Cronache dalla quarantena. Parte prima, esterno.

“In questa città [Venezia] si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, la lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza.“

Josif Aleksandrovič Brodskij – Fondamenta degli incurabili

L’indisciplinata coda degli abitanti di Via Garibaldi.

I tre poliziotti camminano uno a fianco all’altro, in riga, forse per darsi forza, ma via Garibaldi a Castello, Venezia, è larga abbastanza per farli sentire soli. Portano tutti la mascherina azzurra a protezione del naso e della bocca, quello al centro ha una cartellina blu chiaro in mano, tutti indossano dei guanti monouso, sempre azzurri. Non so di chi sia stata l’idea, ma trovo l’abbinamento dei colori molto elegante.

In realtà prima di vederli li sento, stanno discutendo a voce alta con un signore sugli ottanta. Uno in particolare, con un forte accento campano, sembra non gradire le spiegazioni che l’uomo continua a dare, ovviamente in veneziano stretto. Con ogni probabilità il tipo ha vissuto tutta la sua vita in Via Garibaldi e ha visto tempi nei quali la polizia di qua passava raramente. Se poi qualche agente entrava in questa zona, lo faceva con la stessa cautela usata dai soldati russi che marciavano per le gole del Panjshir durante la guerra coi Mujaheddin (più o meno).

Lo “scontro” fra i poliziotti e il nativo finisce con un nulla di fatto. L’agente più agitato si rivolge allora al fruttivendolo poco più lontano (il primo che si incontra entrando in Via Garibaldi), chiede al proprietario perché non stia indossando la mascherina. Il tipo non si scompone nemmeno, ha la faccia di uno che con la polizia ha avuto a che fare altre volte nel passato, dice che non si trovano, mentre a mani nude pesca gli ultimi tre cułi di carciofo dal recipiente pieno d’acqua dove galleggiano annoiati, e li mette in un sacchetto di plastica, infilandoci pure del prezzemolo (i cułi di carciofo, la “ł” in veneziano non si pronuncia, sono i fondi di un tipo di carciofo molto grande, che vengono tagliati dal resto del fiore per essere cotti in padella, semplicemente con olio, aglio e prezzemolo, n.d.r.). L’agente sembra già aver perso la verve iniziale e lo saluta, allontanandosi con gli altri due colleghi; nel frattempo io entro in farmacia, stranamente vuota.

La Regione Veneto non ha un governatore, ma bensì ha un presidente, la storia di chiamare  “governatore” il presidente di una regione è una trovata di qualche giornalista appassionato di politica nord americana, purtroppo però questa definizione ha preso piede e adesso sono tutti diventati “Governatori”. Il presidente del Veneto, che per questioni di privacy chiamerò EP (Er Pomata) durante la crisi dovuta al COVID19 (per i soliti lettori del futuro, parliamo di un periodo durato qualche mese all’inizio del 2020, quando per bloccare l’avanzata del virus denominato COVID19, tutto il mondo si fermò , n.d.r.) ha avuto un comportamento a dir poco bipolare, anche se bisogna ammettere che, come tutto il pianeta terra, si è trovato davanti ad una situazione assolutamente unica. Diciamo che ha fatto il suo lavoro, di certo non ha peccato di modestia (ma se fosse modesto probabilmente farebbe un altro mestiere), forse è stato troppo incline ad evidenziare un inutile “venetismo” e ha seguito troppo spesso i trend dei social.

EP in un primo momento ha chiesto a più voce che tutte le attività del suo Veneto rimanessero aperte, convinto che l’ homo venetus, forgiato da anni di spritz, prosecco e glifosato, sarebbe risultato immune al virus. Ad un certo punto, quando le cose si stavano facendo discretamente più serie, ha rilasciato un’intervista nella quale, puntando il dito verso l’area di provenienza di questo virus, diceva letteralmente: “Abbiamo visto tutti i cinesi mangiare topi vivi.” Pochi giorni dopo qualcuno gli ha fatto notare che la situazione gli stava sfuggendo di mano,  che l‘homo venetus (come quello italianus) ama l’uomo forte e che forse era il caso di fare il mestiere per il quale è pagato.

A questo punto EP ha indossato la maschera da statista, ha lasciato a casa il sorriso forgiato da anni di lavoro come PR per discoteche e ha iniziato ad emanare editti con intenti sempre più restrittivi, seguiti con pedissequa fedeltà dal fiero popolo veneto.

