancora oggi al potere) si rivelò essere un despota per niente illuminato, riuscì a distruggere l’economia di un paese che fino ad allora era paragonabile ad una nazione europea e affamò la popolazione, già messa in ginocchio dalla piaga dell’AIDS.

Ad un certo punto la situazione andò così fuori controllo che all’inizio del nuovo millennio lo Zimbabwe fu colpito da un’iperinflazione mostruosa, la banca centrale arrivò a stampare banconote da 100.000.000.000.000 dollari (vi aiuto, si legge “centro trilioni”), e l’inflazione raggiunse picchi del 231.000.000% mese. Per spiegarsi, se al supermercato, davanti a te, trovavi una vecchia rincoglionita che rallentava la coda, al momento di pagare il litro di latte il prezzo era diventato il doppio di quello visto sugli scaffali.

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Banconota da Cento Trilioni di Dollari

 

Ma tutto questo era molto lontano nel tempo e nello spazio dalla mia cameretta e dalla mia piccola apocalisse.

Mia madre continuava a restare in ospedale, con i pochi soldi che aveva messo da parte fece comprare dei regali per tutti, mio padre non capiva e s’incazzava, io capivo ma mi incazzavo uguale. Lei invece, ancora una volta aveva capito tutto e stava affrontando il suo personale Drago con la solita dolcezza.

Giocai la carta della disperazione, come quando all’ultimo minuto il portiere corre in attacco. Un pomeriggio andai in una chiesa dal nome promettente (Chiesa dei Miracoli) a parlare con dio. Gli spiegai il mio problema, onesto com’ero gli dissi che non ero poi un bravo fedele, e che in effetti non sarebbe stato così corretto rivolgersi a lui giusto nel momento del bisogno, che insomma l’avrei capito se avesse aiutato persone più religiose di me.

Miracoli
Chiesa dei Miracoli, vista da dietro

Il giorno prima di Natale chiamarono dall’ospedale, probabilmente dio aveva sentito solamente la seconda parte del mio messaggio, forse era distratto, oppure in chiesa la linea era disturbata.

Messo giù il telefono tornai con calma nella mia cameretta, chiusi la porta e presi lo stesso disco che avevo ascoltate qualche settimana prima, e solamente in quell’istante realizzai che si chiamava “Survival”.

Una scelta casuale mi aveva messo in mano un disco dal titolo profetico, “Survival”, sopravvivenza, perché quando ti capita una (piccola) apocalisse, tutto quello che puoi fare è sopravvivere, non hai altra scelta.

Molti anni dopo, in quello stesso giorno, in quello stesso ospedale, alla stessa ora, arrivò mia figlia.

Non c’è mai fretta per i miracoli.

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