Dieci canzoni (+ 4) per cuori infranti

Porque o amor, é a coisa mais triste, quando se desfaz
Amor em Paz – Tom Jobin

Cuore sui masegni a Venezia. Pronto per essere calpestato.

Anni fa conoscevo un tizio che faceva un lavoro piuttosto particolare, almeno all’interno della nostra cerchia di amici (composta per lo più da studenti, a dire il vero). Mentre alcuni di noi avevano, o puntavano più o meno un lavoro intellettual-creativo (chi architetto, chi grafico) Giuliano, questo era il nome del tizio, era barman.

Intendiamoci, non quel tipo di barman nato dalla necessità di mantenersi gli studi, lui era un vero e proprio barman, aveva studiato come tale e adesso lavorava in un grosso albergo a 4 stelle dalle parti dell’aeroporto di Venezia, una struttura chiacchierata all’epoca perché si diceva fosse frutto di una forzatura urbanistica orchestrata dall’allora potentissimo Partito Socialista veneziano.

Giuliano era abruzzese, particolare del tutto inutile in questa storia, ma cito gli “Abruzzi” solamente per far contenti i miei lettori di quella regione, dove pare ci sia un’enclave piuttosto numerosa di poltronautisti. Aveva altri particolari che lo rendevano piuttosto differente dalle altre persone che frequentavo all’epoca. Magro e pallido, parlava con un lievissimo accento della sua regione, sempre in modo calmo e quasi monocorde, la sua caratteristica estetica più particolare era la sua lunga chioma, che gli toccava le spalle, e l’assoluta assenza di capelli invece sulla parte superiore della testa, che lo faceva assomigliare in modo inquietante a Riff Raff, uno dei personaggi principali del Rocky Horror Picture Show.

Inoltre, in un ‘epoca nella quale il vinile stava vivendo i suoi giorni peggiori, annientato dai CD e ben lontano dalla riscoperta degli ultimi anni, Giuliano investiva gran parte del suo stipendio in vinili, che dava in pasto al suo impianto valvolare costato decine di milioni di lire (una sera mi confidò di aver pagato 1 milione di lire solamente per la puntina, pare fatta in diamante e realizzata a mano da un ingegnere mezzo eremita giapponese). Purtroppo non riuscii mai a godere del suo impianto, i pochi fortunati  che avevano avuto il piacere di ascoltarci qualcosa descrivevano l’esperienza come quasi mistica, fin a partire dalla lunga attesa iniziale, circa mezz’ora abbondante necessaria affinché le valvole fossero calde abbastanza per essere usate. Un giorno incontrai Giuliano per strada a Venezia (quando ancora c’erano negozi di dischi), mi salutò e tutto orgoglioso mi mostrò il suo ultimo acquisto, il doppio vinile (gr. 180) del nuovo “capolavoro” di Jovanotti, “L’albero”. Fu in quel preciso momento che la mia invidia per quel suo impianto sparì del tutto.

Ma anche la questione dei vinili è superflua per la storia che racconto in  questo post.

Come dicevo Giuliano era barman in questa magnifica struttura  poco fuori Venezia, in una delle numerose cene fatte a casa di amici in comune, ci raccontò di un fantomatico “Club dei Single” che aveva iniziato a trovarsi una volta alla settimana nel salone delle feste del suo hotel, organizzando delle serate danzanti. In un epoca priva di social e varie app, questo “Club dei Single” era il modo più semplice per far incontrare single e divorziati di una certa età.

I primi “meeting” erano iniziati una decina di settimane prima, e dopo un esordio timido in termine di numeri, le serate avevano cominciato ad attirare un numero sempre più alto di partecipanti, anche se ci disse che le ultime feste l’esercito di single era sensibilmente ridotto, prova che queste serate funzionavano per davvero. Poi ci raccontò della signora bionda, una delle più assidue frequentatrici (e anche una delle menti organizzative) del “Club dei Single”.

