Cronache dalla quarantena. Parte seconda, interno (come i minatori cileni).

“Sono stato molto contento quando mi sono stati tolti carta e penna e mi è stato proibito di fare qualsiasi cosa. Non avevo ansia di non fare nulla per colpa mia, la mia coscienza era chiara ed ero felice. Questo era quando ero in prigione. “

Daniil Kharms, Today I Wrote Nothing: The Selected Writings

Loro, i libri, che mi osservano.

Mi guardano appena mi sveglio, erano lì anche la sera prima e durante la notte. Mi guardano e io guardo loro e penso: “Non mi avrete, maledetti!”

Da quando è iniziato il lockdown ogni mattina è la stessa storia: mi sveglio e loro sono in attesa sulle pareti, intenti a fissarmi, alcuni verticali, molti orizzontali, fermi, immobili e mi guardano come fossi l’unico uomo al mondo, l’unico uomo al mondo in grado di leggere.
Non cedo, ormai è una questione di orgoglio, non mi avrete mai cari libri, non vi leggerò, non cadrò mai nella tentazione di aprirvi e scoprire migliaia di parole scritte una dopo l’altra.
Ma lo ammetto, in questi ultimi giorni la tentazione è sempre più forte e sì, è vero, qualche libro ho pure iniziato a leggerlo e, mi vergogno a scriverlo, un paio li ho pure finiti.

La mattina è il momento della giornata più facile, anche perché i sensi di colpa sono ancora al minimo. Da quando la Peste ha raggiunto anche Venezia, svuotandola del superfluo, ho deciso che nulla sarebbe cambiato nella mia routine quotidiana, a parte il fatto di non poter uscire da casa, un dettaglio, insomma. Avrei continuato ad alzarmi prima delle 8, fatto colazione, sistemato al meglio la casa, avrei cercato di tenermi in forma (cosa non facile nemmeno prima) e sfruttare ogni singolo minuto che la clausura forzata mi avrebbe concesso.

Il segreto è quello di non perdere il controllo del tuo tempo, non lasciare che “il vuoto” abbia la meglio su di te, non farsi risucchiare dall’abisso dell’iperconnessione ad internet, oppure controllare compulsivamente il cellulare per vedere se la tua ex ha risposto al tuo ennesimo messaggio (spoiler: non ha mai risposto), insomma cercare di non andare alla deriva in quell’oceano sterminato di tempo libero che improvvisamente ti ha travolto.
Queste settimane sono di fatto un assaggio della vita da pensionato che non farai mai.

“The time you waste would still turn into memories”
Is there nothing we could do? – Badly Drawn Boy

Ma nemmeno dobbiamo farci sommergere dal senso di colpa, dall’ansia di dover per forza fare qualcosa (qui sono bravissimo, ve lo assicuro), siamo un po’ come i 33 minatori cileni (a dire il vero 32 cileni e 1 boliviano) che il 5 Agosto 2010 rimasero intrappolati sotto terra: dobbiamo resistere con la certezza (e la fortuna) di sapere che tutto questo prima o poi finirà.

Ecco, la storia dei minatori intrappolati a quasi 700 metri di profondità ha una sola cosa in comune con il lockdown, cioè l’happy end (non tanto così happy per loro, come vedremo), ma per il resto non c’è paragone, trovo irrispettoso cercare continue similitudini con le vere tragedie che ci hanno colpito in passato, inclusa quella della miniera di Copiapò.

Quell’incidente ebbe al tempo un effetto collaterale molto interessante: generò una specie di Circo Barnum fatto di capitalismo sfrenato, politici disperati, orgoglio patriottico, fede cattolica e forza di volontà.

2010 Copiapó mining accident
Espressione di giubilo di uno dei minatori intrappolati al primo contatto video con la superficie.

Gli uomini rimasti nelle viscere della miniera sembravano essere stati scelti attraverso un casting accurato, un mix di uomini con caratteristiche e storie personali molto diverse fra loro, personaggi più che persone, perfetti per diventare un film (cosa che poi puntualmente è successa).

