La Reyer

“Ho perduto mio cane lupo”
Brian Jackson, dalle parti del Rio Terà Barba Frutariol,
Venezia, primavera 1983

Mi ero ripromesso di aspettare il ritorno della Reyer in A1 per entrare ancora una volta nel palazzetto dell’Arsenale, quella specie di astronave aliena di cemento incastrato tra un canale e una calle strettissima nel cuore d Venezia, vicino appunto all’Arsenale. Quello era il “mio” palazzetto, purtroppo pur avendola frequentata da “atleta” (due ore di ginnastica a settimana durante la scuola media), non avevo mai visto giocare la Reyer alla Misericordia.

REyer vecchia
La Reyer / Canon in azione alla Misericordia, con il numero 8, Lorenzo “Il Magnifico” Carraro

Invece qualcuno pensò bene di far notare che il palazzetto dell’Arsenale, costruito pochi anni prima con le solite deroghe veneziane, non poteva più ospitare eventi con quel numero di spettatori, visto che le uscite di sicurezza davano direttamente sul canale, così la Reyer fu costretta all’esodo a Mestre, al pari di decine di migliaia di altri veneziani, e si trasferì in un palazzetto più grande, forse più sicuro, ma con le strade attorno dall’inclinazione all’ingorgo degna di una metropoli del sud est asiatico.

In realtà all’Arsenale ci ritornai, per altri motivi, qualche anno dopo aver visto l’ultima partita della Reyer, quando l’azienda per la quale lavoravo all’epoca sponsorizzò uno spettacolo con un mini stand, così per la prima volta calpestai quel parquet che per anni era stata la Casa del mio personale Olimpo degli dei.
Le gradinate facevano paura anche da adulto, mancavano i tifosi ma soprattutto mancava il suono caratteristico di ogni partita, quella specie di squittio che le scarpe da basket creano strisciando sul legno del parquet e i tonfi sordi della palla che rimbalza.
Dopo un po’ mi accorsi di un’altra assenza, ben più grave. I due canestri non erano al loro posto, se ne stavano in un angolo, ripiegati su se stessi, come scheletri di pterodattili. Come vecchie glorie dimenticate.

Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna, e un paio di anni fa mi arresi all’evidenza e andai a Mestre, per vedere una partita di serie A1 di una nuova, frizzante Reyer.
L’incontro non mi regalò grandi emozioni, qualche buona giocata da tutte due le parti, che applaudii in ugual misura, ma niente di più. Il settore dei tifosi della Reyer non smise mai di incitare la squadra, prima cantando “El Gondolier. Pope, oe!” (non sarà l’Inno Sovietico, ma qualche brivido lo regala ugualmente), poi passando ad un coro incomprensibile, urlato sulla melodia di “Sound of Silent” di Simon & Garfunkel, versione Eiffel 65, infine qualche cretino lanciò palle di carta in campo, evidentemente la multa non la pagava lui.
Ogni tanto li guardavo, con un sentimento di ammirazione misto invidia, sempre in piedi a spingere la squadra verso la vittoria (che in quella occasione non arrivò), non mi aspettavo niente di diverso da una curva di tifosi, ma usando le parole di De Andrè, “fossi stato loro posto… ma al loro posto non ci so stare”.
Il giorno dopo lessi sulla pagina FB ufficiale della Reyer, un intervento al vetriolo di un vero tifoso, probabilmente uno di quelli che avevano cantato per tutta la partita, che se la prendeva con le cosiddette “mummie” della tribuna, colpevoli secondo lui di poca passione nei confronti della squadra.

Io avrei voluto rispondergli, iniziai pure a scrivere qualcosa, ma poi decisi che non era il caso.

Loro giustamente vedevano una squadra, io invece un insieme di uomini in canottiera. Come avrei potuto spiegargli che non ce la facevo proprio, non potevo assolutamente intonare cori per dei giocatori che, nella migliore delle ipotesi, finivano le Elementari quando io ottenevo un risicato 37 all’esame di maturità?

Il mio personale Olimpo degli dei era fatto di Uomini diversi.
Avrei dovuto raccontargli di quando aiutai un Brian Jackson disperato nella ricerca del suo cane lupo dalle parti del Rio Terà Barba Frutariol (che nome magnifico per una strada!) o di tutte quelle volte che il mio compagno di classe si alzava alle 5 di mattina per andare con lui e la sua scassatissima barchetta di plastica arancione, a pescare seppioline alle Fondamente Nove.

brian Jackson
Autografo con dedica di Brian Jackson, #14

 

Magari gli potevo spiegare che il contributo migliore che portò alla Reyer Leon Douglas nelle poche partite giocate fu la splendida moglie, una panterona nera, sogno erotico neanche troppo nascosto di tutti i supporter granata, alla quale dedicarono più applausi e cori che al marito.

Come descrivergli l’emozione che provai quando vidi Floyd Allen attraversare la Strada Nova come fosse una divinità africana alta più di 2 metri. Sembrava dividere la folla come Mosè con il Mar Rosso, con un’eleganza altera, a dispetto dei suoi giganteschi mocassini che continuavano a scivolare sui masegni levigati.
Potevo scrivergli di Carlo Spillare, la bionda guardia di Vicenza, buon giocatore che si era guadagnato una nomea di tiratore discreto dalla linea dei 3 punti (ma per noi era una superstar) e che ogni volta che oltrepassava la linea di metà campo si sentiva urlare da mezzo pubblico “Tira! Tira!” (ma appena sbagliava l’altra metà urlava “Cavio, cavio!”).
Potevo raccontargli di quella volta che vidi con i miei occhi Aldo Seebold, uno spilungone di Cannaregio, Venezia, con il cognome americano ma il nome da tabaccaio (Aldo, ti me da un pacheto de Camel Blu?), segnare 14 punti, con 2 su 2 nei tiri liberi e 6 su 6 su azione, incluso un ultimo, delirante “gancio cielo”, che ci portò in paradiso.

score
Tabellino della partita Giomo – Rivestoni, da notare i nomi degli spettatori VIP

 

Mi dispiace davvero, ma come avrei potuto cambiare il caschetto biondo di Jackson, le spalle strette di Seebold e il baffo triste di Praja, per un polacco qualsiasi, per quanto generoso? Niente di personale, ma certe cose non si fanno.

Forse però avrei potuto rispondergli come fece una volta Dalipagic.
Il mio solito amico che si allenava dopo la Reyer andava spesso mezz’ora prima per vedere l’extra allenamento in solitaria di Praja, per sua stessa ammissione l’ammirazione spesso virava verso l’umiliazione, al punto che ogni volta si chiedeva se praticassero lo stesso sport, un po’ come quando vedi Rocco Siffredi in azione, e poi ti sbirci tra le mutande.

Quella volta il drago di Mostar, sempre con l’assistenza del solito ragazzino, si allenava a tirare dalla linea dei 3 punti. Il mio amico lo guardò infilare il canestro 49 volte su 49 tentativi, al cinquantesimo tiro la palla toccò il ferro ed uscì, il ragazzino la recuperò e fece per darla a Dalipagic, lui lo guardò e, con la solita espressione impassibile disse: “Vado a fare doccia”.

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