Balla con i lupi

John Dunbar: I’ve always wanted to see the frontier.
Major Fambrough: See the frontier?
John Dunbar: Yes, sir. Before it’s gone.

Dance with the wolves

Per un attimo ci spero, sarebbe bello che un proiettile lo colpisse, solamente lui, non il cavallo, e che lo lasciasse secco a terra. Poi penso che se il film finisce adesso, come cazzo devo passare i prossimi 180 minuti in un cinema enorme, al buio?

Per fortuna tutti i colpi vanno a vuoto, John Dunbar/Kevin Costner finisce la sua corsa a cavallo indenne, così il suo maldestro tentativo di suicidio diventa un atto di eroismo, e lui di conseguenza un eroe.

balla-coi-lupi
Kevin Costner nei panni di John Dunbar

Il film va avanti per circa 3 ore, non è male, per me che “Ombre Rosse” era il soprannome di un vicino di casa frequentatore di baccari, e non il film di John Ford, gli indiani non sono mai stati dei veri nemici, e l’immagine che ne viene fuori da “Balla con i lupi” mi sta bene.

L’ho visto di recente, il film, non è invecchiato male, a differenza dell’attore/regista, la cui interpretazione migliore degli ultimi anni è stata la pubblicità alle scarpe Valleverde.

Comunque me ne sto in quella gigantesca sala al buio con mio padre, non mi ricordo perché siamo andati al cinema assieme, nè tantomeno proprio perchè a Mestre, forse nelle poche sale rimaste a Venezia non lo davano già più.

Finito il film usciamo, mio padre mi vuole offrire la cena, io non ho tanta voglia, da un po’ di tempo provo un risentimento nei suoi confronti al quale non riesco a dare un nome.

Camminiamo per dieci minuti per le strade mezze vuote di Mestre, sempre in silenzio, mangiamo una cena veloce in una specie di self service, ci scambiano giusto un paio di parole, così, per educazione.

Mia madre se n’è andata da qualche anno, le mie sorelle abitano da un’altra parte e ormai siamo solamente io e lui, due uomini soli, orfani della stessa donna, separati da oltre quarant’anni di sconfitte (e qualche pareggio).

Con il tempo la situazione tra di noi non migliora, non ne capisco il motivo, poi, durante una serata a base di Porto nel ristorante di Los Angeles ho un’epifania, e scopro da dove viene tutto quel rancore.

Capisco che non avevo perdonato a mio padre l’aver sofferto come me  la perdita di mia madre, io potevo piangere e disperarmi, ero poco più di un adolescente e potevo, anzi dovevo farlo. Lui no, lui era un essere superiore, un genitore, quell’entità che per un figlio sta tra l’umanità è Dio, non poteva soffrire, doveva affrontare quella (piccola) apocalisse con i suoi super poteri, impermeabile al dolore.  Come nel racconto di Kipling, “L’uomo che volle farsi re”, aveva iniziato a sanguinare come una divinità non avrebbe dovuto, e non l’avevo perdonato.  Con quel bicchiere di Porto in mano (e molti altri in corpo) realizzo che mio padre è semplicemente un uomo, come me, con molti meno anni davanti, è il mio Mago di Oz smascherato, l’uomo dietro la tenda, non un dio ma un uomo appunto.

Come la strega Karabà, che durante tutta la storia è più cattiva di Romeo Benetti, ma che appena Kirikù la libera dalla spina conficcata sulla schiena diventa buonissima (e bella), anche io trovo la pace e divento più buono, non che fossi nemmeno lontanamente cattivo come Romeo Benetti (ma in realtà chi può esserlo, se non un personaggio di fantasia come la strega Karabà?).

Lo sguardo rassicurante di Romeo Benetti da Albaredo d’Adige

Quando torno in Italia sono più sereno, inizio a parlare con mio padre, vorrei chiedergli un sacco di cose, ma poi l’occasione buona sembra essere sempre quella del giorno dopo, e intanto il tempo passa.

Un lunedì vado a trovarlo in ospedale, mancano cinque giorni al mio compleanno, entro nella sua stanza, vedo il letto rifatto e il comodino pulito, l’altro paziente mi guarda stupefatto e mi dice:
“Ma come, non ti hanno detto che questa notte è morto?”
“Certo che me l’hanno detto, è che mi sembrava uno scherzo telefonico, così sono venuto a vedere di persona, coglione!”, è quello che avrei voluto dirgli, e invece balbetto un “No” e scappo fuori dalla stanza.

Non va bene così, avevo un mille domande da fare a mio padre, volevo sapere com’era stato vivere sotto il fascismo da ragazzino comunista, come aveva reagito quando aveva saputo dell’esplosioni delle bombe atomiche, o dei campi di sterminio nazisti.
Cosa stava facendo mentre l’uomo atterrava sulla Luna, oppure come diavolo aveva fatto a crescere tre figli, io che faccio fatica a crescerne uno.

Volevo sapere se aveva attraversato la vita come John Dunbar/Kevin Costner, al ralenty, in groppa ad un cavallo e ad occhi chiusi, sperando di evitare i proiettili nemici.
Se non era riuscito a vedere la frontiera per colpa nostra, o se eravamo stati noi, i suoi figli, la sua frontiera.

Quella sera, appena uscito dal cinema, mentre cammino tra le strade buie di Mestre ancora non lo so, ma quello è l’ultimo film che vedrò con mio padre.
Lui mi aveva portato a vedere, tra gli altri, “Cristo si è fermato ad Eboli” e “Apocalypse Now” a nemmeno 12 anni, finire con “Balla con i lupi” non è poi così male.

Se potete, una di queste sere andate a trovare vostro padre, portatelo a cena o, meglio ancora, al cinema, e quando lo riaccompagnate a casa dategli una carezza e ditegli: questa è la carezza del Poltronauta.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...