Alison

.

And with the way you look I understand
that you are not impressed.
But I heard you let that little friend of mine
take off your party dress.

Alison – Elvis Costello

Mancavano pochi giorni a Natale, e il mio tempo in California stava finendo. Erano trascorsi quattro mesi, e già provavo nostalgia per un periodo che a breve sarebbe diventato passato.

Nelle prime settimane del mio soggiorno americano sognavo sempre di mia madre, l’unica persona che al mio ritorno sapevo non avrei rivisto, ma adesso che a casa ci stavo per tornare davvero il sogno ricorrente era cambiato: ogni notte vivevo una specie d’incubo, quei quattro mesi e mezzo erano passati invano, non avevo imparato niente, una volta in Italia non sapevo una parola d’inglese, in più ero il solito perdente (questa parte risultò poi essere vera).
Non avevo nemmeno trovato una ragazza, come inconsciamente avevo sperato, una di quelle belle californiane bionde, dal sorriso bianco e dalle forme generose, ma questo onestamente era l’ultima delle mie preoccupazioni.

Devo ammettere poi che passare gran parte del tempo nella cucina di ristorante popolata da messicani, a pulire calamari e a pelare spicchi d’aglio, non facilitava particolarmente la mia vita sociale, che di fatto si limitava a pomeriggi tra i baffi dei messicani, quelli della coppia gay del negozio di fiori a fianco e gli sguardi delle shampiste del parrucchiere dirimpettaio.

Anche se, ad un certo punto, un paio di queste ragazze insistettero per invitarmi ad una serata in discoteca con loro. Ma su due piedi, con così poco preavviso e con la brigata della cucina che assomigliava sempre di più all’Armata Brancaleone, non me la sentii di abbandonare la mia postazione, soprattutto perché Lo Zio (il mio capo) si trovava fuori città e senza il suo consenso non si muoveva foglia.

Qualche giorno dopo, con grande soddisfazione del primo cuoco (il figlio de Lo Zio), che al momento dell’invito aveva mal celato il suo disappunto (invidia?), venne fuori che le shampiste in realtà erano le ambasciatrici dell’unico ragazzo di quel negozio, che evidentemente aveva, a mia insaputa, maturata una simpatia omo-erotica nei miei confronti. Non si presentò più un’altra occasione, ne’ per le shampiste e nemmeno per il mio ammiratore, mentre la mia attrazione per le bionde californiane rimase intatta e, ahimè, non corrisposta.

Cucina mex
Il Dream Team della cucina del ristorante

Come detto mancavano pochi giorni a Natale e al mio rientro a Venezia, non volevo tornarci senza i regali per chi mi aspettava e che in quei mesi aveva accettato i miei silenzi d’oltre oceano, mi presi allora un pomeriggio libero per andare con la mia bicicletta in una specie di centro commerciale.
Dopo un ora passata in mezzo a quel tempio del consumismo americano, avevo completato i miei acquisti, con pazienza anglosassone mi misi in coda per pagare, rigorosamente in contanti.
Quando fu il mio turno la cassiera mi fece un sorriso meraviglioso, almeno quanto i suoi incredibili occhi blu, aveva dei capelli rosso scuro, e sulla camicia la targhetta con il suo nome: “Alison”.

Quando mi diede il resto, ci fu una specie di “tango esitation”, sembrò che il suo sorriso fosse davvero per me, rimasi un paio di secondi immobile, con le parole che cercavano invano la via dal mio cervello alla mia bocca, passando per una traduzione più corretta possibile, prima di arrendermi ci pensò la signora dietro a me a rompere il sogno, posando un cestino pieno di regali tra me e gli occhi di Alison. Pedalai in fretta per ritornare al lavoro, con quello sguardo intenso e quel sorriso straordinario nella mia testa.

