The last picture show

Sonny: “Is growin’ up always miserable? Nobody seems to enjoy it much.”
Sam: “Oh, it ain’t necessarily miserable, about eighty percent of the time, I guess.”

The last picture show – Peter Bogdanovich

 

Entro nella sala del ristorante dalle cucine, sono quasi le 15.00, anzi le 3 pm, visto che sono nel ristorante di mio zio a Los Angeles, ma potrebbe pure essere notte fonda, non saprei dirlo perché la sala non ha finestre, è un classico ristorante anni ’70 fatto di piccoli tavoli e “booth” illuminati da luci fioche appese alle pareti.

Tutti i tavoli sono vuoti e pronti per la cena, tranne quello dove sta seduto mio zio. Appena mi vede scuote la testa e dice. “You’re just a kid“, lo dice con un malcelato disappunto guardando la mia t-shirt azzurra con il logo di Superman, che io invece porto con un discreto orgoglio.

You look good to me“. Una voce di donna arriva dal tavolo in penombra di fronte a quello di mio zio, fino a quel momento pensavo non ci fosse nessun cliente ma adesso che ha parlato scorgo una signora bionda sui cinquanta. Quando la ringrazio lei mi invita a sedersi al suo tavolo, aggiungendo che non è bello lasciare che una signora mangi da sola.
Controllo con mio zio per capire se sia tutto a posto e lui sibila un “sentite, miga te morsega” (per i non Veneziani “siediti, mica ti morde”). Ora che le sono a fianco vedo che probabilmente ha più di sessant’anni, si capisce che da giovane doveva essere una bellezza, e lei se ne ricorda ancora, visto che mette in mostra una scollatura da competizione, merito probabilmente di un ottimo chirurgo plastico della zona.

Mi chiede il mio nome e che ci faccio a Los Angeles, io le spiego che sono qui momentaneamente, ho messo la mia vita in “pause” (e lo pronuncio perfettamente, tipo “pousz”) e sto decidendo cosa fare.

Si presenta come Cloris, poi quando le chiedo cosa fa, noto un’impercettibile delusione nei suoi occhi e dice di essere un attrice.
Non va bene, non riconoscere un’attrice quando ce l’hai di fronte non è il modo migliore per iniziare una conversazione con lei, ma a mia discolpa c’è da dire che indosso la t-shirt di Superman, mica quella di Dio, non è detto che sappia tutto.

Poi, a rincarare la dose  aggiunge: “A good one too, I even won an Oscar“.

A questo punto mi sale il panico, deglutisco a fatica, potrei giocare la carta della disperazione e dirle che sono cieco, ma è da quando che mi sono seduto che le fisso le tette, non credo ci cascherebbe. Devo aver la faccia di un cucciolo impaurito, perché la tipa mi tocca la mano e mi rassicura dicendo che l’Oscar l’aveva vinto più di vent’anni prima,  con un film in bianco e nero e che giustamente capiva se non l’avevo mai visto, poi mi dice il nome del regista e il volto mi si illumina, finalmente tutti quei pomeriggi passati sulle dure sedie di legno del cinema Accademia di Venezia mi tornano utili.

Le dico che invece quel film l’ho visto, e che mi ricordo perfettamente di lei.

cl-lastpictureshow-deerrifle
Sonny Crawford (Timothy Bottoms) con Ruth Popper (Cloris Leachman) in una scena del film “The last picture show”.

Quando Il Poltronauta non era ancora il miglior blog di Cannaregio avevo un’idea che mi tormentava, volevo scrivere un libro sulle sale cinematografiche scomparse di Venezia, raccontate attraverso i film che in quelle sale io avevo visto (OK, ora uno dei dodici lettori di questo blog mi può rubare l’idea), percorrere Venezia nello spazio e nel tempo, come aveva fatto Burt Lancaster nel film “The Swimmer“, che aveva attraversato la sua vita (nel tempo e nello spazio) attraverso le piscine della sua zona (non hai ancora letto il post? Leggilo qui!).

Avevo già il titolo pronto: “I miei luoghi scuri”, mutuato dal libro di Ellroy “I miei luoghi oscuri”, poi invece non ne ho fatto nulla, anche se si possono ritrovare molte di quelle storie in alcuni dei post de Il Poltronauta.

