Dino Zoff

“J’étais naïf comme Rousseau, pas le douanier, le philosophe
Mais toujours alerte comme Dino Zoff”

Temps Mort – Mc Solaar

 

Dino Zoff in azione con la sua classica maglia nera.

Quando mostrano il replay mio padre scuote la testa, dice che lo sanno tutti che il suo punto debole sono i tiri da lontano, che quelle fessure che ha al posto degli occhi sono dovute alla sua miopia, senza contare che ha 36 anni. Sta parlando di Dino Zoff, l’Italia ha appena preso un gol dall’Olanda. Il secondo nel giro di qualche minuto, questa volta con un tiro scagliato da oltre 30 metri da tale Haan, un gigante biondo dai piedi di legno.

È l’estate del 1978 e si stanno giocando i Mondiali in Argentina, fino a quella sconfitta la nazionale Italiana aveva sorpreso tutti, vincendo ogni partita e riuscendo a battere persino i padroni di casa. Mio padre sostiene da giorni che i generali al potere in Argentina non vogliono una finale con l’Italia, perché per i milioni di italiani d’Argentina (come cantava Fossati) sarebbe uno scontro fratricida. Generali o non generali, quel missile di Haan esclude l’Italia dalla finale con l’Argentina, qualificata a sua volta grazie ad un miracoloso e tennistico 6 a 0 con il Perù.

Che poi il portiere del Perù, tale Quiroga, fino ad allora uno dei migliori del torneo, fosse di nascita Argentino, aveva fatto nascere qualche sospetto di combine (o di ricatto, visto la dittatura argentina). Ma se la Fifa aveva assegnato il mondiali ad una delle dittature più feroci della storia senza che nessuno battesse ciglio, protestare per una partita venduta sarebbe stato grottesco.

Avevo visto tutte le partite dell’Italia, dalla vittoria con la Francia (goal di Lacombe dopo 37 secondi e rimonta italiana con prima  Rossi e poi Zaccarelli ) fino alla vittoria notturna con goal di Bettega contro proprio gli argentini.

Mio padre, e io con lui, guardava anche delle infinite trasmissioni di analisi calcistico-politico condotte in uno studio, riempito dal fumo di sigarette senza filtro, da un immarcescibile Italo Moretti.

Italo Moretti al centro, tra Sandro Curzi ed un “giovane” Biscardi, da notare la mano con la sigaretta in primo piano.

Vestito di completi di velluto con pantaloni a zampa d’elefante, gli stessi di mio padre, Italo Moretti, esattamente come Clint Eastwood, aveva due uniche espressioni: con o senza sigaretta.

Il nostro Italo era  il più comunista dei giornalisti RAI, allora con il terzo canale appena nato, ed i mondiali erano per lui un’occasione più unica che rara per esporre le malefatte dei generali fascisti argentini.
Mio padre mi guidava in quei dibatti in bianco e nero, montagne invalicabili per un bambino di 9 anni, ma per lui era un dovere informarsi, oltre ad essere un ex partigiano aveva alcuni amici in Argentina, e davanti a quei (allora) presunti massacri, non poteva stare indifferente. D’altro canto nella sua scarna collezione di dischi c’erano anche i primi tre LP degli Inti-illimani, mica i Pooh.

Guardavamo la TV nella stanza da letto dei miei genitori, con mio padre sdraiato e io seduto tra il letto e il mobile della TV, uno di quelli con delle mini ante dentro le quali riposavano i liquori.
Ma piuttosto che le questione politiche, a me  interessavano di più le imprese di Pablito Rossi, Mr 5 miliardi, e i goal di un maestoso Mario Alberto Kempes, che cercavo di imitare nel mini campetto dell’oratorio. Non a caso Kempes, grazie alla mia lunga chioma (difficile pensarci adesso) ed ad una rarissima maglia dell’Argentina che indossavo 24/7, divenne pure il mio soprannome, almeno per quell’estate.

Zoff però restava Zoff, anzi, Dino Zoff. Otto lettere in tutto ed un cognome strano, che finiva addirittura con due consonanti e suonava come un sibilo. Zoff era il portiere per antonomasia, chiunque dei miei coetanei che si cimentasse in quel ruolo non poteva che immaginarsi nelle sue maglie nere, certo, qualche “anarchico” preferiva Ivano Bordon, oppure Nello Malizia o Luciano “Giaguaro” Castellini, ma era Zoff Il Portiere.

