Wish you were here

How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls
swimming in a fish bowl
Year after year,
running over the same old ground
What have we found?
The same old fears.
Wish you were here.

Wish you were here – Pink Floyd

Wish you were here
Vinile di “Wish you were here”, e casetta postale. Venezia
Avevo incontrato Christopher nell’ostello a Parigi nel quale stavo con la mia classe durante una gita scolastica, o come si direbbe adesso, durante un viaggio d’istruzione.

Lui era il classico backpacker, con tanto di zaino, chitarra e capelli lunghi. Era arrivato da poco dal Canada e sarebbe rimasto altri 6 mesi in Europa. Aveva la faccia simpatica, gli occhi azzurri ereditati dal padre Irlandese e una voglia di conoscere uguale alla mia.

Mi disse che sarebbe venuto dalle mie parti in estate, e così a metà giugno arrivò a Venezia con Mark, il suo compagno di avventura che nel frattempo l’aveva raggiunto.
Andammo in giro per calli e canali per 3 giorni, poi ripartirono per un’altra meta, con la promessa che ci saremmo rivisti in Canada prima o poi, promessa mantenuta poco tempo dopo, perchè a fine Ottobre di quell’anno arrivai a Vancouver.

La sua famiglia abitava nella classica grande casa di legno, due piani con piccolo giardino davanti e uno sul retro, e un basement dove dormiva Christopher e dove mi piazzai anche io.

Vancouver
Lampione e albero in Ottobre, Vancouver
Il mattino dopo il mio arrivo vidi per la prima volta in vita mia l’Autunno. Decine, centinaia di alberi stavano cambiando colore, le foglie sui rami e per terra coprivano una gamma di colore che andava dal giallo ocra al rosso burgundy.
L’aria era cristallina, la luce tersa, il cielo azzurro sullo sfondo sembrava bidimensionale, con gli alberi appoggiati sopra.
Ester, la madre, era dolcissima, per tutta quella settimana mi fece sentire come una specie di figlio.

Essendo fine Ottobre era anche il periodo di Halloween, il primo (e l’ultimo) che passai da professionista, cioè in un posto dove lo fanno per davvero, e non dove viene imposto dalla Heineken.
Come tradizione intagliammo la zucca che sarebbe stata messa sulla veranda la sera del 31 ottobre per avvisare tutti i bambini della zona che in quella casa ci sarebbero stati dolcetti ad aspettarli.

La notte di Halloween indossammo un costume, ma eravamo troppo grandi per fare “trick or treat”, perciò quella sera saremmo andati ad una festa nella casa di un conoscente di Christopher.

Passammo da Mark dove ci aspettavano altri amici, un tizio tirò fuori un sacchetto trasparente con dentro quello che sembrava essere del tabacco gigante e disse: “Let’s have a magic mushrooms tea!”, tutti accettarono con entusiasmo.
Io, che fino ad allora consideravo trasgressivo bere due Ceres di seguito, non battei ciglio. Sono di Venezia, che ve lo dico a fare.

Bevuto il tea ci incamminammo alla ricerca della festa, c’era un problema però: Christopher non era proprio sicurissimo dell’indirizzo, così iniziammo a fare dei tentativi, andando a caso in giro per il quartiere.

Si era fatto molto buio ed era calata una nebbia fittissima, al punto che si riusciva a malapena a vedere la luce del lampione che ci stava sopra la testa, mentre quello successivo veniva inghiottito dalle tenebre, sembrava di stare in un film dell’horror.

Di tanto in tanto, silenziosa come un vascello fantasma, ci passava vicino a passo d’uomo una macchina della polizia, annunciata dalla fredda luce blu della sirena muta, credo fosse routine per notti come quelle, ma non nascondo che mi metteva un po’ a disagio.

Le zucche di Halloween a casa di Christopher
Stavamo camminando da quasi un’ora, avevamo visitato un paio di case, ma la Festa non si trovava da nessuna parte, in più questi funghi allucinogeni non stavano funzionando. Per fortuna Mark, che ci stava guidando verso l’ennesima casa, aveva con sè della birra, gli chiesi una lattina, lui si girò e me ne allungò una, mi accorsi per la prima volta che assomigliava stranamente a Robert Redford. Quando scoppiai a ridere, lui mi chiese che cosa ci fosse di così divertente e nonostante fosse davanti a me la sua voce mi arrivò dalle spalle.
In quell’ultimo barlume di lucidità capii che i funghi non erano un bluff.