Nell’ultima serata danzante era agghindata, as usual, come una diva di Hollywood, orgogliosa dei suoi 70 (e passa) anni. In un momento di calma, mentre i ballerini riprendevano fiato e approfittavano per flirtare, la signora bionda si avvicinò al bancone vuoto del bar di Giuliano, era scura in volto, faceva caldo in sala, ma più che sudore a Giuliano sembrò di vedere lacrime sul volto della donna. Quando se ne accorse, la signora guardò Giuliano, poi volse lo sguardo verso un bell’imbusto brizzolato a qualche metro di distanza, intendo a ridere con una piacente signora che ricambiava le attenzioni di quel “Rossano Brazzi di Marghera”, poi, sempre continuando a fissare l’uomo disse: “Come si fa a d essere così stupidi da innamorarsi alla mia età?”.  Nonostante fosse un bravo barman, e dunque un fine psicologo, Giuliano non trovò alcuna risposta intelligente e si limitò ad abbozzare un sorriso, mentre altri clienti, per fortuna, si avvicinavano al bancone.

Quando ci raccontò questo aneddoto, tutti sorridemmo, all’epoca non arrivavamo nemmeno a metà dell’età della signora, e per noi quell’episodio ci sembrò la conseguenza di una specie di demenza senile, perché davvero ci sembrava impossibile che l’amore, e soprattutto le delusioni d’amore potessero accompagnarci fino alla vecchiaia.

Invece, se l’amore cambia nel corso degli anni, così come la reazione alla fine di una storia, l’innamoramento rimane tale, come avesse una vita propria, scollegata dall’anagrafe.

Alle elementari mi ero innamorato di una ragazzina dagli occhi color del cielo, e quando di ritorno da scuola mi strappò un Topolino (il giornalino) dalle mani per buttarlo in un canale, fece la stessa cosa al mio cuore. Al solito piansi, come un bambino, reazione che mi accompagna ogni volta che il mio cuore finisce in acqua. Questo blog è pieno delle mie disavventure amorose, inutile ripeterle qui.

Le storie d’amore finiscono, forse è meglio che succeda rompendoti il cuore, piuttosto che sfumino nell’indifferenza. Sono stato lasciato da bambino, da teenager, da ventenne e da quarantenne. Il dolore è uguale,  la reazione cambia, per semplificare diciamo che più si invecchia più si affronta il mostro da solo. A breve vi potrò dire come si soffre da cinquantenne, non che ci tenga particolarmente, visto che nel mio decennio passato posso dire di aver già dato, ma temo che sia inevitabile.

Da settantenni, ora lo posso quasi immaginare, avere il cuore spezzato non deve essere una passeggiata. Nemmeno se sei vestita come fosse la prima della Scala.

Quest’estate, all’improvviso è venuta a trovarmi il mio primo amore da sedicenne, sono stati tre giorni bizzarri, fatti di un caldo irreale e zanzare, e di una strana sintonia. Prima di ripartite mi ha confidato che da Venezia cercava proprio questo, un vecchio amico e molti sorrisi, per cercare di addormentare il suo cuore infranto. Aveva da poco lasciato il suo più grande amore, una storia complessa, mi guardò con i suoi occhi verdi e mi disse, figlia degli anni 80: “Who needs a heart when a heart can be broken?”

Come darle torto? Sono certo che molti di voi possano capirla.

Io sto ancora fissando l’abisso dopo l’ultima delusione amorosa (a proposito, ciao Anna), perciò ho pensato di regalarvi una breve playlist che potrebbe essere la colonna sonora ideale se vi doveste trovare all’improvviso ed inspiegabilmente single.

Cliccate qui e alzate il volume delle vostre cuffie.

Cuori liberati. Da qualche parte a Parigi.
Cuori liberati.  Da qualche parte a Parigi.

 

La Valse – Les Negresses Vertes

Una piccola intro strumentale, dal primo album dei Negresses Vertes, qui l’amore non c’entra, se non quello per la vita bruciata in fretta dall’eroina. Però il manuale della perfetta playlist prevede sempre all’inizio e/o alla fine un brano senza parole.

 

That Love – Get Well Soon

(Ex) giovane compositore Berlinese, Konstantin Gropper, mente dietro al progetto Get Well Soon, ha la capacità di combinare brani orchestrali, adatti ad accompagnare scene di film, con testi struggenti. Il tutto con una voce degna del miglior crooner  con tendenze suicide. Con un ritornello che dice “Then where was that love / When we needed it most?” non poteva che finire che in questa playlist. Per tutti quelli che non si faranno fregare più dall’amore.

