Yannick Noah

“Alcuni tennisti immortali hanno iniziato giocando al benedetto battimuro. Ha cominciato così René Lacoste, quello del coccodrilletto, e ci giocava tanto che suo papà doveva fargli intonacare il muro ad ogni stagione.“

Gianni Clerici

Sotto casa mia incontro sempre più spesso turisti, non  anime perdute o amanti dell’avventura, ma veri turisti, quelli che da queste parti ci dormono pure, perché ormai anche la mia zona è infestata di strutture ricettive che hanno sottratto metri quadrati ai residenti.

Sento che parlano, meravigliati di questo angolo della città silenzioso e magico, nessuno però, nei pochi discorsi che riesco a rubare, si stupisce dell’assenza dei bambini, sembra sia passato il pifferaio di Hamelin e nessuno se ne accorge.

Si fossero perduti da queste parti trentacinque anni fa avrebbero ammirato partite di pallone infinite, con il silenzio rotto dai tonfi del “Tango” sul muro, quelle poche volte che la regola del “battimuro” veniva sospesa.  I più fortunati avrebbero assistito a partite di baseball giocate con manici di scopa e pallina da tennis e, nelle calde domeniche estive, avrebbero dovuto scansare i dritti e i rovesci di un solitario giocatore di tennis.

Tutto questo non esiste più,  ma certe storie vanno scritte, affinché nessuno se ne dimentichi, non per sterile nostalgia, non per riempire l’inutile catalogo del “noi che facevamo questo etc, etc”.

Prima dell’avvento delle pay TV e dei canali sportivi tematici, molti ragazzi come me appassionati di sport vivevano dell’elemosina della TV pubblica, aspettavamo con ansia la bella stagione per iniziare a guardare sulla RAI i grandi tornei di tennis.

L’appuntamento al quale la TV nazionale dava più risalto era logicamente quello del Foro italico di Roma, negli anni ’80 però il torneo aveva perso smalto, probabilmente a causa di spettatori più abituati alle curve da stadio che non alle gradinate dei campi da tennis, o forse per l’assenza di premi sufficientemente appetibiili per le superstar del momento, che venivano contesi dai vari tornei a suon di centinaia di migliaia di dollari, davanti ai quali la liretta di quegli anni poco poteva (l’EURO qualche vantaggio l’ha portato, alla fine).

Il mio torneo preferito, quello che aspettavo con più ansia però era il Roland Garros che, giocandosi sulla terra rossa di Parigi, aveva quel qualcosa di esotico che lo rendeva ancora più affascinante. Ormai con la testa alle vacanze estive, i pomeriggi delle calde giornate di fine maggio si consumavano davanti alla TV a colori, a vedere infiniti scambi da fondo campo sul quella sanguigna terra rossa che finalmente potevo vedere in tutta la sua bellezza, libera, dopo anni, dalla schiavitù della TV in bianco e nero.

Bjorn Borg si era già ritirato, ma c’erano già altri svedesi a dominare il torneo.
Il vero problema del tennis, per un palinsesto rigido come quello della RAI, era l’imprevedibilità della durata di una partita, che spesso era costretta a saltare da un canale all’altro, una o addirittura due volte, raramente  finendo per essere miseramente tagliata prima della naturale conclusione, suscitando il disappunto e le proteste dei telespettatori.

Arrotini instancabili, maratoneti biondi dal rovescio a doppia mano, dispensatori di bordate da fondo campo, sulle loro giocate Giampiero Galeazzi compiva dei veri capolavori di retorica, ricamava telecronache colossal, nel difficile tentativo di salvarci e salvarsi dagli abbiocchi post pranzo.
Ipnotizzato dal suono che produceva ad ogni colpo di racchetta (e dal respiro affannoso di Bisteccone, il “Darth Vader de noantri”) guardavo la pallina andare da una parte all’altra del campo, e la mia mente usciva dl mio corpo per fluttuare in pace sopra il campo centrale.

Quando finiva la partita, spesso scendevo in strada con ai piedi delle meravigliose Tepa Sport scamosciate blu (le stesse di Bertolucci, il giocatore, non il regista) e una racchetta di legno bianca e rossa, copia neanche troppo somigliante di una più prestigiosa “Victor”.

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Tepa Sport scamosciata (piede destro)
Con i miei compagni andavamo in un campiello vicino casa, che aveva curiosamente la forma di un campo da tennis, con addirittura delle linee sulla pavimentazione che ripetevano in tutto e per tutto le linee di un campo vero.
Per completarne l’illusione, sistemavamo una rete (costruita da noi) esattamente a metà campo, che oltre a fermare i nostri deboli rovesci, intrappolava i (fortunatamente) pochi passanti.

Quando i miei compagni non c’erano, mi limitavo a tirare la pallina contro il muro di un edificio allora abbandonato, ribattendo colpo su colpo. Detta così sembra facile, ma l’edificio aveva delle finestre a pianterreno, e dove non c’erano, il muro era tutt’altro che omogeneo, visto lo stato di abbandono, questo rendeva imprevedible la traiettoria di ritorno, con il risultato che quasi sempre uscivo sconfitto. Pure dal muro.

In quella tarda primavera guardavo il “rolangarrò” con ancora più interesse. Partita dopo partita si stava facendo largo un ragazzone francese, figlio di un camerunense e di una francese.
Yannick Noah era un gigante nero di 23 anni, con una cascata di dread in testa, giocava in modo spettacolare, nulla a che vedere con i noiosi svedesi. Quello che però mi aveva conquistato era il polsino rosso/giallo/verde che indossava ad ogni partita, per mostrare a tutti la sua origine africana . Io, orfano di Bob Marley da un paio di anni, in quel tennista francese, avevo trovato il mio nuovo eroe.

Noah arrivò in finale, e la vinse pure, il primo “francese” dopo 37 anni (e ad oggi l’ultimo). Nonostante il polsino dai colori sbagliati, i francesi impazzirono d’orgoglio. Jean Marie Le Pen inghiottì un rospo amaro, un antipasto, anzi un “hors d’oeuvre”, di quello che dovrà mangiare alla vittoria di una multietnica nazionale francese ai Mondiali del 1998.

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Yannick Noah abbraccia il padre dopo la vittoria
Molto tempo dopo il suo trionfo al Roland Garros, lessi un’intervista a Yannick Noah, nella quale diceva che quella vittoria lo mandò in crisi. Lui, figlio di un africano e di una francese, era diventato il simbolo sportivo della Francia, quella responsabilità lo schiacciò, facendolo sprofondare in una specie di depressione, che finì per limitarne la carriera, che in molti avevano pronosticato sicuramente più gloriosa.
Per tutta l’estate cercai quel polsino, invano. Lo trovai due anni dopo, mentre ero a Grenoble per una vacanza studio. Lo indossai con orgoglio molte volte, ma mai per giocare a tennis in strada con i miei amici.
Eravamo tutti cresciuti, con altre cose per la testa, stupidi abbastanza per pensare che a 16 anni certe cose non si possono fare più.

Oggi passo quasi ogni giorno davanti all’edificio che fu il compagno silenzioso dei miei pomeriggi di tennis solitario. Non è più disabitato, o meglio, è diversamente disabitato, visto che è diventato un albergo.
La facciata è restaurata, l’intonaco è perfettamente liscio, ogni singolo mattone è al suo posto.

Sei fortunato che sono troppo vecchio per giocare, perchè adesso batterti sarebbe una passeggiata, stronzo di muro.

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