Ad esempio c’era il tipo simpatico ed estroverso, Mario Sepúlveda, all’epoca quarantenne, che presenta come un Amadeus qualsiasi tutte le dirette televisive (si, dirette televisive, ve lo avevo detto che si trattava di un Circo Barnum), subito ribattezzato “Super Mario”.  Oppure c’è un ex calciatore della sere A cilena, Franklin Lobos, buon centrocampista abile nelle punizioni, per questo conosciuto come “il magico mortaio”.
C’era tale Yonni Barrios, aitante cinquantenne che grazie a sei mesi di cure prestate alla madre malata diventa l’infermiere del gruppo, e per questo soprannominato “Dr. House”, ma le sua abilità mediche vengono oscurate da quelle di amatore. Subito dopo il crollo i parenti dei dispersi si radunano fuori delle miniera organizzando un campo (nominato “Esperanza”), le mogli e le fidanzate pregano tenendo in mano la foto del proprio amato, due donne però reggono la stessa foto, quella di Yonni Barrios. Una è la moglie e l’altra è l’amante, quando si vedono tra le due volano insulti, vengono alle mani davanti a tutti e poi, probabilmente costrette dai PR del campo, spariscono dalle telecamere in modo definitivo (spoiler: ad aspettarlo all’uscita dalla miniera Barrios troverà solamente l’amante).

E che dire dello sfortunatissimo Víctor Zamora, un meccanico sceso in miniera per la prima volta il giorno del crollo per aggiustare una scavatrice e che era anche sopravvissuto al terremoto che aveva colpito il Cile 6 mesi prima?
L’unico non cileno era Carlos Mamani, boliviano, tra i più giovani con i suoi soli 24 anni, è il tipo che festeggia di più quando le squadre di soccorso contattano il gruppo, visto che tra il serio e il faceto era stato designato come prima persona da sacrificare (leggere cucinare) in caso di digiuno prolungato. Tra le figure di spicco c’è la coppia José Henríquez , predicatore e minatore da 33 anni e Mario Gomez, il più anziano del gruppo, i due allestiscono una specie di chiesa nella miniera organizzando tutte le funzioni religiose durante la prigionia.
Uno di quelli che si espone di più è Edison Peña, trentaquattrenne grande appassionato di Elvis Presley e runner inarrestabile (ecco, i runner, un altro punto in comune con l’attuale lockdown), che si ostina a correre una media di 10 km al giorno anche sottoterra.

Infine c’e lui, Luis Urzúa, il caposquadra, un minatore esperto che qualche giorno prima, sentendo strani borbottii nella miniera aveva fatto presente alla direzione il pericolo di crolli, ovviamente nessuno l’aveva ascoltato, è lui che guida il gruppo dei sopravvissuti attraverso 70 estenuanti giorni: mai nessuno prima di loro era stato intrappolato così a lungo sotto terra.

Appena dopo l’incidente, Urzúa intuisce la gravità della situazione, porta subito i suoi uomini in un rifugio e organizza delle spedizioni per cercare di ritornare in superficie. Trovano i condotti di ventilazione, la soluzione più logica per salvarsi, ma la mancanza di alcune scale (in teoria obbligatorie, ma si sa che costano) impedisce di usarli. Non resta che aspettare nei 50 metri quadrati a loro disposizione (in realtà poco dopo troveranno un tunnel di circa 2 km che permetterà loro più movimento). Le scorte di cibo sono predisposte per 3, 4 giorni al massimo, ma Urzúa è intenzionato a farle durare per molto di più e soprattutto vuole tenere lo spirito dei suoi uomini alto, e qui compie il suo vero capolavoro. Decide che sarà la squadra e non il singolo a fare le scelte, crea una vera e propria democrazia diretta (chissà se Pinochet l’ha mai saputo). Se il gruppo rimarrà unito, allora ci sarà una speranza, spiega ai suoi compagni di sventura che ogni decisione importante verrà presa attraverso una votazione, rende tutti partecipi e protagonisti di questa battaglia,

Le provviste però durano poco più di due settimane: a quel punto è questione di ore e, per quanto tenaci ed organizzati, i minatori iniziano a temere per la propria vita (soprattutto Carlos Mamani, il boliviano, ndr). Non riesco ad immaginare il senso di angoscia, il panico che devono aver provato i 33 in quelle due prime settimane.

