Spazio 1999

A giant leap for Mankind… It’s more like a stumble in the dark.

Com. John Koenig

Ognuno di noi ha una o più date tatuate nella memoria. In alcuni casi quella data è legata ad avvenimenti personali: la nascita di un figlio, il giorno della laurea, cose del genere.

Spesso però si tratta di un giorno epocale per tutti, ad esempio chiunque abbia assistito allo sbarco sulla Luna si ricorderà di certo cosa stava facendo in quel momento; sicuramente chiunque ti può dire dove si trovava quando le Torri Gemelle furono abbattute l’11 Settembre.
Oppure semplicemente, tra tutti i capodanni festeggiati, quello che ci si ricorderà sempre sarà quello del 2000, almeno quella parte vissuta da sobri.
Certe date invece si aspettano per anni, e quando finalmente arrivano t’accorgi che forse era l’attesa, come al solito, la parte più bella.

Il giorno nel quale la Luna si staccò dalla Terra, il 13 Settembre 1999, mi ricordo esattamente dov’ero e cosa stavo facendo.

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Fotogramma dalla sigla iniziale di Spazio 1999

Aspettavo quella data da circa metà anni settanta, da quando cioè la RAI trasmise il primo episodio di Spazio 1999. Erano passati pochi anni dalle missioni Apollo, e sembrava logico che a breve l’uomo avrebbe costruito una base sulla Luna. Questo avrebbe anche permesso la soluzione di un problema che assillava l’umanità in quegli anni, e anche adesso, cioè dove stoccare le scorie radioattive. Detto, fatto. Bastava trasportarle sulla Luna (a tutt’oggi mi sembra ancora l’idea migliore).

Così alla soglia del nuovo millennio avevamo una colonia umana sulla Luna e azzerato (o quasi) le scorie nucleari sulla Terra. Per quanto mi riguarda la storia poteva già finire così, invece i coniugi Gerry e Sylvia Anderson, i produttori della serie, decisero di rendere il tutto più interessante facendo esplodere l’enorme cava di stoccaggio, come fosse un gigantesco raggio propulsore. Pur trovandosi nel “dark side of the moon” l’esplosione non spinge la Luna verso la Terra, come sarebbe stato logico, bensì la lancia verso lo spazio profondo, facendo della base lunare una zattera alla deriva nell’Universo.

A capo dei sopravvissuti c’è il Comandante John Koenig, interpretato da Martin Landau, all’epoca nemmeno cinquantenne, e una serie di personaggi più o meno di contorno, vestiti, gli uomini, con pantaloni a zampa d’elefante e magliette acriliche tendenti al beige, da irritazione cutanea istantanea, e le donne (alcune) in minigonne e stivali, direttamente da Carnaby Street.
Anche il design della base è logicamente molto al passo con (quei) tempi e ricorda gli arredi in voga all’epoca, tipo quelli del finlandese Eero Aarnio.

Nonostante l’approccio più europeo, a partire dal comandante meno macho e meno cowboy di quanto non fosse il capitano Kirk/Shatner, e la visone più filosofica introspettiva, la serie ricorda Star Trek.
Incontri con mondi alieni, situazioni pericolose, affrontate di volta in volta con intelligenza e autorità.
Della famosa serie americana Spazio 1999 ha sicuramente la cosiddetta “Sindrome di Star Trek”: ogni volta che allo staff fisso viene affiancato un personaggio nuovo questo di sicuro non mangia il panettone, cioè schiatta prima della fine dell’episodio.
L’unica eccezione della quale mi ricordo è Maya, un’aliena piuttosto avvenente con delle sopracciglia a pois, evidentemente troppo bella per essere eliminata dopo un solo episodio.

L’aliena Maya (Catherine Schell) importunata da due piloti delle Aquile

La serie fu creata con una cura maniacale dei particolari dalla produzione italo – inglese (nella prima serie c’era anche la RAI), a partire dai modellini delle “Aquile”, cioè le veloci navicella spaziali, fino ad arrivare agli effetti speciali, davvero straordinari per l’epoca. Merito soprattutto dei due Anderson, che non a caso avevano prodotto delle serie Sci-Fi cult fin dagli anni sessanta, come Stingray, Thunderbirds (entrambe totalmente girate con marionette e modellini) e UFO.

La serie ebbe un buon successo in Inghilterra e da noi, ma non sfondò mai a livello mondiale, rimanendo un serie per soli cultori e finendo dopo 48 episodi.

Dunque, il 13 Settembre 1999 era arrivato, per davvero questa volta.
I creatori della serie non ne avevano azzeccata una: niente base lunare, niente deposito di scorie radottative, i pantaloni a zampa d’elefante erano di fatto scomparsi e le minigonne con gli stivali avevano preso altre strade, diciamo tangenziali.

Io, come ogni lunedì in quel periodo, mi stavo cambiando tra tavoli di ping-pong e sedie del salone adibito a spogliatoio, per la solita partita di calcetto. Il campo era quello del patronato nel quale avevo passato gran parte dell’adolescenza: irregolare, scarsamente illuminato, ma almeno con le reti alle porte. Mentre indossavo la solita maglietta sdrucita, con un sorriso in pieno stile Stregatto, dissi al mio amico (lo stesso che aveva regalato l’abbonamento della Settimana Enigmistica al padre) che questo era il giorno che aspettavo da anni, dissi che finalmente il 13 Settembre 1999 era arrivato! Lui mi guardò come si guarda una crepa sul muro mentre piove.
Gli spiegai che era così che iniziava Spazio 1999, gli ricordai di Martin Landau, le Aquile, la sigla, tutto quanto. Niente, nessuna reazione, se non insulto a denti stretti con una parola che faceva rima “muro” oppure con “mulo”, non ricordo.

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Il Comandante Koenig (Martin Landau) e il pilota Carter (Nick Tate)

Però in quell’ora abbondante di calcetto, mentre correvamo, o meglio, mentre passeggiavamo velocemente per il campo, sono sicuro che anche lui pensò al Comandante Koenig e a Maya, magari solamente per un attimo.
Io invece mi immaginai bambino, anzi ad un certo punto, forse a causa di una crisi cardio-respiratoria, mi vidi seduto a bordo campo, con le mani in faccia e un velo di disappunto, a guardarmi ormai adulto sudare le ultime tossine dell’adolescenza, rincorrendo un pallone assieme ad altri adulti.
Proprio il giorno nel quale la Luna avrebbe dovuto staccarsi dall’orbita terrestre.

Che fine aveva fatto il Comandante Koenig? Che ci facevamo li? Che ne era stato del mio futuro? Niente astronavi, niente successo, niente capelli, niente progetti faraonici. Io non sapevo che rispondere, semplicemente mi ero arreso alla vita, con un pallone e due porte per cercare di essere felice, perché alla fine ognuno cerca la felicità in qualche modo, anche gli adulti.

Avrei potuto raccontargli della filosofa tedesca Dorothee Sölle, quando un giorno un giornalista le chiese: “Come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità?”

“Non glielo spiegherei”, rispose, “gli darei un pallone per farlo giocare”.

 

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alberto ha detto:

    Presente.
    Spazio 1999 per sempre.
    In fondo, non c’é solo Il Piccolo Principe a ricordarci che è importante restare un po’ bambini… Specie se i cinquanta son già passati da un pezzo.

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Vero. E non importa se il futuro non è come ce lo aspettavamo. Anche perché quel futuro ora lo chiamiamo presente, e invece il vero futuro è qualcosa che non raggiungeremo mai. Un sogno che possiamo fare solamente ad occhi chiusi.

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