Blue Haways

Blue Haway, a dream in a dream
just Haway , cream in cream
Haway Haway blue and… far away…
Blue Haways – Paolo Conte

 

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Paolo Conte fotografato da Daniela Zedda

Le cose cambiano, come diceva il titolo di un film di David Mamet, alcune volte invece “Le cose finiscono”, e quando succede è brutto, semplice così.

Solamente se le cose in questione ti piacciono, ovviamente, ma se si tratta invece di qualcosa di fastidioso, tipo “Glissando”, un oscuro film rumeno di metà anni ’80, il cui pregio maggiore è appunto che finisce, vi assicuro che è una cosa positiva. Durante la proiezione serale ad una Mostra del Cinema di Venezia, ho lottato per sfuggire all’abbraccio di Morfeo come nemmeno Maradona contro Gentile ai Mondiali del 1982.

Quando però a finire sono le storie d’amore, non c’è “d’altro canto” che tenga, il bicchiere non è né mezzo pieno né mezzo vuoto, il bicchiere non c’è più e basta.

La mia prima ragazza era una studentessa fuori sede dai capelli ricci e neri, facevamo quello che gli universitari fuori sede fanno di solito, e poi ogni tanto studiavamo.

Nell’estate passata con lei, mi portò a vedere il mio primo e ultimo concerto di De Andrè, le sarò eternamente grato per questo.

Quando, sulle strofe di “Andrea” (Andrea aveva un amore, riccioli neri / Andrea aveva un dolore, riccioli neri) le sorrisi, non prestai molta attenzione alle parole, altrimenti avrei letto tra le righe la profezia, la promessa di dolore che i suoi riccioli neri mi avrebbero causato.

Neanche sei mesi dopo se ne andò ad abitare a Padova, da un suo “amico”, un tizio ricco e con una carriera brillante davanti a se, fascista fino al midollo. Lasciato per uno uomo pieno di autostima e con simpatie per la destra più radicale, una costante della mia vita a quanto pare.

Una sera mi chiamò a casa, non c’erano i telefonini all’epoca, per dirmi che era finita e poi agganciò, ma a me non bastava, volevo che mi spiegasse il motivo, dove avevo sbagliato.

L’unico modo per parlarci era quello di chiamarla dall’amico, era sera, buio, faceva freddo e la pioggia iniziava a cadere, uscii di casa e scelsi la cabina telefonica delle Fondamente Nove, l’unica in zona che mi avrebbe protetto dalla pioggia.

Rispose lui, pochi secondi di silenzio ed ecco la voce della mia ex ragazza.

Le chiesi cosa stesse succedendo, volevo capire cosa avevo fatto, perché era tutto finito. Mentre parlava mi ricordai del concerto di Paolo Conte , pure quello visto assieme a lei, e di una sua canzone, la mia preferita, che nemmeno quella volta cantò. Le prime parole già spiegano tutto:

“Cercavo una donna / e ho trovato una commedia”.

Sono aggrappato alla cornetta di un telefono pubblico, come un naufrago in mezzo alla tempesta, a cercare di capire perché, lei è a pochi chilometri di distanza, ma lontanissima nel tempo e nello spazio.

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Reperto # 1 – Biglietto concerto Paolo Conte

La sua voce è sempre più lontana, dice cose che non capisco, la pioggia spinta dal forte vento frusta la cabina, ne colpisce i vetri e scende come ruscelli verticali, come lacrime.

Nella mia testa ancora Conte, che mi bisbiglia all’orecchio con quella sua voce da crooner astigiano:

“Sì, tu parlavi difficile / come fa l’Europa quando piove
e si rintana a dipingere / le isole del sogno
io non sapevo risponderti /perché ascoltavo la pioggia”

Mi ritrovo calmo, a guardare la pioggia che disegna percorsi irregolari sui vetri della cabina, e il rumore che fa, colpendo il tetto, lentamente copre la voce che esce, per me sempre più flebile, dalla cornetta.

Capisco che è tutto finito, aggancio ed esco che piove ancora, ma a quel punto non ci faccio più caso.

Dopo quella telefonata ci sentimmo qualche altra volta, poi non ebbi più sue notizie, fino ad un paio di anni fa.
Fu bello ritrovarla, lei mi raccontò quello che aveva fatto in tutto quel tempo, io, con il Fair Play che mi contraddistingue le chiesi subito come stava il Fascio, lei mi disse che l’aveva lasciato pochi giorni prima del matrimonio, con l’ovvio, conseguente strascico di dolore e senso di colpa.
L’avessi saputo all’epoca, avrei esposto un tazebao di venti metri sul campanile di San Marco con su scritto in gigantesche lettere rosse: “Go caro” (per i non veneziani traducibile con un “ben ti sta e ci godo pure”), e invece mi sorpresi (quasi) indifferente.

Si dice che la vendetta è un piatto che va servito freddo, ma dopo tutto quegli anni avevo l’impressione di trovarmi davanti ad una bistecca congelata.

Il tempo è gentiluomo, e finisce per farti ricordare solamente le cose belle, quelle che finisco appunto.

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