Love will tear us apart

But emotions won’t grow,
And we’re changing our ways, taking different roads.  
Then love, love will tear us apart again.
Love, love will tear us apart again

Love will tear us apart – Joy Division

Quando capisci che sei davvero un genitore?  C’è chi giura di essersi sentito padre appena tenuto in braccio il proprio figlio per la prima volta. Altri ti possono dire che è successo mentre riprendevano la propria figlia con il cellulare, durante la recita dell’asilo, immortalandola in un filmato che non hanno poi mai più visto.

Per me è stato invece la prima volta che ho raccontato una bugia a mia figlia, d’istinto, per timore che la verità mi avrebbe ridimensionato, avrebbe fatto vedere “the man behind the curtain“, il bluff del Mago di Oz. Certo, parliamo di bugie innocenti, quelle che gli americani chiamano “white lies“, ma pur sempre qualcosa differente dalla realtà.

Tutto nasce da una sua domanda: “Papà, conosci i Joy Division? Perché vorrei prendemi la loro maglietta.” Domanda strana nel 2015, ma è la prova che se la band di Salford (e con loro i Ramones) avesse venduto un disco ogni due magliette, sarebbe nella top 10 di tutti i tempi.

I due unici album dei Joy Division, versione CD
I due unici album dei Joy Division, versione CD

Comunque rispondo di si, che conosco i Joy Division, che la loro canzone più bella è “Love will tear us apart” (la fischietto pure) e che il cantante, Ian Curtis, non proprio il ritratto della salute, è morto suicida giovanissimo, a soli 23 anni.

In realtà non so assolutamente niente di questo gruppo, tranne la fine tragica del cantante, ma mi salvo in corner con la mia solita nozionistica da Rickypedia. A mia discolpa l’adolescenza l’avevo passata tra scuola, patronato, dischi di reggae e allenamenti di calcio, difficile immaginare che in questo habitat potessi avvicinarmi al mondo vario (ma monocromatico) del “dark”. Aggiungiamoci l’assenza di un fratello maggiore e il fatto che la mia scuola non fosse un liceo, dove i dark crescevano allo stato brado, ma un Istituto Tecnico.

Non che i dark fossero proibiti, ma quei pochissimi che si vedevano in giro, vestiti di nero dalla testa ai piedi e con i capelli cotonati, erano campagnoli (facile, 8 studenti su 10 della mia scuola venivano dalla terraferma) e già questo per me, snob veneziano,  bastava a rendere la loro musica poco interessante.

Passai uno degli ultimi capodanni da teenager con alcuni dei miei compagni di classe, in una discoteca, dalle parti di Mira se non ricordo male. Rimanemmo lì fino alla fine della festa, con la pista era vuota e le luci quasi completamente accese, dalle casse partì un brano a me sconosciuto, dal nulla sbucò un tipo completamente vestito di nero, con i capelli sparati in aria, che si piazzò al centro della pista, e ci rimase fino a quando la musica smise di suonare, con i piedi fermi e “con i gomiti alti e le braccia raccolte, come un pugile pazzo che si difende dai pugni”  (come scrive Maurizio Blatto nel suo saggio “Mytunes” proprio per il pezzo sui Joy Division).

Non avevo mai visto una cosa del genere, chiesi ad un mio amico chi fosse quel tipo, mi rispose che non lo conosceva, e aggiunse con voce ferma e rassegnata, e quasi con una vena di ammirazione: “El xè un dark”.

Ecco, la mia conoscenza del mondo dark era tutta lì, Ian Curtis che si impicca a 23 anni e la visione di un ballerino solitario.

Ma non lo dico a mia figlia, a lei racconto una versione dopata, ricca di aneddoti da Settimana Enigmistica, le dico che le comprerò la maglietta dei Joy Division solamente dopo aver comperato i loro CD, così, per questione di rispetto verso la band.

Dopo un paio di settimane capitiamo alla Feltrinelli, e li, in mezzo alla sempre più imbarazzante sezione musica, scorgiamo gli unici due album da studio dei Joy Division, “Unknown Pleasure” e “Closer“, entrambi in versione deluxe con CD supplementare fatti di extra, live e rarità, come se me ne importasse qualcosa. Ma in totale costano 14 euro, e mi sembra il caso di lanciare un messaggio a mia figlia: se vuoi indossare la maglietta di una band prima devi conoscerne la musica.

In autobus, sulla via del ritorno, sbircio i titoli di “Unknown Pleasure“, la cui copertina è riprodotta sulla maglietta, e quelli di “Closer“, ma niente, poi del secondo CD scorgo finalmente “Love will tear us apart“, qui in una versione live. Questo spiega quanto sappia di loro.

Arrivo a casa, cerco on line qualche notizia e scopro che la canzone più famosa dei Joy Division è uscito un mese prima del suicidio di Curtis come singolo, e che non è incluso in nessuno dei loro album.

Poi faccio una scoperta agghiacciante che ovviamente non condivido con mia figlia. Cercando le varie versioni su YouTube mi imbatto in una che mi suona fin troppo famigliare, il motivo per il quale la conosco è perchè è contenuta in un vinile che avevo comperato a metà anni ’80, “No parlez” di tale Paul Young.

Copertina dell’album “No parlez”, versione vinile.

Paul Young era un concorrente di X Factor vent’anni prima che Simon Cowell inventasse lo show: un giovanotto inglese di bella presenza, con una voce magnifica, perfetta per il “White soul” tanto amato nel Regno Unito, e per cantare cover. Quello fu il suo unico album di successo (e che successo!), dopo il quale sprofondò nell’oblio.

Lo ammetto a malincuore, ma la prima volta che ho sentito “Love will tear us apart” è stata grazie alla cover di Paul Young, come se mi fosse capitato di vedere “Il rinoceronte” di Ionesco per la prima volta nella versione fatta da Pippo Franco e i suoi colleghi del Bagaglino.

Per rimediare inizio ad ascoltare i due album (con extra CD annessi) tutti di fila, mia figlia sembra non gradire, forse tra un paio d’anni. Io lo faccio per dovere, probabilmente sono troppo vecchio per diventare dark.

Alla fine ho comperato la maglietta a mia figlia, e per un attimo ho pure pensato di comprarne una per me, ma vestirsi di nero, essere depressi (e cotonarsi i capelli) è un lusso riservato solamente ai giovani che hanno tutto il futuro davanti, una cameretta dove rifugiarsi e testi di canzoni a spiegare loro la vita. Quando hai più passato che futuro, un affitto da pagare, un lavoro ballerino e una figlia teenager, essere dark è un controsenso anacronistico, grottesco e pericoloso, oltre che inutile. Per questo non ho mai visto un dark vecchio, forse Ian Curtis l’aveva capito già a 23 anni.

Copertina di “Unknown pleasure”, sulla destra parte del testo ricopiato da mia figlia.
Copertina di “Unknown pleasure”, sulla destra parte del testo ricopiato da mia figlia.

Se esiste l’inferno per i suicidi, per quelli che “muoiono in un incidente sbagliato, come gli idioti che muoion d’amore“, probabilmente è il posto dove è andato a finire Ian Curtis, e adesso se ne sta silenzioso in un angolo, con lo sguardo malinconico disegnato sul  volto emaciato, mentre sullo sfondo casse di pessima qualità riproducono in loop, gracchiando, l’MP3 di “Love will tear us apart”.

Cantato da Paul Young.

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