Not here, not now

Smiling faces all around us
You don’t want to make a scene
Not here, not now
And I don’t want to cry

Not Here, Not Now – Joe Jackson

Ad un certo punto, con il solito ritardo, anche la RAi si accorse che il nuovo trend per i giovani erano i video musicali, e creò una trasmissione apposita. Nulla al confronto di DJ TV oppure di VideoMusic, ma per almeno 1 ora alla settimana il canale nazionale diventava la TV preferita dei “giovani”, e anche la mia.

La trasmissione si chiamava “Mister Fantasy” e a condurla fu chiamato tale Carlo Massarini, un giovanotto alto e magro, con una parlantina veloce, belloccio e con un ciuffo perfetto, ma non abbastanza, che lo faceva sembrare una specie di Brian Ferry stampato con la cartuccia del toner mezza scarica.

massarini
Carlo “Mister Fantasy” Massarini

 

Però a me bastava, e in quell’ora la RAI apriva una finestra sul mondo dei video musicali, inutile dire che la musica (parliamo dei pieni anni ’80) non era esattamente la mia preferita, però la curiosità era tale che ero disposto a subire l’ennesimo video dei Duran Duran per vedere “Rock in the Casbah” dei Clash, oppure “Steppin’ out” di Joe Jackson.

Adesso, con tutto disponibile sempre ovunque, faccio fatica a spiegare a mia figlia che i video musicali per noi quindicenni erano come la luna piena, sapevi che sarebbero arrivati ma c’era da aspettare il tempo e la modalità adatta.

Nella mia ultima estate da minorenne andai in Inghilterra per seguire un corso d’Inglese organizzato dalla mia scuola.
Si trattava di passare 3 settimane in qualche città sperduta nella campagna Inglese, di solito si finiva nel corrispettivo d’oltre Manica di Asti, invece, per un imprevedibile colpo di fortuna, assieme ad altri miei compagni di classe, fui mandato a Londra, precisamente nella zona dii Crystal Palace, quando me lo dissero mi sentii Willy Wonka che si ritrova in mano il “golden ticket”.

Partimmo pieni di entusiasmo, ovviamente imparare l’Inglese era considerato un “danno” collaterale, a noi interessava Londra e basta.
La classe del mio corso era fortunatamente composta da ragazzi provenienti da tutto il mondo, non solamente da Italiani, nonostante la rappresentanza della nostra scuola fosse piuttosto numerosa.
Numerosa e in prevalenza femminile, e tra le presenze femminili c’era una ragazza, un paio d’anni più grande di me, con due occhi da cerbiatto e un sorriso killer, della quale ovviamente mi innamorai subito.

Dopo un paio di giorni feci un sogno meraviglioso, ero al “solito” pub, la serata stava finendo, quando la ragazza dagli occhi di cerbiatto mi chiese di accompagnarla a casa. Incredulo accettai e camminai con lei per circa 10 minuti, quando fu il momento di salutarci ci scambiammo un lungo bacio.
Nei giorni successivi il sogno si ripetè più volte, più o meno uguale, e mi ci volle una settimana per capire che non stavo immaginando niente, quei baci e quelle passeggiate erano tutte reali. Mi sentivo come Willy Wonka che improvvisamente scopre di saper giocare a basket come Michael Jordan.

Mi ero quasi scordato di essere Interista.

Durante quelle tre settimane cercai in tutti i modi di fotografare la “mia” ragazza, avevo una Yashica fx3 nuova da sfruttare, ma lei, come le dive degli anni ’50, sfuggiva sempre al mio obiettivo (nessun doppio senso, giuro).
Alla fine riuscii comunque a catturarla in un paio di scatti, una volta tornato a Venezia stampai con cura i suoi ritratti in bianco e nero, ma per un motivo o per l’altro riuscimmo a rivederci solamente ad inizio Settembre, un paio di mesi dopo il nostro ritorno a Venezia.

L’appuntamento é per le 8 di sera vicino a San Marco, faccio un po’ tardi per cercare di trovare (non riuscendoci) un fiorista aperto, così mi presento senza rose e solamente con un paio di fotografie (con dedica) dentro una busta.
La vedo, lei sta parlando con un tipo molto più grande di noi, quando la raggiungo mi fa il solito sorriso killer e mi presenta l’amico, dicendomi tutto d’un fiato: “Ciao, questo è Marco, è il mio ragazzo, c’eravamo presi una pausa questa estate, sa tutto di noi, ma non ci sono problemi. Tornata da Londra ho capito però che l’amo troppo e adesso ci siamo rimessi assieme”.

Guardo il tipo, sembra alto sei metri, in apparenza ha la faccia tranquilla, pacifica, ma facendo un po’ più di attenzione mi accorgo che ha la stessa espressione di Mohammed Alì alla fine del settimo round nell’epico incontro con George Foreman in Zaire, quando capisce che l’avversario non ne può più di prenderlo a pugni, manco fosse una statua di marmo, e lo guarda mentre si allontana volgendogli le spalle, di fatto sconfitto.

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George Foreman capisce che ormai ha perso, da notare lo sguardo di Mohammed Ali

In quell’istante sono George Foreman, rassegnato ed incredulo, sono Willy Wonka con il biglietto d’oro, ma in un film di Lucio Fulci, sono Michael Jordan, invecchiato che gioca a baseball.

Abbozzo un sorriso, dico di capire, ringrazio per l’onestà e me ne torno a casa. Mi chiudo in cameretta per un paio di ore al buio, poi decido di accendere la TV, ed ecco che mi trovo il Brian Ferry di Suburbia, Mister Fantasy in persona che sprizza energia e verve ad ogni parola, ma vaffanculo Carlo Massarini, va.

Parte “Happy ending”, il video nel quale Joe Jackson, con una tipa dal copricapo inguardabile persino per gli standard degli anni ’80, canta di persone dal cuore duro, che comunque tutti vogliono un lieto fine. Io in quell’istante mi sarei accontentato anche di un mediocre inizio.
Conoscevo quello spilungone stempiato inglese, con i pantaloni eleganti a vita altissima, tenuti sempre da bretelle fuori moda, ma non era quella la canzone di Joe Jackson che mi serviva. Recupero la cassetta di “Body and Soul” passatami da un mio amico e la faccio scorrere veloce fino al terzo brano, “Not here, not now”, dove Joe Jackson tocca i tasti del pianoforte con la delicatezza della pioggia mattutina, e canta parole che sembrano vere, racconta “di sogni infranti, che cerco di ricostruire ancora” , dice che “gli sguardi potrebbero uccidere di nuovo, e io sono troppo giovane per morire”.
Il tutto orchestrato a meraviglia, con la band di sottofondo che si muove come fosse un’unica cosa, e quel flicorno (versione ancora più cool del sax) che ti colpisce di sorpresa, togliendoti il fiato.

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La bellisima copertina di “Body and soul”, ispirato a quella di “Sonny Rollins, Vol. 2.”

 

Torno a scuola dopo dopo circa due settimane, è il primo giorno del mio ultimo anno, ritrovo i miei compagni di Londra, ovviamente incrociamo anche la ragazza dagli occhi di cerbiatto, ci salutiamo a malapena.

Il mio amico lo nota, io gli spiego cosa è successo. In fin dei conti non siamo nemmeno maggiorenni, ma siamo già in grado di dispensare perle di saggezza, balsamo per le ferite dell’anima.
Mi guarda e dice: “Mica sempre è domenica”.

Lo so, e chi si lamenta, ma mi bastava anche un eterno venerdì mattina.

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