Di recente (per i lettori di un futuro lontano, stiamo parlando del Dicembre 2016) la questione dell’abbandono delle sale cinematografiche veneziane è ritornata (brevemente) di moda, quando la famiglia Coin, dopo un restauro piuttosto conservativo, ha deciso di affittare il glorioso Teatro (ex cinema) Italia ad una nota catena di supermercati, generando tutta una serie polemiche, soprattutto nei cosiddetti “social”. Gli unici concreti risultati di questo turno di polemiche sono stati quello di far consumare megawatt di batterie di cellulari e quello di tenere un po’ di gente online esposta alle pubblicità di Zuckerberg.

image1
Espositori del pane ed affini con affresco, Teatro Italia, Venezia.

Vero, un altro spazio pubblico culturale veneziano è stato trasformato in una macchina da “schei”, ma in fin dei conti quella sala aveva smesso di essere un cinema almeno 30 anni prima e, dopo essere stata un’aula universitaria, era abbandonata da anni. Almeno adesso tutti possono ammirare i bellissimi affreschi che fanno da sfondo a scaffali illuminati come se esponessero delle sculture di Giacometti, e non dei pacchi di fusilli. Mi piacerebbe però incontrare un giorno dei veneziani seduti sui corridoi dei detersivi, con il cappotto in mano, pronti a vedere una pellicola in quarta visione, un po’ come facevano gli aborigeni nel film di Herzog “Dove sognano le formiche verdi”, che continuavano a sedersi sul pavimento del supermercato attorno all’area dove una volta sorgeva il loro albero magico.

Capisco che in un mondo perfetto quella sala sarebbe ancora un Teatro dove ascoltare concerti, vedere spettacoli, ma posso affermare senza timore di smentita che non siamo in un mondo perfetto.

Quello che è certo è che senza l’intervento delle giunte del passato Venezia, città che ospita il più vecchio festival internazionale della Cinema, oggi sarebbe senza sale cinematografiche. A riprova che la classe imprenditoriale veneziana è miope e che della città, purché continui a vomitare soldi, non importa nulla. I veneziani che su Venezia guadagno cifre che imbarazzerebbero ogni coscienza pulita, si sono dimostrati i soliti nani seduti sulle spalle dei giganti.

Resistere è un dovere, non c’è alternativa, e ammiro le iniziative di molti dei miei concittadini, ma a malincuore devo dire che dubito saranno i suoi abitanti a salvare Venezia, non sono forse stati proprio i veneziani a ridurla così?

image4
La facciata dell’ex Teatro Italia

Ne “I miei luoghi scuri” ci sarebbe stato anche il Cinema Teatro Italia.

Nella tarda primavera/inizio estate dei miei 13 anni quel cinema stava già scendendo i gironi danteschi della decadenza che aveva colpito molte delle sale veneziane, e per far cassa aveva iniziato a proiettare anche pellicole vietate ai 18, alternandole a film vecchi di almeno 3 anni e a commedie italiana vietate ai 14.  Me lo ricordo perché in una di quelle domeniche, vuote come solamente le domeniche degli adolescenti possono essere, assieme a dei miei amici avevamo cercato ti andare a vedere una film scollacciato italiano, salvo essere respinti quando uno dei miei amici ebbe la brillante idea di chiedere lo sconto per i minori di 14 anni. La cassiera ci guardò con un misto di tenerezza e disperazione, dicendo che già erano pochi i giorni con proiezioni “normali” che preferiva evitare problemi con i controlli.

Poco dopo ritornai al Cinema Italia con mio padre per vedere “Apocalypse Now”, ovviamente in terza o quarta visione. Il film era vietato ai 14 e mentre mio padre acquistava i due biglietti (saggiamente due biglietti per adulti) ebbi il terrore che la cassiera potesse riconoscermi, ma così non fu.

Del film ho vaghi ricordi: il gigantesco ventilatore da soffitto con Martin Sheen sdraiato a letto intento a combattere il caldo, un giovane (e magrissimo) Larry Fishburne alle prese con una mitragliatrice a  bordo di una barca sul Mekong, ovviamente gli elicotteri con la cavalcata delle Valchirie a tutto volume con Robert Duvall che incita i suoi soldati a surfare sotto le bombe (“Mi piace l’odore del Napalm al mattino, sa di vittoria”) e infine un gigantesco Marlon Brando, che nella penombra del suo rifugio/grotta, con il sudore che gli riga il volto, recita “The Hollow Men” di  T.S. Eliot e quel “The horror, the horror” finale, che da solo vale tutto il film.