Nei giorni iniziali, quando si era aperta ufficialmente la stagione dei delatori, è saltata fuori una foto di Via Garibaldi a Venezia, maliziosamente schiacciata dallo zoom del fotografo, nella quale sembrava in corso un’orgia collettiva: gente ammucchiata, nessun rispetto per le distanze minime, un paio di casi di petting pesante, qualcuno è riuscito pure a vedere un serie di veneziani intenti a fare il trenino con le note di “Me amigo ciarlibraun” di sottofondo. E allora l’ira di EP è esplosa come quella di un dio vendicativo, indicando proprio in Via Garibaldi di Castello, Venezia, un esempio di incoscienza collettiva che non poteva passare inosservato.

Un subliminale invito ad un threesome, il lato perverso di Via Garibaldi.

Dunque arriviamo ai poliziotti di questa mattina. La loro passeggiata ha portato un po’ di brividi tra le persone in coda nei vari negozi, ma niente di più, le regole sono regole, e anche in questa parte di città sono state rispettate.

Il problema è che Venezia non è il Veneto e, se possibile, Via Garibaldi lo è ancor di meno. In questa strada, la più lunga e la più larga di Venezia, si trova un microcosmo che, nonostante tutte le ultime modifiche, rappresenta quanto di più simile a quello che era la Venezia degli anni ’80.

EP molto probabilmente in Via Garibaldi non ci è mai passato, o forse sì, a raccattare qualche voto o più probabilmente a fare un “bacaro tour”, tanto amato dagli abitanti della campagna veneta, che per i veneziani, ricordiamolo, inizia 12 metri dopo la fine del ponte che unisce Venezia all’Europa, e continua fino ad un punto imprecisato, verso le Alpi.

Via Garibaldi non è più il Bronx, il quartiere anarchico e malfamato del dopoguerra, dove nessun forestiero (inteso come chiunque abitasse fuori di questa zona) osava mettere piedi. L’unica anomalia, l’unico virus che veramente ha attecchito da queste parti si chiama Residenzialità (non preoccupatevi, altri 15/20 anni e si guarisce).

Questa zona di Venezia è l’ultima dove le case affittate ai turisti sono meno del 10% del totale,  rispetto ad altre aree dove si può sfiorare anche il 40%. Forse è anche questa la causa per la quale, nel raggio di 300 metri si possono trovare due fruttivendoli, tre macellai,  tre negozi di alimentari, tre panifici, una coop, un’edicola, una rivendita di vini sfusi, un pescivendolo, due farmacie, un paio di negozi di ferramenta/detersivi, una specie di fotografo (che al momento sta finendo di pagarsi il mutuo grazie alla stampa dei moduli per l’autocertificazione), e ben tre tabaccherie, senza contare l’unica banca con bancomat nel raggio di un chilometro e altri negozi normali (cartoleria, negozio di intimi etc., attualmente chiusi a causa del COVID19).

Certamente c’è molta gente in giro, tutti in coda ordinata a far le spese, anche se le vere code si vedono solamente davanti alla Coop e alla rivendita di vino sfuso (ognuno ha le sue priorità). E proprio per evitare la triste attesa per entrare in supermercato ho iniziato a frequentare i negozi di quartiere.

Barca della frutta, per decenza ho evitato di fotografie i prezzi.

A partire da Alberto, un macellaio gentile che avrà circa cinquant’anni, due occhi azzurri un po’ tristi, pochi sorrisi, ed una vetrina con scritte improbabili (tipo: “costata da Nobel”) e dove giacciono, inermi, confezioni di pasta ormai dimenticate. Il pescivendolo si trova poco più avanti, subito prima della rivendita di vini sfusi, davanti alla quale è ormeggiata la barca del fruttivendolo/cartier, con uno dei tipi che indossa la mascherina a protezione del mento, visto che fuma di  continuo.

Il negozio di detersivi è, come tutti i negozi di questo genere, pieno zeppo di merce, credo sia l’incubo di qualsiasi claustrofobico, con 4 stanze una dentro l’altra e corridoi stretti. Il titolare di solito è dietro alla cassa che si trova subito prima dell’uscita, in una specie di nicchia di circa un metro quadrato che occupa quasi per intero con la sua stazza. Ogni volta che esce per aiutare qualche cliente sembra Pac-Man che scappa dai fantasmi nel labirinto del videogioco.

L’edicola di Via Garibaldi

Poco prima di arrivare alla Coop c’è un’edicola, una delle ultime 4/5 della città che si ostinano a vendere realmente giornali. Sul tetto ha un’insegna a lettere cubitali con il nome del più vecchio giornale della città. “Il Gazzettino” e qui non si possono trovare le patacche per turisti che invece abbondano in tutte le altre, in maggioranza gestite da cittadini del Bangladesh. L’edicolante è un ragazzo giovane, che però sta già pasticciando con i capelli, acconciati con una specie di riporto che ricorda la sequenza di Fibonacci. Ascolta di continuo la musica con il suo Mac portatile, e appena può va a sedersi sugli scalini dell’edifico che gli sta di fronte, a favore di sole, dove si lascia scaldare dai tiepidi raggi di questo inizio primavera.

