The dark knight returns

At midnight all the agents and the superhuman crew
Come out and round up everyone that knows more than they do

 Desolation Row – Bob Dylan

Ad Amburgo c’è il più grande muro di mattoni su strada “graffiti free” d’Europa, sarei tentato di dire del mondo, ma sappiamo che a Singapore la tolleranza delle autorità nei confronti di chi sporca i muri e molto meno di zero, dunque non escludo che da quelle parti ci siano superfici più grandi.

Il muro graffiti free di Amburgo con l’autore di questo post

Comunque quel muro si trova nella Altstadt hafencity, il vecchio porto della città i cui spazi industriali sono stati recentemente recuperati e trasformati quasi tutti in studi per professionisti, uffici di rappresentanza, loft per nuovi ricchi.

La superficie “graffiti free” sarà in totale di 80 metri quadri, vedere quelle migliaia di mattoni tutti immacolati e perfetti fa una certa impressione. Non so come riescano a tenerli sgombri da scritte, murales e stencil, forse si tratta di un gentlemen’s agreedment tra le forze dell’ordine e i graffittari, loro lasciano immacolati i muri di questa zona mentre la polizia chiude un occhio nel resto della città.

Nessun uomo è illegale, Amburgo

Infatti, un paio di chilometri più a nord, nel quartiere di St Pauli, lungo la strada che costeggia il fiume, non c’è muro che non abbia un intervento umano con pretese artistiche. A leggere i vari messaggi si intuisce che il cuore degli abitanti di quella zona, o perlomeno dei graffittari, batte a sinistra. Messaggi chiari, alcuni addirittura in italiano, tra tutti quelli che vedo uno mi colpisce particolarmente, un piccolo colpo di genio, forse inconsapevole, scritto con mano ferma su dei gradini di una scalinata, dodici lettere in tutto ma pesanti come il piombo: Batman ist tot, ovvero Batman è morto.

Batman è morto, Amburgo

Un messaggio semplice, scritto senza troppo enfasi e nascosto fra dei gradini. E non poteva che trovarsi in questa parte della città, perché Batman è il supereroe più fascista dell’universo DC comics, è il personaggio che nasce per sete di vendetta, che si fa “un mazzo tanto” per diventare un supereroe, mica lo morde un ragno radioattivo, e neppure viene da un pianeta lontano. Batman è un soldato di Sparta forgiato da anni di disciplina e lavoro (anche se avere un patrimonio infinito un po’ aiuta).

Nei primi anni ’80 il personaggio di Batman, dopo il buon successo del decennio precedente (merito anche delle matite del talentuoso Neil Adams), stava lentamente cadendo in disgrazia a causa di pubblicazioni meno che mediocri, quando un giovane sceneggiatore e disegnatore di nome Frank Miller viene incaricato di scrivere una graphic novel, che finirà per cambiare il mondo del fumetto per sempre, e che lancerà da lì a poco la Bat mania in tutto il mondo.

Io scopro “The Dark Knight returns” grazie alla rivista “Corto Maltese”, probabilmente il miglior mensile di fumetti di quegli anni. Recupero i quattro numeri con gli altrettanti episodi di cui è composta la graphic novel, e me li leggo in loop nelle notti insonni durante il mio servizio militare.

Copertina dell’edizione americana di “The dark knight returns”

Frank Miller, reduce del successo di Ronin e soprattutto di una saga su Devil per i concorrenti della Marvel, scrive un romanzo a fumetti rompendo una serie di regole ormai accettate da tutti. Mescola le carte, altri lo avevano fatto ma mai in questi termini, nessuno dei personaggi che popolano “The dark knight returns” è immune dai peccati, ma soprattutto umanizza il mondo inventato da Bob Kane, introducendo un elemento del tutto sconosciuto per i fumetti: l’età, lo scorrere del tempo.