Arrivato in ristorante mi sistemai nella mia postazione e iniziai a prendere le ordinazioni dal secondo cuoco, Salvador (a.k.a “L’Unto dal Signore”, di cui ho già avuto modo di parlare in un precedente post) ma la mia mente era rimasta li, davanti alla cassiera, persa nel blu profondo dei suoi occhi.
In un momento di pausa superai i miei tentennamenti, in fin dei conti non avevo nulla da perdere, decisi che dovevo chiamarla, prima però mi serviva la frase d’effetto iniziale, allora mi ricordai della canzone di Elvis Costello “Alison”, la melodia era dolce e le parole, per quanto mi ricordassi al tempo, romantiche abbastanza, con il ritornello che diceva “Alison, my aim is true”.

A dire il vero non conoscevo molto bene Elvis Costello, sì, qualche brano ascoltato di striscio, ma non era esattamente uno dei miei cantanti preferiti al tempo. Grazie ad alcuni video che Mister Fantasy aveva passato nei primi anni ’80  (“Every day I write the book”  fra tutti) sapevo come era fatto. La sua faccia da impiegato incorniciata da quegli enormi occhiali alla Buddy Holly e il suo ciuffo da “teddy boy” erano d’altronde un marchio di fabbrica facilmente riconoscibile. Sapevo anche che il suo vero nome non era Costello, bensì Declan Patrick MacManus, e che il suo nome d’arte era la somma dei suoi due idoli: Elvis, per Elvis Presley (serviva specificarlo?) e il padre, che durante un lontano e breve periodo da musicista aveva adottato come nome da stage proprio Costello. Sapevo anche (e con questa chiudiamo la sezione “Rickypedia”) che Costello era un nome assolutamente comune in Irlanda ed eventuali discendenze italiane erano da escludere, anche se la storia riporta molti italiani che usarono Costello come cognome. Ad esempio il vero nome di Lou Costello, l’italo-americano della coppia “Abbott and Costello” (i leggendari Gianni e Pinotto degli anni ’40 e ’50) era Louis Francis Cristillo, e soprattutto ci fu un tale di Francesco Castiglia, che scelse un più romanzesco Frank Costello, diventando uno dei più noti gangster italo-americani del 900.

Ma soprattutto sapevo che se devi fare colpo su di una ragazza, specialmente se intravista per pochi secondi, non serviva esibirmi in una nozionistica da Settimana Enigmistica, dovevo semplicemente trovare l’approccio migliore, e la canzone di Elvis Costello sembrò sul momento la soluzione ideale.

Così mi feci coraggio, recuperai il numero di telefono dallo scontrino e chiamai il negozio, alla persona che rispose dissi che volevo parlare con Alison, incredibilmente dopo qualche secondo sentii la sua voce, balbettai un mezzo saluto cercando di spiegarle chi fossi, lei sembrò capire e mi salutò con voce allegra, le dissi che adoravo la canzone di Elvis Costello e che lei era la prima ragazza che conoscevo con quel nome.

Costello-Alison-45
Copertina del 45 giri di Alison

Lei rimase in silenzio per un breve ma interminabile attimo, durante il quale il mio cervello elaborò decine di situazioni diverse e altrettante risposte, ma di tutto quello che potevo immaginare lei  se ne uscì con un “Who’s Elvis Costello?” che mi gelò il sangue, il mio piano in apparenza inattaccabile era miseramente naufragato per colpa dell’ignoranza musicale di quella ragazza. Non avevo un piano “B”, cercai inutilmente una reazione adeguata, ma era come rispondere ad una battuta di Jim Courier a mani nude, e dopo pochi secondi di silenzio, attaccai il telefono.

Molto tempo dopo lessi il testo di “Alison”, non era affatto così romantico come pensavo, anzi, parlava di un incontro imbarazzante tra questo tizio e la sua ex, che già l’aveva tradito con un suo amico e che adesso era felicemente sposata, praticamente l’inno di tutte le storie d’amore tristi e sfortunate.

Per fortuna quell’Alison non conosceva Costello, perché se anche avessi avuto anche una sola possibilità con quegli occhi blu mare, avevo finito per scegliere la canzone sbagliata.

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