The Swimmer

Ned Merrill: Lucinda’s waiting. The girls are home playing tennis. I’m swimming home.
Shirley Abbott: Oh, God.

The Swimmer

Una delle prime tappe delle mie cinque settimane sul Greyhound era New Orleans, ci ero arrivato alla mattina, dopo un viaggio notturno, direttamente da San Antonio, dove avevo visitato Fort Alamo.
Il tempo di fare check-in in ostello e mi ero subito perso tra le strade affollate del quartiere francese.
La città mi stava piacendo moltissimo, grazie all’atmosfera, alla gente e alla particolare architettura, anche se, non lo sapevo ancora, sarebbe stato dopo il tramonto che avrei visto il suo lato migliore.

Nel pomeriggio tornai in ostello, dove feci la conoscenza con altri ospiti, 5 o 6 in tutto, decidemmo di uscire assieme dopo cena per visitare la città.
Del gruppetto mi ricordo un paio di Australiani che avevano (portento mai visto prima) un copri-lattina termico, che permetteva di tenere in mano una birra senza farla scaldare. Insomma non proprio personaggi del Circolo Pickwick, ma a New Orleans non mi sarei aspettato niente di diverso.
Avevo visitato la città alla luce del sole, ma ora, illuminata dai lampioni e dalle insegne dei negozi, sembrava totalmente diversa, con colori più forti, ancora più ricca di suoni e sguardi, come se le luci al neon fossero pesanti ritocchi di mascara.
Facemmo un giro nelle strade intasate di turisti, entrando ogni tanto in qualche locale, attenti a non farci fregare (troppo).
Parlai quasi sempre con una ragazza di Los Angeles, Monica, anche lei ospite dell’ostello, scoprii che era di origini irlandesi e che stava andando a Boston in cerca di lavoro, probabilmente una delle poche persone a non fare il percorso inverso in quegli anni. Era carina e simpatica, e sola anche lei.
A differenza mia si stava spostando in macchina, una Honda color caffellatte di rara bruttezza che già avevo notato nel parcheggio dell’ostello al mio arrivo.

macchina MonicA
La macchina di Monica

Al rientro in ostello, prima di darci la buonanotte, mi disse che l’indomani pomeriggio sarebbe partita, e che le avrebbe fatto piacere avermi come passeggero, diedi uno sguardo perplesso al quel catorcio che era la sua macchina, poi ai suoi occhi azzurri, e scelsi di rinunciare al bus per una volta.
La mia prossima meta sarebbe stata Athens, in Georgia, città scelta a caso perché sulla mappa era in direzione di Chicago, ma poi avevo scoperto che era la madre patria degli allora quasi sconosciuti R.E.M., un gruppo che avevo appena iniziato ad ascoltare.
Monica mi avrebbe accompagnato fino alla stazione di Montgomery (Alabama), dove le nostre strade si sarebbero divise per poi, secondo i piani, ritrovarsi all’ostello di Athens.

Il viaggio fu piacevole, ci fu un unico momento di imbarazzo, quando lei mi raccontò di quella volta che aveva portato la madre a vedere il papa durante la sua visita a Los Angeles, io le dissi che, dopo aver visto Wojtyla sorridente dividere un balcone con Pinochet senza nemmeno accennare alle migliaia di persone che il tipo aveva massacrato, quel papa non mi piaceva affatto.
Seguirono minuti di silenzio durante i quali ascoltammo stazioni radio a caso, a quanto pare gli Irlandesi sono molto cattolici, buono a sapersi.
La tensione svanì quando, per cena, iniziai a servire crackers che decoravo al volo con il formaggio spray comperato in un autogrill.
Dopo il mini contenitore termico per lattine, il forte cattolicesimo degli Irlandesi, feci anche la scoperta del formaggio spray. Questo viaggio si stava rivelando indubbiamente molto istruttivo.
Come da accordi Monica mi lasciò alla stazione di Montgomery, era notte fonda, ci salutammo sapendo che in un paio di giorni ci saremmo rivisti ad Athens.