Nel frattempo in superficie era iniziato il circo, assieme alle squadre di soccorso e ai parenti erano arrivate anche le TV e con loro il presidente cileno Piñera (vecchio amico di Pinochet), che dopo la pessima gestione del post terremoto di sei mesi prima, stava vedendo la sua popolarità crollare. É lui forse quello che spera di più nel miracolo.

Il presidente Piñera Cile
Il presidente Piñera mostra con un accenno di sorriso il biglietto con il quale i sopravvissuti informano il resto del mondo che stanno bene.

Ormai sono più di due settimane che delle sonde stanno perforando in vari punti la superficie cercando di raggiungere le gallerie, 700 metri più sotto, si spera di scovare una sacca d’aria, un rifugio dove si sono riparati i superstiti, ma non succede nulla, dalla viscere della terra non arrivano segnali di vita.

I minatori invece sentono il rumore delle trivelle avvicinarsi ogni giorno di più, fino a quando, 17 giorni dopo il crollo, uno di loro, José Ojeda, vede un pezzo di metallo sbucare dal soffitto della galleria dove si trova, prende un foglio di carta, ci scrive “Estamos bien en el refugio, los 33” e lo lega alla sonda. Appena ritorna in superficie tutto il Cile esplode come se avesse vinto il Mondiale di Calcio, fra i più felici c’è ovviamente il presidente Piñera che inizia la sua campagna elettorale fatta di dirette televisive, bandiere del Cile ovunque e orgoglio nazionalista.

Dopo circa 50 giorni di lavoro, con un esborso incredibile di soldi e di risorse (il conto finale sarà di circa 20 milioni di dollari), il primo dei 33 minatori intrappolati riemerge dalle tenebre grazie ad una specie di micro ascensore. Sembra di assistere all’uscita dalla casa del Grande Fratello, uno ad uno i minatori toccano terra con dei vestiti appositamente creati per loro, tutti indossano degli occhiali da sole brandizzati (in effetti dopo più di due mesi di buio, gli occhi non avrebbero retto la luce, come capitò ad uno dei supervillain dell’Uomo Ragno, L’Uomo Talpa, ndr), il tutto teletrasmesso in diretta mondiale. Insomma il Circo Barnum del campo “Esperanza” diventa il set per uno show televisivo che incolla allo schermo milioni di persone, una macchina da soldi.

Per ultimo esce ovviamente Luis Urzúa, il caposquadra. Appena intervistato dimostra che non è diventato il leader per caso, sorridendo dice: “È stato un turno po’ lungo”.

Tutto è bene quello che finisce bene, direbbe Shakespeare (e anche Patsy, l’aiutante cinese di Nick Carter, l’investigatore a fumetti creato da Bonvi).
Non proprio, a parte lo stato di salute di gran parte degli uomini (problemi ai reni, iper tensione, stress post traumatico, insonnia etc.) col tempo sono intervenuti anche problemi economici.  All’inizio fra comparsate, inviti ad eventi, risarcimenti ed altro ancora la dura vita dei minatori sembrava essere cambiata, ma poi, a riflettori spenti, le cose per molti sono precipitate.
Edison Peña, ad esempio, il corridore cantante tra i più attivi nei 70 giorni sotto terra, dopo aver corso due maratone nel sei mesi successivi al salvataggio (New York e Tokyo) ha iniziato a bere, è caduto in depressione, si è bruciato tutti i soldi e ha avuto una certa difficoltà a trovare lavoro, ad un certo punto ha confessato a una radio cilena: “Forse era meglio se fossimo rimasti lì sotto”.  Mentre la moglie Angelica ha dichiarato: “Nella miniera c’erano Dio e il diavolo, io credo che Edison se lo sia preso il diavolo”.