 

Annabella – CCCP

Conosco poco, anzi pochissimo i CCCP, ma sentiti adesso, quasi 40 anni dopo dai loro esordi sono dei giganti che si ergono sulla mediocrità di molta della musica italiana (e non) a loro contemporanea. Il leader cantante (Lindo Giovanni Ferretti) ha avuto una parabola sorprendente, “dalle pere a Pera” come qualcuno scrisse con lo spray rosso sul muro della sua casa negli Appennini Emiliani (Al tempo Pera era il presidente del Senato, esponente cattolico di destra). Poco importa, Ferretti resta un artista unico, fuori del comune. Questa canzone è un sussurro punk. Non dirmi una parola che non sia d’amore. Cercate on line una versione acustica dell’estate 2018. Per tutti quelli che nelle parole d’amore affogherebbero.

 

The other woman – Jeff Buckley

Giuro che ci ho provato a fare una playlist senza un pezzo di Jeff, ma è più forte di me. Il Poltronauta è un blog scritto da un uomo, capisco che a volte sia incomprensibile per l’altro sesso, per questo ho scelto una canzone che parlasse di delusione d’amore dal punto di vista di una donna, la meravigliosa cover di un brano in origine cantato da Billie Holiday. Una canzone per tutte le donne tradite da uomini senza cuore.

 

If you knew – Nina Simone

Altro standard meraviglioso, esiste una versione del buon Jeff, ma qui metto”l’originale” di Nina Simone, non proprio di una vincitrice di X factor. Una preghiera laica inutile, a supplicare l’uomo (o la donna) che ti ha voltato le spalle e ha preso un’altra direzione. On line esiste una versione live, con Nina Simone grondante di sudore, che ad un certo punto stona, non abbastanza da fermare le tue lacrime però. Per tutti gli illusi /e che sperano che il loro amore possa tornare.

 

I didn’t understand – Elliot Smith

Uno dei miei più grandi amori musicali, conosciuto poco prima che si suicidasse con due pugnalate al cuore (si, avete letto bene, due pugnalate, la prima mortale). Già presente in altre playlist de Il Poltronauta, questo è uno dei miei pezzi preferiti, la sua disperata confessione di essere incapace ad amare, o semplicemente di essere distratto quando l’amore gli passa vicino. Per tutti quelli che avevano vinto il “golden ticket” di Willy Wonka e non se n’erano accorti.

 

I Don’t Want to Change You – Damien Rice

Bello, bravo e pigro. Damien Rice ha fatto uscire una manciata di canzoni in quasi vent’anni, eppure è una leggenda. Con quei suoi occhi azzurri e il nasino perfetto potrebbe cantare qualsiasi cosa che le sue fan crollerebbero ai suoi piedi. In più se inizia a cantare pezzi del genere non ce n’è più per nessuno. Una canzone di speranza, in questa playlist disperata, dove c’è posto per il rispetto, l’amare incondizionatamente  e l’attesa (già dato). Per tutti gli ottimisti dell’amore.

 

Song For A Blue Guitar – Red House Painters 

Direttamente dal mio amico Tim, un CD eccezionale, quello dei Red House Painters (che poi l’intera band è essenzialmente tale Mark Edward Kozelek). Canzone sull’amore che finisce e lasciando grucce senza cappotti e soprattutto il freddo nella stanza, l’unico ricordo dell’amata ex. Per quelli freschi di rottura, ora che abitano in una casa diventata improvvisamente più grande. (p.s. Spotify non ha il brano, ma puoi ascoltarlo cliccando qui.)

 

Phantasmagoria in Two – Tim Buckley

Dopo il figlio anche il padre, Tim Buckley è una fonte quasi inesauribile di piccoli capolavori. Questo brano lo conoscevo già, ma è stata una persona speciale a farmela apprezzare. Il testo è al solito un po’ visionario, ma in questa cascata di parole si percepisce l’amore, ovviamente che finisce, anzi prima cambia con la persona che prima teneva lontano l’amore ora si vede l’amata sfuggire. Per tutti quelli/e che si sono pentiti/e. Ormai è troppo tardi.