Non mi ricordo altro, nemmeno la reazione di mio padre, ma con ogni probabilità non fu colpito dal film, visto che era, se pur pacifista, un grande amante di film di guerra, e “Apocalypse Now” è tutto fuorché un film di guerra.

apocalypse-5
“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper” –  The Hollow Men, T.S. Eliot

 

Cloris Lechman si lascia scappare un sospiro, ha gli occhi lucidi, si passa una mano su di uno zigomo, come se volesse togliersi una ciglia, poi con un gesto di teatrale eleganza (in fin dei conti aveva vinto un Oscar) si guarda l’orologio che tiene al polso, e dice che deve andare. Si alza dal tavolo e d’istinto mi alzo anche io, mi appoggia una mano sul petto e mi sfiora la guancia con un bacio, dicendomi “Good luck, Superman”.

Non so come ci sono riuscito, ma per circa 10 minuti è rimasta in silenzio ad ascoltarmi mentre le racconto in un inglese quasi comprensibile di quella volta che ho visto “The last picture show” al Cinema Accademia di Venezia, in quella che era la mia sala cinematografica preferita.

Le descrivo della biglietteria minuscola, quasi un tutt’uno con i muri dell’entrata (al punto che a tutt’oggi non mi ricordo di una porta d’ ingresso per i bigliettai),  le caramelle alla menta che si potevano comperare solamente in quel posto, le racconto dei gestori di quella sala, con addosso il loden anche ad Agosto, delle terribili sedie di legno, dell’odore di umidità che puoi sentire solo a Venezia, del rumore dello scorrere della pellicole (ometto la storia del batti carne del ristorante vicino,  come scritto in questo post, non mi sembra poetico abbastanza).

Mentre do fondo al mio scarso vocabolario di Inglese per restituirle al meglio i miei ricordi, ho la solita epifania alcolica (esatto, non avevo accennato che lo zio nel frattempo continuava a riempirmi il bicchiere con del rosso californiano), le dico che il Cinema Accademia, con quell’aria dismessa, sempre prossimo alla chiusura (in effetti chiuderà non molto dopo)  “è” il cinema di Sam ad Anarene (dove “The last picture show” è ambientato), che la mia permanenza in California di quei mesi è il mio distacco definitivo con l’adolescenza, così come la guerra di Corea (fatte le debite distinzioni) lo era per Duane/Jeff Bridges nel film che le aveva fatto vincere l’Oscar.
Vorrei anche esprimere tutto il mio apprezzamento per il suo ruolo da “milf” in quel film, ma non sono ubriaco abbastanza.

Tornai in Italia poche settimane dopo quell’incontro, non mi ricordo se riuscii a vedere ancora qualche film al Cinema Accademia, purtroppo la mia memoria gioca brutti scherzi.

Mi ricordo però che da li a poco mi liberai della mia t-shirt da supereroe, forse aveva ragione mio zio, in fondo anche Superman un giorno deve crescere.

Annunci

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    Wow che articolo bellissimo. Mi ci sono imbattuto per caso, cercando post su Apocalypse Now e cosa ho trovato? Un articolo magico che oltre che parlare del film di Coppola parla anche di L’ultimo spettacolo, il nome con cui abbiamo deciso di chiamare il nostro blog collettivo di cinema, aperto da gennaio qui su wordpress, proprio in omaggio al film di Bogdanovich… ma davvero hai conosciuto la Cloris?

    Liked by 1 persona

    1. Il Poltronauta ha detto:

      Grazie mille! Ho visto velocemente il vostro blog, inizierò a leggerlo al più presto. Si, Cloris l’ho conosciuta, esattamente come scritto nel post (inclusa la maglietta di Superman). Ma parliamo (ahimè) di quasi 25 anni fa… p.s. Tra i vari post del blog ce ne sono alcuni sul
      Cinema, magari qualcosa ti piace 🙂

      Liked by 1 persona

      1. Vincenzo ha detto:

        Ho visto, ne ho trovato uno su Stalker, uno dei miei film preferiti, anche se ho visto che a te è rimasto impresso per questa storia del rumore misterioso… Anche quello è un bellissimo articolo, darò un’occhiata anche agli altri post..

        Liked by 1 persona

      2. Il Poltronauta ha detto:

        In realtà è l’unico film di Tarkovsky che ho quasi capito. E il rumore dell’acqua in quel film mi è rimasto dentro tanto quanto l’altro rumore misterioso.

        Liked by 1 persona

  2. Vincenzo ha detto:

    devi dare un’occhiata qui @paolodelventosoest

    Mi piace

  3. Vincenzo ha detto:

    @paolodelventosoest

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...