I 33 minatori in ghingheri in visita dal presidente e dalla first lady, e nemmeno tutti hanno la cravatta, ‘sti pezzenti.

Inutile dire che i politici hanno cavalcato la storia per avere più consensi per poi scomparire, dopo 3 anni di inchieste nessuno è stato indagato per il disastro, nessun colpevole insomma.  Persino i diritti pagati da Hollywood, che aveva trasformato la tragedia in un film, sono andati a finire ai minatori solamente in piccolissima parte. Dalla società appaltatrice della trivellazione agli sponsor dei vestiti e degli occhiali, tutti hanno guadagnato qualcosa da questa vicenda, tutti tranne i miniatori.  Alcuni sono tornati a lavorare in miniera, altri sono caduti in depressione, finendo alcolizzati e tossicodipendenti.  Super Mario, il più brillante ed entusiasta di tutti, ha riassunto quell’evento con una frase: “Eravamo semplici lavoratori che sono scesi in una miniera e una volta risaliti si sono trovati in un circo, e poi il mondo si è dimenticato di noi”.

Ecco, a parte il terzo tempo tragico, credo che dovremmo prendere spunto dalla tenacia dei minatori, lasciando perdere tutto il circo nazional-popolare fatto di bandiere e patriottismo, tenendo a mente che di sicuro nessuno sponsorizzerà la nostra uscita in strada alla fine del lockdown. Torneremo semplicemente a fare la nostra vita, forse apprezzandola di più.

Ci sono continui riferimenti alla guerra, ad un assedio, ad una battaglia. Di conseguenza le bandiere italiane sono comparse in molti balconi, con deliri patriottici che faccio fatica a comprendere. Un evento del genere dovrebbe unire il pianeta, non dividerlo. Non siamo migliori dei Serbi, non siamo più bravi dei Norvegesi, non c’è nessun complotto contro l’Italia, e nemmeno contro l’umanità. Siamo continuamente bombardati da propaganda squallida che vuole dividere e non unire. E usare la bandiera, il nazionalismo per questo è tristemente squallido.

“La cosa principale che ho imparato circa le teorie del complotto è che i complottisti ci vogliono credere perché sono tranquillizzanti. La verità è che il mondo è completamente caotico. La verità è che non è colpa degli Illuminati, dei banchieri ebrei o degli alieni grigi. La verità fa molta più paura: nessuno è davvero al comando.  Il mondo è senza timone”.
Alan Moore

Dicono che quando una persona affronta una malattia (e questo lockdown è per l’umanità la vera malattia) e la sconfigge, ne esca migliorata, più consapevole. Ed è quello che spero capiti anche a noi, seppur non abbia grandi speranze. Una tra le molte cose che ho imparato in questi giorni è che siamo tutti comunisti quando c’è da ricevere, e tutti adoratori del libero mercato quando c’è da dare.Ma ognuno si comporta come meglio crede, sicuramente è più facile trovare un nemico per reagire, una causa comune attorno alla quale stringersi.

Ogni sera molti dei miei vicini compiono un piccolo miracolo, un gesto di fratellanza: si affacciano alle finestre, sempre alle 9, sventolano la bandiera italiana e cantano a squarciagola l’inno di Mameli, incluso il ritornello “the old lady with the stick!” (ea vecia col baston!). Non li invidio, né sicuramente li disprezzo, anzi, trovo il tutto commovente.

Ma come dice il Poeta: “se fossi stato al vostro posto…/ ma al vostro posto non ci so stare. “

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    alla fine di tutto ciò ci sarà un rigurgito di nazionalismo, i Paesi del mondo sempre più separati tra loro e diffidenza reciproca…
    magari sono pessimista, ma temo che andrà così…
    le bandiere alle finestre sono solo l’innocuo antipasto…

    Piace a 1 persona

    1. Il Poltronauta ha detto:

      Diciamo che è un trend in atto da anni, per invertirla ci vuole coraggio, autorevolezza e una visione che nessun politico sembra avere. Ma aspetto con pazienza le nuove generazioni, magari ci sorprenderanno.

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