Andando verso le farmacie si trova uno degli ultimi biavarołi (negozio di generi alimentari, soprattuto formaggi e affettati, n.d.r.) di Venezia. Il biavarol, che di recente ha rifatto la tenda del negozio di un bellissimo rosso granata, se ne sta su una specie di pedana, dietro ad un banco formaggi a dir poco imperiale. Sembra Phil Spector alle prese con la strumentazione del suo studio. Ci sono entrato una sola volta, aspetto tempi economici migliori per ritornarci.

Phil Spector fra Ike e Tina Turner davanti alla consolle del suo studio.

Mente esco dalla farmacia (non ho preso mascherine, si muore da eroi da queste parti) passo a fianco della discretamente lunga coda di clienti che aspettano di entrare alla Coop. Un tizio sulla sessantina parla, a distanza di un metro, con un suo coetaneo, anche lui in attesa, ad un certo punto dice: “Ze come esar in guera (è come essere in guerra)”.

Non so a quale guerra si riferisca, dubito che oltre a quella dei Roses (film diretto da Danny de Vito del 1989, con Michael Douglas e Kathleen Turner, n.d.r.) ne abbia viste altre, vorrei dirgli che siamo a nemmeno 100 metri dalla “Riva dei sette martiri”, se proprio di guerra vogliono parlare gli posso raccontare quel simpatico aneddoto, ma non mi sembra il caso.

Riva dei Sette Martiri, sullo sfondo il Bacino di San Marco, a sinistra il campanile dell’isola di San Giorgio, a destra il Campanile di San Marco, in mezzo la cupola della chiesa della Salute.

La storia di quei 7 uomini, alcuni poco più che ragazzi, uccisi per rappresaglia dai nazisti, sarebbe il caso che non venisse mai dimenticata.

Tutto inizia la sera del 2 agosto 1944 con una festa a bordo delle navi della Marina tedesca attraccate alla Riva dell’Impero, come si chiamava allora questa riva. A notte inoltrata manca all’appello una sentinella di motovedetta, il comando nazista la prende con il solito fair play e decide di giustiziare, per ritorsione, sette prigionieri politici detenuti a Santa Maria Maggiore (il carcere anche oggi funzionante), ecco i loro nomi:

Aliprando Armellini, 24 anni, di Vercelli ma residente a Mestre, partigiano combattente;
Gino Conti, 46 anni, animatore della Resistenza nel Cavarzerano;
Bruno De Gasperi, 20 anni, i fratelli Alfredo Gelmi, 20 anni, e Luciano Gelmi, 19 anni, (tutti e tre di Trento e renitenti alla leva di Salò);
Girolamo Guasto, 25 anni, di Agrigento;
Alfredo Vivian, 36 anni, veneziano, operaio alla Breda, comandante militare partigiano nella zona del Piave.

Siccome gli alleati di Mussolini certe cose le hanno sempre volute fare bene, non possono limitarsi ad ucciderli e basta, si sentono in obbligo di mettere su uno spettacolo e coinvolgere 500 abitanti, uomini e donne, di Via Garibaldi (allora zona antifascista), che vengono rastrellati all’alba del 3 agosto. Alle 6 del mattino arrivano i sette prigionieri, vengono disposti in fila e legati tra loro con le braccia distese, schiena alla laguna, tra due pali eretti sulla Riva. Poco dopo un ufficiale tedesco legge ad alta voce la sentenza e ordina il fuoco al plotone di 24 soldati.

Qualche giorno dopo, il corpo della sentinella tedesca scomparsa riemerge dalle acque della laguna, non ha nessuna ferita, semplicemente era caduto in acqua da ubriaco ed era affogato.

Ecco, ho la vaga impressione che la guerra, quella vera, fosse un’altra cosa. Noi al limite affrontiamo il nemico collegati a Facebook, condividendo fake news via WhatsApp, credendo ad ogni notizia di propaganda messa in giro dai soliti noti.

Forse le uniche battaglie che stiamo combattendo sono quelle contro la noia e la bilancia.

Battaglie che abbiamo già perso.

 

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    Felice di leggerti, come sempre, e in questo momento in particolare.
    C’è sempre da imparare dalle tue storie, e da lasciarsi avvolgere.
    Un saluto!

    "Mi piace"

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