Monkey Man

I’ve seen no sign of you, I only heard ‘bout you
Huggin’ the big monkey man

Monkey Man – Toots and the Maytals

Da qualche parte ho letto che l’età d’oro del reggae fu il periodo immediatamente dopo la morte di Bob Marley, la cui scomparsa a soli 36 anni ebbe un clamore così ampio, che pure chi non lo conosceva affatto, sentì la necessità di avvicinarsi al suo mondo. Le case discografiche, che allora contavano ancora qualcosa, si misero alla ricerca di una nuova star da dare in pasto ai milioni di fan orfani di Marley.
Ma non è sempre vero che morto un papa se ne fa un altro, soprattutto se il papa in questione è una specie di alieno caduto sulla terra. Infatti i piani non andarono come previsto, il successo del Reggae a livello planetario fu un fuoco fatuo, non si poteva sostituire “qualcosa” come Bob Marley.

Qualche gruppo venne alla luce, altri artisti iniziarono a vendere numeri decenti di copie, ma nessuno,  nemmeno Peter Tosh (che morì poco dopo) fu in grado di ereditarne il carisma.

Io, prima di mettermi alla ricerca di un sostituto di Bob Marley, dovevo iniziare a recuperare tutti i suoi LP, ed è quello che feci, con una discreta calma, adeguata alla mia disponibilità economica. Fu perciò solamente quando finii l’opera omnia di sua maestà Marley, che cercai le nuove leve e i classici del passato, pescando un po’ a caso nei ridotti reparti di musica reggae dei pochi negozi di Venezia.

Toot
Copertina originale del vinile “The best of Toots and the Maytals”

Ed è poco dopo che compero quel vinile, la copertina è nera, ha la scritta “Toots and The Maytals” composta da lettere tridimensionali, forse di vetro, sembra si stiano sciogliendo come fossero di ghiaccio, con relativo effetto “acqua” tutt’attorno.

Photoshop non esiste ancora, non ho idea della fatica che il grafico abbia fatto per costruire quell’immagine, l’effetto però è straordinario, fossi in lui sarei particolarmente fiero.

Del contenuto del disco un po’ meno però, ma non credo lui c’entri qualcosa. Lo trovo nelle microscopica sezione “reggae” di un negozio di dischi a Venezia, che ovviamente ora non c’è più.
Best of” di Toots and The Maytals non ha testi né molto altro, addirittura il vinile sta dentro quella terribile busta di plastica leggera, impossibile da gestire quando si prova a rimettere il disco dentro la copertina.

La band è quasi contemporanea a Bob Marley e ai suoi Wailers, ma ha conosciuto il successo prima, verso la fine degli anni ’60, al punto che a loro si deve il battesimo ufficiale della parola “reggae”, che per primi usarono in una canzone del 1968, “Do the Reggay” appunto.

Dopo qualche ascolto realizzi che non è poi così male, considerando che però è un “the best” qualcosa in più ci si poteva aspettare, ovviamente ci sono tutti i loro classici, da “Pressure drop“, già nella colonna sonora di “The harder they come” (uno dei pochissimi film giamaicani degli anni ’70, una specie di blaxplotation con il reggae al posto del funky), alla cover di “Take me home Country Road” di John Denver, nella quale “West Virginia ” diventa “Sweet Jamaica”, fino a “54-36” (che anni dopo diventerà la “Santamarta” degli Ska-j).
In generale però quello dei Toots and The Maytals non è il Reggae che conoscevo e che mi aveva stregato, sicuramente lontano, una generazione indietro rispetto a “Catch a Fire” di Bob Marley & the Wailers (ma a dire il vero, quale disco Reggae non lo è?).
Tra tutti i pezzi del LP una canzone mi entra subito in testa e non mi vuole più lasciare: “Monkey Man“.

Mentre l’ascolto mi ricordo di una storia che mi avevano raccontato anni prima, quella di un tipo che abita con delle scimmie in una casa nel cuore di Venezia. Decido allora, una volta per tutte, di andare a verificare di persona se davvero è così, oppure se si tratta della solita storiella che si racconta ai bambini.
La casa dovrebbe essere vicino alla chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, in una zona lontana, dall’altra parte di Venezia, un posto a me del tutto sconosciuto ed esotico quanto una cittadina dei Balcani.

Del tipo non so nulla, qualcuno mi ha detto che sia stato un marinaio, che abbia una passione smodata, oltre che per le scimmie, per i bei ragazzi (che frequenta assiduamente nel buio del cinema “Moderno” di campo Santa Margherita, non a caso è anche conosciuto come “Lele pateon”, dove “pateon” sta per la patta dei pantaloni, suo oggetto di desiderio) e per la “maria”, che fuma spesso e volentieri.
Queste cose non mi interessano, voglio vedere le scimmie, una mezza dozzina di piccole scimmie, forse babbuini, che vivono con lui.

Attraverso tutta la città, arrivo davanti ad un muro compatto di case, mi hanno detto che la sua si trova proprio dietro, dopo 10 minuti di tentavi, sto per mollare, ormai credo sia una leggenda, poi scorgo una calle stretta, come una piega su di una camicia stirata male, e mi ci infilo.

La gabbia gigantesca sbuca da dietro il muro di quella che credo sia la sua corte privata, e si piazza in mezzo alla strada, coprendola in tutta la sua lunghezza. La casa ha tre piani e alcune finestre hanno una rete di metallo, sembra disabitata, ma poi sento le risate di alcuni bambini provenire dall’interno.

No, non sono bambini, nessun bambino riderebbe così.

Sul bordo del muro vedo una mano, poi due, e infine una faccia pelosa con dei denti aguzzi, che mi guarda di traverso e inizia ad urlare.
Subito dopo un’altra faccia, e poi un’altra ancora. Eccole, finalmente, le scimmie. Mi fanno un paio di smorfie, ma dopo un po’ se ne vanno, evidentemente la mia faccia sorpresa le mette a disagio, o forse hanno meglio da fare.
Torna a casa contento, mi sento David Attenborough di ritorno dal Borneo, so già che quel disco di Toots and the Maytals non suonerà più come prima.

So anche però che, fra cinquant’anni, racconterò questa storia a qualcuno, che ovviamente non mi crederà.

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Monkey Man

 

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