 

Yer feet – Mojave 3

Altra band conosciuta grazie a Tim. Con un nome che evoca il deserto californiano, la band è in realtà trio dal Regno Unito, descritto come “alt country” da quelli che di musica ne capiscono. Hanno pubblicato una manciata di dischi in 10 anni di carriera. Questa non è una canzone proprio sulla fine di un amore, piuttosto è sulla rinascita dopo una delusione, sulla disintossicazione di un rapporto malato. Per tutti quelli che, dopo aver fissato a lungo l’abisso, ci hanno sputato dentro e si sono alzati.

 

Fistful of love – Antony and the Johnsons

Antony ( o Ahoni, come si fa chiamare adesso) è una vecchi conoscenza di questo blog. L’ho visto una volta dal vivo , al teatro romano di Verona, un’ora densa di poesia. La voce e la musica di Antony non hanno pari, nel senso che non è possibile dire “ah, suona tipo…”, alcuni dei suoi brani provocano dipendenza. Questo ha un testo abbastanza controverso, è una storia d’amore impari, dove alla devozione da parte di un partner corrisponde la violenza fisica dell’altro. Ma nessun amore merita un occhio nero. Per tutti quelli che si sono fatti travolgere dall’amore più brutale ed inutile.

 

Baby Blue – Martina Topley Bird

Piccolo gioiello dimenticato, ma Il Poltronauta esiste proprio per questo. Martina Topley Bird è stata la fidanzata storica di Tricky, alla quale ha dato un figlio. Ogni tanto pubblica un disco, questo credo sia più vecchio di 10 anni. Non fatevi ingannare dalla musichetta quasi allegra, solo le parole che contano, lei che lo incoraggia ad andare verso un nuovo amore (I don’t think you should wait nor a minute more/’Cause she’s a girl that you’ve been waiting for) mentre inevitabilmente le si spezza il cuore (It’s funny how the noises that I’m making /Can’t drown the sound of my heart breakin’). Per tutte quelle che hanno affrontato la fine di una storia con la schiena dritta, e gli occhi umidi.

 

Almost blue – Diana Krall

Brano feticcio di Elvis Costello, che in tempi non sospetti aveva ipnotizzato anche lo scrittore Lucarelli. La leggenda vuole che il suo autore la “regalò” a Chet Baker per ringraziarlo di un suo cameo con la tromba in “Shipbuilding”. Sono sempre stato combattuto tra le due versioni, qui per nn sbagliare ho scelto quella di Diana Krall. Ma se potete,  guardate lo spezzone del film “Let’s get lost” (già recensito da Il Poltronauta) dove Chet Baker, prima di iniziare a cantare il brano richiama all’ordine un pubblico rumoroso, perché “this is that kind of tune“, e quando cala il silenzio parte a cantare, come se la sua voce venisse dalla sua anima e non dalle sue corde vocali. Canta questo pezzo, aggrappato alla tromba come ad un salvagente, sembra quasi che la sua voce sia sempre sul punto di fallire, ma invece danza sugli strumenti in sottofondo mentre un pubblico ne è totalmente ipnotizzato. Per quelli che vanno avanti con la vita, ma finiscono sempre per cercare nel nuovo partner la persona amata perduta.

 

Gioco d’azzardo – Paolo Conte

Ah! L’avvocato Conte, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Ci tenevo a finire con questo brano, un pezzo viene dal passato, uno dei suoi primi dischi, arrangiato malino e suonato con sintetizzatori. Ma come quasi ogni sua canzone basta un arrangiamento più ricercato per brillare come il più raro dei diamanti. Qui ascoltate la versione di un live del 2004, suonato da una band affiatata, un andante sudamericano (bolero?) con un testo che ti taglia le gambe. Le prime due strofe accennano, con le solite parole di Conte, ad una storia “forse” d’amore, e dopo una lunga parentesi acustica, l’avvocato molla la sua zampata, e scopre le carte. Per chi, troppo tardi, ha capito che “si trattava d’amore, e non sai quanto”.

 

 

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