Face a la mer

Si on allait au cimetière
Voir mon nom gravé sur la pierre
Saluer les morts face à la mer
Ivres de vie dans la lumière

Face à la mer – Les Negresses Vertes

A Venezia c’è una biblioteca che ha formato e continua a formare le migliori menti dei veneziani degli ultimi 145 anni, se ve lo state chiedendo vi confermo che tra queste menti la mia non c’è.
Quando il nobile Giovanni Querini Stampalia creò la fondazione a lui intitolata ovviamente non sapeva che oltre 100 anni dopo avrei frequentato le sale silenziose (a parte il fastidioso parquet scricchiolante) cercando di trovare una strada nella mia vita. Ma alle mie giornate di studio con l’andare del tempo si sostituirono, sempre più frequentemente, giornate di lavoro.
Ogni scusa era buona per tirare su un po’ di soldi, perciò mi ritrovavo spesso a svolgere lavori particolari, alcuni al limite del surreale, puntualmente finiti (quasi tutti) nel mio c.v.

Quello di cui vado molto fiero, e che un paio di volte ha salvato i miei colloqui di lavoro, è stato il Censimento dei piccioni di Venezia, un’altra volta magari spiego come funzionava, fin d’adesso posso dire che la popolazione dei pennuti risultò essere di circa 30.000 esemplari, nel caso qualcuno avesse questa curiosità.

Altri lavori, meno “nobili”, non sono mai finiti nel mio c.v., uno dei più tristi era qualcosa definibile come “guida abusiva”, ma leggermente più sofisticata.
Lo schema prevedeva che un albergo a 4 stelle mi chiamasse per portare in giro coppie facoltose, facendole finire casualmente in una vetreria “convenzionata” che ovviamente riconosceva al portiere di turno (non a me) una mancia.

Durante la guida avrei dovuto preparare psicologicamente i clienti, ma spacciare per capolavori pezzi di vetro venduti ad un prezzo 20 volte il loro valore non faceva per me. Inutile dire che dopo 5 o 6 mancate vendite, nessuno mi chiamò più.

Però le mie “guide” erano apprezzate, mi ricordo ancora di 2 coppie di ricchi francesi (i due uomini erano titolari di un’azienda di impianti che aveva appalti in tutta l’Africa francofona) che mi vollero anche a cena. Quando le chiacchiere finirono sulla musica francese calai, con nonchalance , i miei due assi. Con una punta di orgoglio dissi che i miei gruppi preferiti erano Mano Negra e Les Negresses Vertes. I tipi, bianchi francesi conservatori con ancora il poster di Charles De Gaulle in cameretta, mi fecero notare che quelli non erano gli esempi che meglio raffiguravano la vera musica transalpina, e mi elencarono gli artisti francesi per loro più rappresentativi. Non mi sembrò il caso di far loro notare che Charles Aznavour in realtà si chiamava Chahnourh Varinag Aznavouri e che fosse figlio di due immigrati armeni (la madre, di Smirne, sopravvisuta al Medz Yeghern), che Yves Montand era nato in Italia con un altro nome (Ivo Livi) e che neppure Juliette Greco avesse poi un cognome così francese.

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Le Negresses Vertes in azione, 1989

 

Le mie band, soprattutto Les Negresses Vertes, erano per me francesissime proprio per il loro mix multietnico. Il loro primo disco “Mlah”, di cui avevo consumato il vinile, inizia con un meraviglioso valzerino, che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di Amelie, e poi continua con canzoni altrettanto francesi, frutto del lavoro collettivo di un gruppo di ventenni caciaroni e pieni di energia.
A leggere i cognomi dei componenti si intuisce l’origine di questi ragazzi, che vanno dall’Algeria fino alla Bretagna, passando per l’Italia. I brani del loro disco d’esordio portano gli echi della musica Andalusa e di quella Algerina, filtrata con ritmi a volte vicini allo ska. Il tutto accompagnato da testi in francese principalmente scritti e cantati dal frontman Helno Rota De Lourcqua, alias Noël Rota, nato proprio il giorno di Natale in una famiglia di origini italiane.

Ad un certo punto Les Negresses Vertes diventarono la band del momento, arrivando in tournè anche in Italia. Vennero a suonare a Conegliano, una mia amica riuscì pure a recuperare un paio di biglietti, ma alla fine al concerto non ci andammo, non mi ricordo nemmeno il motivo.

Tempo dopo lessi la recensione di quel concerto, il giornalista descrisse la band con una specie di circo colorato in eterno movimento sul palco, al centro del quale stava, immobile, Helno, aggrappato all’asta del microfono come un naufrago al salvagente nel mezzo di una tempesta.
Helno in realtà stava tutti i giorni in mezzo ad una tempesta, era la sua dipendenza dall’eroina, che lo stava consumando, mentre lui e la sua band continuavano a girare l’Europa.

600full-helno-rota-de-lourcquaUn rilassato Noël Rota, aka Helno Rota De Lourcqua

“Famille nombreuse”, il loro secondo disco, è ancora più bello, più maturo, suonato meglio, con la band in stato di grazia. I demoni di Helno lo tormentano ancora, ma lui non molla, cerca di esorcizzarli.

In una strofa di quella che è una delle più belle canzoni dell’album, “Face à la mer”, dice qualcosa tipo: Se andate al cimitero / Guardate il mio nome inciso sulla lapide / Salutate i morti che guardano il mare / Ebbri di vita nella luce.

Un mese dopo aver compiuto 29 anni (4 in meno di Cristo, John Belushi e Bruce Lee, ndr) Helno muore di overdose. Leggo la notizia sul giornale mentre sono alla Querini Stampalia e subito condivido il mio dolore con un amico che mi sta di fronte, al quale bisbiglio che Helno è morto.
Mi chiede cosa gli è successo, quando gli spiego che si è trattato di un’overdose lui, ragazzo dalla sensibilità di un celerino, dice: “Cussì l’impara a drogarse”.

Quando il terzo disco esce, un anno dopo, Le Negresses Vertes sono ormai implosi, in fin dei conti erano nati da un gruppo di amici che volevano semplicemente suonare, la scomparsa di Helno è un colpo troppo duro. La band di fatto smette di esistere poco tempo dopo.
Il disco non è poi così brutto, ma si intuisce che manca qualcosa, che la magia è sparita, di Helno Rota De Lourcqua non c’ traccia, a parte l’ultima frase in quarta di copertina del libretto che accompagna il CD, due semplice laconiche parole.

Pour Noël.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Il pezzo è davvero ben scritto li ricordo di una memoria struggente. Ci lavorai, Torino ’90
    merci

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Merci a te Monique, aver lavorato con i negresses è una cosa che ti invidio 🙂
      Sono contento che il pezzo ti sia piaciuto, spero che tu ne possa trovare altri nel blog,
      à bientôt. Riccardo

      Mi piace

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