Il suo nome entrò così tanto nell’immaginario collettivo che per un suo “Fantozzi” Paolo Villaggio riuscì addirittura a farlo segnare di testa su calcio d’angolo.

 

Un “giovane” Dino Zoff, 1974 probabilmente.

Quello d’Argentina, nonostante i suoi 36 anni ed un Europeo vinto 10 anni prima, era solamente il secondo mondiale da protagonista, il primo era stato quello disastroso in Germania del 1974, dove in realtà lui era uno dei pochi ad essersi salvato (basta leggere “Azzurro tenebra”, il meraviglioso romanzo scritto da Giovanni Arpino, per capirlo).
Il CT era un furlano da una faccia magnifica da boxeur, Enzo Bearzot, che portò Zoff anche ai mondiali successivi, quando Dino Zoff divenne il più vecchio giocatore di sempre a vincere quel torneo. Il rapporto di amicizia e rispetto reciproco fra i due furlani fu l’arma segreta di quella squadra, che sembrava destinata al fallimento.

Zoff e Bearzot, l’eccellenza furlana

Sembra passato un secolo, e forse lo è passato davvero, da quei Mondiali, da Pertini che esulta dopo la vittoria sulla Germania, i calciatori magri e senza tatuaggi, che a verderli ora sembrano tutti più vecchi, e poi la partita a carte nell’aereo di ritorno, tra i due furlani, Pertini e Franco “il Barone” Causio.

Quanta poesia in quelle immagini, e spero non sia solamente colpa della nostalgia.

Pensandoci adesso, magari sarebbe il caso di arrendersi all’evidenza e dare l’Italia tutta in mano ai furlani, così da provare a dare un futuro alle prossime generazioni.

enzo-bearzot-gioca_carte_zoff_causio
In senso orario: La Coppa, Zoff, Causio, Pertini e Bearzot

Quando Zoff smise con il calcio divenne allenatore quasi per sbaglio, probabilmente perché non era il tipo che sgomitava, uno che cercava per forza le luci della ribalta. I suoi silenzi, interrotti da poche parole e la sua professionalità gli permisero di ottenere ovunque  buoni risultati.
Naturalmente arrivò ad allenare la nazionale italiana, l’apice  della sua breve carriera fu la finale degli Europei del 2000, persa per una casualità a tempo scaduto. L’allora primo ministro Berlusconi attaccò pubblicamente il CT e, con una discreta sorpresa, nessuno corse in suo soccorso, ne’ la stampa ne’ la Federazione.  All’epoca il presidente di Forza Italia era in ascesa, temuto più che rispettato (non certo il vecchio satiro di questi ultimi anni) e dato che la piaggeria è nel DNA degli italiani, nessuno ebbe il coraggio di correre in difesa del campione del mondo.

Dino Zoff non la prese bene, si dimise da CT rinunciando allo stipendio che il contratto  gli garantiva, dimostrando ancora una volta che, ancor prima di essere un grande allenatore, era un grandissimo uomo.

Il mondo del calcio gli voltò le spalle, e di fatto, se si esclude una piccola parentesi (di successo) a Firenze  qualche anno dopo, Zoff sparì dalle scene calcistiche italiane.

Eppure un personaggio come lui, che aveva colpito l’immaginario di un paio di generazioni di amanti del calcio di tutta Europa, avrebbe meritato una riconoscenza maggiore.

Che fosse famoso a livello internazionale, mi fu chiaro qualche giorno  dopo la sconfitta con la Francia, quando feci caso alla prima strofa di “Temps Mort”, un brano del 1994, del rapper franco-senegalese Mc Solaar (classe 1969).

Il rapper Mc Solaar

Avevo ascoltato decine di volte quel CD, una pietra miliare del rap francese (sti cazzi), ma quel giorno le parole mi arrivarono nitide, forse perché  ero inconsciamente solidale con  il CT dimissionario:

“J’étais naïf comme Rousseau, pas le douanier, le philosophe
Mais toujours alerte comme Dino Zoff”

(Ero naif come Rousseau, non il doganiere, il filosofo
ma sempre in allerta come Dino Zoff)

Dubito che Zoff sappia di questa strofa, di questo tributo fatto da un rapper africano cresciuto nella banlieu di Parigi. Ma se anche lo sapesse, farebbe fatica a crederci.

In fin dei conti non mi aspetterei nulla di diverso da un Signore che ha voluto intitolare la sua autobiografia “Dura solo un attimo, la gloria”.

 

San Dino Zoff da Mariano del Friuli

 

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