Angelo “Nini” Vadalà

“Deus ex machina è una frase latina mutuata dal greco “ἀπὸ μηχανὴς θεός” (“apò mēchanḗs theós”) che significa letteralmente “divinità (che scende) dalla macchina”.[1]
Tale espressione indica, per estensione, chi o ciò che risolve inaspettatamente una vicenda o problema intricato, spesso con modalità apparentemente non correlate rispetto alla logica interna della vicenda, al punto di apparire frutto di genialità o fortuna.” (Wikipedia)

Ho visto “Pulp Fiction” al cinema Centrale, a Venezia. Tanto per cambiare quel cinema non c’è più, vittima della mattanza delle sale cinematografiche che ha colpito la città in modo feroce a metà degli anni ’90.

Il Centrale è diventato un Lounge ristorante (qualsiasi cosa voglia dire) che per un periodo è riuscito a proporre un’imbarazzante “Pasta e Fagioli” a 22 EUR a porzione, purtroppo ora scomparsa dal menù.
Il ristorante però continua a regalarci capolavori di fuffa pura per acrobati del palato, come l’enigmatica “Spuma di patate con castraure e “botoi” di Sant’Erasmo”, nella versione assaggio a 7,40 EUR o in quelle piccola a 11,80 EUR (nessun cenno a quella grande o perlomeno a quella normale), o lo psicadelico “Magnum di gelato di salmone affumicato in casa con legno di cirmolo ricoperto di nocciole e sfoglie croccanti”, purtroppo solamente in versione piccola, al prezzo equo di 16,50 EUR (tra l’altro, affumicato a casa di chi?!).

“Pulp Fiction”, si diceva, un il film diventato giustamente “cult”, un capolavoro, pieno di battute memorabili e personaggi perfetti.
Tra i quali, senza ombra di dubbio, quello che tutti ricordano è Mr Wolf, l’uomo che risolve i problemi. Di “risolutori” il cinema ne ha sempre avuti, per me quello più famoso prima di Mr Wolf è il personaggio interpretato da Jean Reno in “Nikita” di Luc Besson. Lui è il “risolutore” schiaccia sassi, grande, grosso e sicuro di sé, che viene mandato per salvare Nikita da una situazione altrimenti irrisolvibile.

Ma Harvey Keitel, che risponde al telefono alle 7 di mattina inspiegabilmente in smoking, è tutta un’altra cosa, arriva fresco e rilassato con un sorriso da venditore di aspirapolveri, si beve un caffè (che in quel film sembra essere il più buon caffè del mondo), e in un paio di minuti elabora un piano degno del miglior McGyver.
E come cigliegina sulla torta, rimorchia pura la bionda dello sfascia carrozze.
Che dire, se una persona è così cool, c’è poco da fare.

Mr Wolf è il sogno di tutti quanti, il Deus ex machina da chiamare quando la situazione diventa improvvisamente difficile, irrisolvibile.

Penso a lui quando un mio caro amico mi racconta la storia di suo padre. Tutto nasce da un episodio legato ad Andrea Pirlo e Carlo Ancellotti, all’epoca rispettivamente giocatore ed allenatore del Milan.

Febbraio 2003, Pirlo stranamente è in panchina, il Milan a San Siro sta soffrendo con un modesto Modena, l’arbitro fischia un rigore per la squadra di casa. Ancellotti guarda Pirlo e gli dice di entrare, in fin dei conti nel corso di quel campionato ne aveva segnati 6 su 6, mentre i tre suoi compagni che quell’anno l’avevano sostituito dal dischetto (Rivaldo, Inzaghi e Serginho) avevano fatto cilecca.

Pirlo si toglie la tuta, entra in campo, mette la palla sul dischetto e tira, goal.

Così il mio amico iniza con il suo racconto.

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Angelo “Nini” Vadalà
Aprile 72, il padre all’epoca giocava in porta nel Chioggia, la squadra milita in serie D, un campionato semi professionistico di ottimo livello. Angelo, che tutti chiamano Nini, non è un gigante (all’epoca pochi portieri lo erano) ma ha un’agilità fuori dal comune, che gli permette parate spettacolari a volte quasi impossibili. Per tutto l’anno ha conteso la maglia di titolare con l’altro portiere, ma nonostante le buone prestazioni l’allenatore sembra non volergli assegnare la maglia numero 1 in modo definitivo.

Quando gioca però non sbaglia quasi niente e para quasi tutto, soprattutto i rigori, che sono la sua specialità, dall’inizio del campionato ne ha già parati 6.

Quella domenica si accomoda (si fa per dire) in panchina, il Chioggia sta vincendo 2-1 contro il Bassano, la partita è quasi finita quando l’arbitro fischia il rigore contro la squadra di casa.

Non ci sono filmati, e le cronache del tempo sono molto scarse.

L’allenatore del Chioggia esita un attimo, poi si gira verso Nini e gli dice di entrare, immagino che il portiere titolare non l’abbia presa bene, anche gli avversari devono essere stati disorientati da questo cambio, ma probabilmente qualcuno fa notare ai giocatori del Bassano che quel ragazzo magro appena entrato di rigori ne ha già parati 6.

Qui, forse inconsciamente, l’allenatore compie il suo capolavoro, il cambio mette ancora più pressione sull’attaccante del Bassano, che quando va a calciare la palla non è più sicuro come prima.
Piccola rincorsa e tiro, Nini, dopo oltre un’ora di panchina, ha ancora i muscoli freddi ma la testa no, quella è pronta, le sue gambe si tendono e vola.
Lo stadio esplode, lui si rialza con la palla tra le mani, questo sarà il suo settimo rigore parato.
La partita riparte, pochi minuti ancora e l’arbitro fischia la fine, il Chioggia batte il Bassano 2 a 1.

Un episodio simile capiterà anche ai Mondiali brasiliani del 2014, quando l’allenatore dell’Olanda a pochi minuti dalla lotteria dei rigori sostituirà il portiere titolare Cillessen con il suo secondo Krul, para rigori di fama (il trucco funzionerà).

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Cilessen lascia il campo (la porta) a Krul
Nini giocherà ancora molti anni a Chioggia, una volta smesso insegnerà ai bambini come volare da un palo all’altro, rimanendo sempre con i piedi per terra.

Qualche anno fa Angelo se n’è andato, di solito si dice prematuramente, e nel suo caso l’espressione è sicuramente riduttiva.
Ha lasciato molti bei ricordi, Nini, e due figli straordinari che tengono viva la sua memoria, anche se a Chioggia certe sue parate, rigori inclusi, nessuno potrà mai dimenticarle.

Adesso che non c’è più, anche io che l’ho incrociato appena un paio di volte, vorrei tanto avere un “Nini” al mio fianco, un Deus ex machina da chiamare per risolvere problemi che spesso ci travolgono, per parare i rigori che la vita continua a fischiarmi contro.

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