Babylon by bus

Don’t forget your history;
Know your destiny:
In the abundance of water,
The fool is thirsty.
Rat race, rat race, rat race!

Rat race – Bob Marley

Essere stato un adolescente a Venezia negli anni ’80 lascia dei segni indelebili sul carattere di una persona, e anche sul fisico, perché innanzitutto a Venezia cammini, sempre.

Misurare le distanze in termini di “minuti a piedi” è un lusso straordinario, un vezzo proprio di molti veneziani, cammini così tanto che alla fine impari a riconoscere le crepe sui marmi agli angoli dei palazzi, guardi le persone negli occhi, altro lusso, fino a quando diventano familiari abbastanza per iniziare a salutarle.

Negli anni ’80 Venezia era la città migliore per ascoltare la musica con il WalkMan, e lo è ancora adesso, con l’iPod. Non ci sono rumori di fondo, e se riesci ad evitare i branchi di turisti, sempre più numerosi a dire il vero, il livello di stress è quasi pari allo zero, non ci sono marmitte di motorini che scoreggiano come dinosauri, non ci sono semafori rossi (e nemmeno verdi).
La gente si incontra e parla, non urla, perché non deve, è forse l’unico posto al mondo dove ancora si può sentire il rumore dei passi.
Il Veneziano standard si riconosce da quella che una volta si diceva “camoma”, una sorta di stato mentale, di attitudine coolness di chi sa che non c’è fretta, che a piedi si può arrivare ovunque.

La complessità topografica della città aiuta il Veneziano a capire facilmentele mappe di metropoli ben più grandi, insegna a non perdersi mai, un specie di dono innato, che non ha nulla da invidiare a quello delle guide indiane di Tex Willer.
La matassa ingarbugliata di calli e callette nella mente di un Veneziano magicamente si dirada, si semplifica, al punto che se un turista chiede un’indicazione ad un autoctono, nove volte su dieci si sentirà rispondere “Fai questa calle, gira a destra e poi sempre dritto”.

Ma se un Veneziano passa Il Ponte (per i “foresti”, Il Ponte è quello che collega Venezia alla terra ferma, che di fatto salva l’Europa da status di isola), può avere dei momenti di smarrimento, l’ago della bussola interna impazzisce, inizia a sudare freddo, subisce l’inevitabile saudade lagunare.

Da adolescente passare Il Ponte voleva dire, sempre, soffrire di mal d’auto, appena lasciata la laguna alle spalle (ma a volte prima) la nausea ti colpiva, come per farti pagare l’aver osato abbandonare (anche se per poco) Venezia.

Il giorno che andai per la prima volta da solo a Mestre avrò avuto 14 anni, l’unico motivo che mi spinse a farlo fu quello di cercare l’ultimo album di Bob Marley che ancora mi mancava, un mio compagno di classe mi aveva segnalato il negozio di dischi che avrebbe dovuto averlo.

Preso l’autobus il numero “7” scesi alla fermata indicata dal mio amico, guardai a sinistra e a destra (che non si sa mai) attraversai la strada ed entrai nel negozio che si trovava difronte.

L’ultima copia del doppio vinile “Babylon By Bus” era ancora avvolta nella plastica, mi ci avventai come un falco pellegrino (si sa, a volte la “camoma” si dimentica).

babylon cover
Babylon By Bus

Appena uscito dal negozio mi fermai ad ammirare il mio acquisto.
A dire il vero, con il senno di poi, il doppio live non è un granché, soprattutto se paragonato al primo, immortale “Live” di Bob Marley, però la grafica e il packaging ideati da Neville Garrick erano (e sono ancora) stupendi.

Le buste che contengono i vinili sono decorate delle immagini dei concerti e di tutto quello che ci andava attorno (biglietti, locandine etc).
Con un colpo di genio Garrick piazza in copertina, che di fatto è il frontale di un camion, due buchi veri al posto dei parabrezza, perciò basta cambiare l’ordine dei vinile per creare una copertina diversa.
Avevo il tanto agognato doppio LP in mano, la mia missione era compiuta, decisi che non c’era alcun motivo per fermarmi ancora a Mestre, così tornai alla fermata del autobus.
Ora, e questa è una certezza, gli imbarcaderi dei vaporetti sono sempre gli stessi, sia per l’andata che per il ritorno, se devi tornare indietro di certo non vai dall’altro lato del Canal Grande.
A quanto pare gli autobus non funzionano così, salii sul primo “7” in arrivo, felice di tornare a casa, ma dopo 10 minuti il paesaggio che vedevo dai finestrini divenne sempre più verde, campi e alberi presero il posto delle case, la mia nausea aumentò a livelli preoccupanti, finchè trovai il coraggio di chiedere ad una signora se stavamo andando a Venezia.
La tipa mi guardò sconsolata e mi disse che per andare a Venezia, dovevo scendere, attraversare la strada e prendere l’autobus che andava in direzione opposta, fu indubbiamente uno dei migliori consigli ricevuti nella mia vita.

Sceso in strada respirai a pieni polmoni, la nausea calò leggermente e mi misi in attesa nella fermata giusta, con calma arrivò l’autobus, e mano a mano che procedevo verso Venezia il mio organismo tornò alla normalità, immagino fosse la stessa sensazione che può provare Superman una volta che si allontana da una miniera di kryptonite: i battiti del cuore rallentarono, smisi di sudare e la nausea sparì del tutto, e arrivai a casa sano e salvo.

babylon 2
Babylon By Bus, qualche anno dopo

Anche adesso, ogni volta che apro quel doppio vinile, tra le fotografie di stadi stracolmi di persone, di biglietti d’ingresso e di ritagli di giornale, vedo un autobus che sfreccia veloce, e i verdi campi della periferia di Mestre che si rincorrono dai finestrini.

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