Guy Goma

L’8 maggio 2006 Guy Goma, un signore congolese, si presenta alla reception principale della sede BBC di Londra per un colloquio di lavoro* come addetto alle pulizie. La receptionist gli dice di accomodarsi e di aspettare. (*In lingua Inglese “interview” può significare sia “colloquio di lavoro” che “intervista”.)

Nello stesso momento, in un’altra sala d’attesa, Guy Kewney, un esperto inglese di tecnologia, si sta preparando all’intervista che a breve Karen Bowerman gli farà in diretta durante il BBC News 24, in merito alla causa in corso tra Apple Computer e l’etichetta dei Beatles, Apple Corps.

La segretaria di produzione viene mandata a prelevare l’illustre ospite, ma sbaglia sala d’attesa, chiede alla receptionist di Guy Kewney, e le viene indicato il signore congolese. La tipa ha dei dubbi, gli domanda se davvero si chiama Guy e se è qui per una “interview”. Guy Goma annuisce, e viene portato in un camerino per essere truccato.

Successivamente Guy Goma dirà di aver pensato che una preparazione del genere gli fosse sembrata eccessiva, ma che non conoscendo le abitudini della BBC non avesse osato protestare.

Dopo pochi minuti viene portato davanti all’intervistatrice, che in diretta nazionale lo presenta come l’esperto di tecnologia Guy Kewney e inizia a porgli una serie di domande.

La faccia di Goma è straordinaria, abbozza mezza scusa, ma l’intervista è un capolavoro di improvvisazione, e dopo 2 minuti scarsi il tutto si chiude senza intoppi, solamente a telecamere spente l’equivoco viene a galla.

 

guy goma
Guy Goma “pronto” per l’intervista

Quando avevo 15 anni, passai dalla mia squadra di calcio a quella subito più grande, non per meriti sportivi, ma perché la loro rosa era incredibilmente ridotta ed io ero l’unico dei più piccoli che poteva ufficialmente fare il salto di categoria.

Con un massimo di 12 giocatori a disposizione finii per giocare quasi sempre, spesso per tappare buchi e di fatto ricoprendo tutti i ruoli.
Quella domenica di marzo dovevamo visitare il Musile di Piave, era una delle ultime trasferte del campionato. La partita sulla carta si presentava semplice, visto che all’andata li avevamo battuti 7-1, in quella partita avevo giocato gli ultimi 10 minuti, quel tanto per segnare il settimo gol, probabilmente l’unico gol di rapina al ralenty nella storia del calcio.
Il loro allenatore non la prese molto bene, al punto che urlò ai suoi difensori: “Gavì fato segnare anca sto pandolo!” (ndr, avete fatto segnare anche questo spilungone imbranato).
Io, che quel gol giustamente nemmeno l’avevo festeggiato, a quel punto iniziai una corsa verso la curva (inesistente) togliendomi la maglietta e urlando come Tardelli in Italia Gemania del 1982 poi, passando davanti alla panchina ospite, mi infilai la maglietta mostrando “casualmente” un dito della mano.

Comunque quella domenica ci aspettava una partita tutta nuova, eravamo in autobus, pronti a partire, ci contiamo e scopriamo,di essere in 10, manca il portiere. L’allenatore scende per telefonare, dopo un paio di minuti risale e dice all’autista di partire, ci informa che il portiere stava ancora dormendo e che non c’era più il tempo per aspettarlo.
Poi mi guarda e mi dice che oggi giocherò in porta.

Arriviamo, recupero dei pantaloni di tuta e una maglia grigio malinconia con il numero 12 (quella da titolare se la teneva sempre il portiere vero), ma niente guanti. Prima di entrare in campo mi vedo allo specchio, e non mi invidio. Sembro uno di quei portieri di riserva dell’album Panini 76-77, quello con i giocatori immortalati in azione, e siccome all’epoca giocavano sempre e solamente i portieri titolari, gran parte dei numeri 12 sono fotografati con la tuta di allenamento che fingono parate improbabili.

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Giancarlo Alessandrelli in “azione”

Faccio il mio ingresso al “Musile Arena”, una distesa di fango compatto, e mi sento un Alessandrelli qualsiasi con addosso il pigiama della Lebole.

Iniziamo, i miei compagni fanno un lavoro grandioso per tenere gli avversari a distanza di sicurezza e il primo tempo finisce senza grossi problemi, salvo una punizione respinta sulla linea dal mio capitano.

Al rientro dopo l’intervallo passo davanti alla panchina della squadra di casa, e succede il dramma, il loro allenatore mi riconosce, probabilmente grazie alla sceneggiata della partita di andata.

La notizia che in porta non c’è il portiere titolare, anzi non c’è proprio un portiere, si diffonde anche sugli spalti e per tutto il secondo tempo, incitati dal pubblico, gli avversari iniziano a tirare da qualsiasi posizione, il tutto ovviamente ci rende la vita più semplice.
Ma giocare in 10 una partita intera sul fango non è facile, e a pochi minuti dalla fine il mio capitano scivola a metà campo, il loro centravanti gli ruba la palla, triangola con l’ala sinistra, e punta alla mia porta con 2 compagni ai lati, io sono immobile, poi corro loro incontro urlando un improbabile “banzai”.
Sono sempre più vicini e poco prima del limite dell’area, a meno di 5 metri dalla palla, fingo di tuffarmi sulla destra, poi mi stendo sulla sinistra, con l’agilità di un leopardo, marino.
Mi spiaggio sul fango sperando per il meglio, il centravanti inspiegabilmente decide di tirare, la palla mi supera, se gli ha dato l’effetto a rientrare sono fregato, e invece il tiro è un missile terra-aria che va dritto come un fuso, un paio di metri fuori della porta.

Mi alzo che sembro La Creatura della Palude, e con la velocità che si addice ad un mostro da B-Movie raccatto la palla e mi preparo per il calcio di rinvio mentre il pubblico mi copre di insulti.

Ormai è quasi finita, c’è un tipo dietro alla mia porta che da mezzora mi maledice in dialetto, io gentilmente gli chiedo se può parlarmi in italiano, perché non lo capisco (cazzate, ma non riesco a non prenderlo per il culo).
L’arbitro fischia, mi giro, in qualche modo i miei compagni hanno segnato, siamo passati in vantaggio. Tempo di rimettere la palla in gioco e questa volta l’arbitro fischia la fine.

Sono l’ultimo a rientrare in spogliatoio, il loro allenatore mi aspetta, ha lo sguardo incredulo e sconvolto, come avesse appena visto il proprio cane fumare una Malboro, mi stringe la mano, non si accorge nemmeno che sono ricoperto di fango, ovviamente i miei compagni mi accolgono con un’ovazione.

Dopo quella partita tutto tornò alla normalità, il portiere titolare non saltò una sveglia, e io continuai a giocare dove il mister mi chiese di volta in volta, ma mai più in porta. Ma per quanto ne so io, ho ancora il record percentuale di imbattibilità per partire giocate, il 100%.

Per una volta nella vita mi sono fatto trovare preparato, e come ha dimostrato anche Guy Goma molti anni dopo, la prontezza di spirito ti può salvare la vita, può raddrizzare una situazione in apparenza perduta, che sia un’intervista alla BBC, o una partita da giocare in porta a Musile.

A proposito, Guy Goma riuscì a fare la vera “interview” (colloquio di lavoro) poco dopo l’intervista in diretta, ma non fu assunto.

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