Ovviamente anche la terza casa si rivelò vuota, la Festa stava diventando la nostra Moby Dick. Dopo un’altra mezzora, durante la quale il buio si fece ancora più buio, la nebbia ancora più nebbia e la macchina della polizia sempre più minacciosa, iniziammo a camminare su di un marciapiede che era separato dalla strada per tutta la sua lunghezza da una larga striscia di erba, che entrava direttamente nell’asfalto, senza il classico cordolo.
Sembrava che il prato venisse inghiottito da quella lingua scura di asfalto, che ai miei occhi diventò un canale di Venezia, anzi, ora che guardavo meglio, tutte le strade erano diventate canali. Minchia se funzionavano questi funghi!
E mentre spiegavo in italiano ai miei amici come funzionava il trasporto nella mia città arrivammo finalmente alla Festa.
La luce usciva dalle finestre di un’enorme casa di 3 piani, bucando in qualche modo la nebbia. La Festa era al suo culmine, gente ovunque, musica a palla, stava venendo così bene che dopo un paio di minuti arrivarono le volanti della polizia e sulla casa calò il silenzio, quella sera imparai il significato della parola “busted”.

Decidemmo che era arrivato il momento di tornarsene a casa,
ovviamente non c’era fretta, perciò facemmo un giro ancora più largo, ad un certo punto attraversammo una specie di bosco, io saltavo sull’erba, rimbalzando ogni tanto su di un albero, tutto era così morbido e buio, sembrava un sogno.
Per togliermi ogni dubbio presi un pezzo di carta da terra e me lo misi in tasca, se l’avessi avuto ancora il mattino successivo avrei avuto la certezza che non stavo sognando. Inutile dire che la serie di ematomi che mi ritrovai l’indomani resero la scoperta del pezzo di carta in tasca superflua.

Arrivati a casa ci rifugiammo nel basement, il mio letto era un materasso messo sul pavimento, con il cuscino esattamente in mezzo alle due casse dello stereo. Christopher pensò bene che non era troppo tardi per ascoltare della musica, così mise sul piatto un disco che non conoscevo.
Nel buio di quella stanza la cassa fece uscire un suono timido, ovattato, ma poi dopo qualche secondo la chitarra suonò per davvero, da tutte due le casse, e riempì la stanza.
Così la prima volta che ascoltai “Wish you were here” ero sdraiato al buio, tra due casse stereofoniche, con dei funghi allucinogeni che giocavano a nascondino con il mio cervello. Per tutta la durata di quel vinile il mio corpo fluttuò in aria, riuscii a sentire la musica con ogni singola cellula del mio corpo, come fosse anche quello un sogno.

Lasciai Vancouver dopo qualche giorno, non parlammo più di quella serata, ma ogni lettera che ci scrivevamo finiva sempre con “Wish you were here”.
Col tempo le lettere divennero sempre più rade, fino a quando mi dimenticai di rispondere all’ultima che mi scrisse.

Pochi anni fa ricevetti una telefonata, era la madre di Christopher, si trovava a Venezia con il marito, aveva conservato il mio numero (era già venuta a visitarmi subito dopo il mio ritorno in Italia), mi disse che aveva fatto un tentativo, quasi convinta che quel numero non funzionasse più.

Passai il pomeriggio con loro, Ester mi raccontò del figlio, con gli occhi di una madre innamorata. Christopher si era traferito in un isola vicino a Vancouver, conduceva una vita un po’ bizzarra, un misto tra l’artista e l’eremita. Aveva una curiosità della vita straordinaria, una intelligenza seconda solamente alla sua sensibilità, e questo l’aveva fregato. Per non sbagliarmi, io da un’isola non mi ero mai mosso. 

Così vicini, così lontani, entrambi circondati dall’acqua, come in una fish bowl.

Ero felice e triste al tempo stesso, prima di salutarli mi fermai in una libreria, presi una cartolina in bianco e nero, dei gabbiani in volo sulla laguna.
Sul retro scrissi “Wish you were here”, la chiusi in una busta e chiesi ai genitori di portala a Christopher. Spero davvero l’abbiano fatto.

Wish 2
Copia della cartolina con i gabbiani
A proposito del pezzo dei Pink Floyd, quella canzone è stata scritta da Roger Waters e David Gilmour, l’amico di Syd Barrett, al quale aveva rubato il posto nella band quando quest’ultimo era letteralmente uscito di senno (ed era stato cacciato dal gruppo).

Anche “Wish you were here”, come tutto l’album, era dedicata all’amico “scomparso”. Una delle leggende che girarono racconta che Syd si presentò in studio durante le registrazioni, con i capelli rasati a zero e grasso oltre misura, al punto che all’inizio non fu riconosciuto dai suoi (ex) compagni.

syd barret
Syd Barrett, ingrassato e con i capelli rasati, in visita nello studio di registrazione
Poco importa in questo caso, perchè per me resta una delle più belle canzoni di sempre.

Cosa non riesce a fare il senso di colpa.

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