La Gotham City di Miller è invecchiata, consumata da gang e politici corrotti. Con essa sono invecchiati i personaggi dell’universo DC Comics, il maggiordomo Alfred è una arzillo ultra ottantenne, Green Arrow viene disegnato pelato e senza un braccio, lo stesso commissario Gordon è ad un passo dalla pensione, Wonder Woman è una cicciona in menopausa, e soprattutto lui, Bruce Wayne, appare come un playboy di 55 anni annoiato dalla vita, ora che Joker è in manicomio e Two Faces non è più un criminale.

Ma Frank Miller è ancora più fascista di Batman, per lui il male non dorme mai, i criminali sono un cancro e Batman la cura, lui è il giudice e la giuria, e la pena di morte è più che contemplata (vedi “incontro” con Joker), non c’è possibilità di redenzione, infatti anche dopo la plastica facciale (pagata da Bruce Wayne) e un apparente ritorno alla normalità, Two Faces, uno dei suoi nemici storici, alla fine si rivela ancora malvagio.

Batman e Joker nell’ultima scena dello scontro finale

I “liberal” sono dipinti come dei furbetti, dei parassiti privilegiati e smidollati, o degli scoppiati incapaci di dare una sana educazione ai figli, come nel caso dei genitori della nuova “Robin”.

Frank Miller è il maestro del political uncorrect, la gang che terrorizza Gotham parla uno slang da negri del ghetto, la autorità sono tutte corrotte e viscide. E poi c’è Superman, il simbolo degli USA, l’eroe stelle e strisce, paravento per la decadenza morale degli Stati Uniti, disprezzato e odiato da Bruce Wayne perché ha venduto i suoi poteri al governo, perché, come gli dirà in uno degli ultimi dialoghi: “Potevamo cambiare il mondo, e adesso guarda come siamo ridotti. Io sono un imbarazzo per i politici…e tu…uno scherzo della natura.” ( ma lo odia anche perché non invecchia mai, immagino).

Lo scontro finale tra Batman e Superman è da antologia. Con il Cavaliere Oscuro che si fa aiutare da Green Arrow (senza un braccio) per colpire Superman con una freccia alla kryptonite, e alla faccia stupefatta dell’uomo d’acciaio, Batman risponde con una delle battute più geniali del libro “Non è stata facile sintetizzarla Clark, c’è voluto molto tempo ed è costata un capitale. Per fortuna avevo entrambi.”

Batman è gigantesco, lento e leggermente imbolsito, ma se fotte delle regole, anzi, ne impone di sue, e per i trasgressori non c’è possibilità di perdono o di redenzione.

Ogni tanto fa bene leggere questa graphic novel, perché posso essere carogna come Batman mentre lo leggo, anche se so che nella vita reale Bruce Wayne sarebbe giustamente rinchiuso in un ospedale psichiatrico, come Joker.

Di notte, in un inutile caserma di Portogruaro, sovradimensionata ora che il nemico non è più la Jugoslavia, continuo a leggere il romanzo disegnato da Frank Miller, scivolo dentro le pagine, mentre ascolto “Disintegration” dei Cure, pure quello in loop. E ne esco vivo.

Adesso ad Amburgo, davanti a quelle dodici semplici lettere, BATMAN IST TOT, penso a “The dark knight returns“, a Frank Miller, alle mie notti infinite da militare e mi immagino che l’anonimo autore abbia pensato alla stessa cosa. Non a me in divisa che salvo l’Italia dai comunisti, ma a quel fascista di Batman, ai sui metodi brutali, e alla sua morte come eventuale giustizia divina, come forma estrema di ribellione all’autorità. Perché con Batman morto, la vita degli emarginati di quella parte di Amburgo,  del resto del mondo, non potrà che essere migliore

Oppure no, forse “Batman” è il nome di uno spacciatore locale, ucciso da un regolamento di conti, e quella frase è semplice malinteso, come quella scritta che per anni rivestì l’esterno di un ponte a Venezia e che diceva “Pinochio recion”, ma che (lo scoprii molto dopo) non si riferiva al personaggio di Collodi.

Quella però è tutta un’altra storia.

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