Di notte la televisione italiana offre il suo lato migliore.
Ma così come solamente i più arditi navigatori del passato antico osavano oltrepassare le Colonne d’Ercole, nel terzo millennio sono pochi i telespettatori che hanno il coraggio di superare il canale 65 del digitale terrestre.
Oltre questo limite, si apre un mondo nuovo e inesplorato, una galassia di micro TV che vivono di vita propria, indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno a guardarle.

E’ stata in occasione di uno di queste spedizioni notturne che mi sono imbattuto in un film incredibile, di cui non avevo mai sentito parlare: “The Swimmer”.
Un film, ho scoperto dopo, girato nel 1968, con Burt Lancaster come attore principale, ancora bellissimo nonostante i cinquant’anni suonati.

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L’aitante Burt Lancaster

La storia è leggermente surreale, come si usava nel cinema di quegli anni.
C’è questo tipo (Ned Merril interpretato da Burt Lancaster appunto) che si mette in testa di attraversare a nuoto un’intera contea per raggiungere la sua abitazione, che si trova in cima ad una collina. Ovviamente nuota dove si può, all’inizio nelle piscine di amici di lunga data, cortesi e affabili, poi è il turno delle piscine di amici più recenti, questi meno “amichevoli” e più freddi nei suoi confronti, infine per l’ultima nuotata s’immerge nella piscina comunale, stranamente popolata da persone a lui particolarmente ostili.
Credo che l’idea fosse quella di rappresentare la parabola della vita di questo signore, dalla spensieratezza della gioventù (amici di vecchia data), alla durezza della vita adulta infine alla caduta in disgrazia della mezza età: la piscina comunale (e se siete mai stati in una piscina comunale, almeno questa parte di metafora risulterà chiarissima, anche senza essere di mezza età). Quando pensi che peggio di così non gli possa andare, la scena finale ti spezza il cuore.
Burt Lancaster è in costume, mezzo bagnato e infreddolito, bussa alla porta di quella che sembra essere casa sua, ma nessuno risponde. Il cancello del giardino è arrugginito, e il campo da tennis che s’intravede nello sfondo è coperto di foglie secche, capisci con lui che la casa è vuota e la sua famiglia non c’è più.
Se hai avuto anche un minimo la giornata storta (o se sei interista), inizi a piangere assieme ad uno sconfitto Burt Lancaster, prima dei titoli di coda.

Lasciata Monica nella sua Honda, aspettai un po’ di ore l’autobus che mi avrebbe portato ad Athens, Georgia. Il viaggio non durò molto, soprattutto rispetto alla media dei miei spostamenti con il Greyhound, ma a dire il vero sembrò molto, molto più lungo.

Sceso ad Athens controllai nella guida la posizione dell’ostello, con calma mi incamminai, arrivato alla fine della strada nella quale avrebbe dovuto trovarsi, dell’ostello non c’era traccia.

Tornai indietro e, nascosto tra delle erbacce, vidi il segnale che indicava l’ostello, presi la stradina e mi ritrovai davanti ad una casa di legno enorme, tipo quelle che si vedono nei film horror.
La veranda e la sedia a dondolo annessa erano coperte di foglie secche, di tanto in tanto mosse da un debole venticello autunnale.

Raggiunsi la porta piuttosto perplesso, cercai d’aprirla ma era chiusa a chiave, da dietro il vetro sporco vidi una montagna di posta abbandonata a terra, iniziai ad avere dei sospetti, forse l’ostello era chiuso (sveglio, il ragazzo).

Girai attorno alla casa, l’accesso al giardino era bloccato da un cancello arrugginito, l’erba era cresciuta a dismisura, in fondo vidi un campo da basket chiaramente in disuso.
Il vento era aumentato e adesso creava dei mini tornado di foglie sotto ad un canestro.
Tornai indietro, mi sedetti con la testa tra le mani sui gradini della veranda, quell’ostello era l’unica possibilità che avevo per rivedere la ragazza irlandese, non avevo un piano B, era tutto finito.

Ora me ne stavo seduto nella poltrona sformata di casa mia, di notte, con l’occhio umido, a guardare il povero Burt commuoversi davanti ad un cancello arrugginito, e rivedevo il campo da basket di quel maledetto ostello.

Almeno io, ad Athens, non ero in costume.

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