Nik Novecento

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.

Un malato di cuore – Fabrizio De André

 

Le riproduzioni di quadri famosi, delle statue e dei monumenti, quasi sempre ingannano. In qualche modo fanno apparire quelle opere più grandi di quanto non siano in realtà.

L’esempio classico è “La Gioconda” di Leonardo, dopo aver aspettato un’ora (quando va bene) in coda al Louvre, e di conseguenza aver ignorato tutto il resto del museo, arrivi davanti a questo quadro e anche se lo puoi vedere solamente da lontano (distanza di sicurezza minima e la costante presenza di turisti come te non permetterebbero altro) ti accorgi che non è molto più grande di un 33 giri, poi ci sono le eccezioni.

Per un motivo a me sconosciuto, negli ultimi 2 anni delle scuole superiori usai una cartolina del “Chicago Picasso” come segnalibro.
La scultura (il cui nome dovrebbe facilmente far capire sia l’autore che la città dove si trova) mi era sempre sembrata ragionevolmente piccola, forse 2 volte l’altezza di un uomo.

http://www.flickr.com/photos/dandeluca/6360678643/
Il Picasso di Chicago

Il giorno in cui arrivai a Chicago nevicava, appena sceso dall’autobus della Greyhound mi resi conto che non ero molto attrezzato per quelle temperature, a mia discolpa c’era da dire che neanche 2 settimane prima me ne stavo in shorts a El Paso, e la neve non era certamente nei miei pensieri.
L’ostello di Chicago era uno di quelli vecchia maniera, oltre a pagare il costo del pernottamento, ti obbligavano a fare un “servizio”, perciò il mattino dopo, appena fatta colazione, avrei dovuto spazzare per terra, praticamente la stessa cosa che facevo nel ristorante a Los Angeles, almeno li non mi ghiacciavo il culo.
Comunque l’obiettivo di quella mia prima giornata era quello di andare alla Daley Plaza per vedere dal vivo la scultura di Picasso. Quando ci fui di fronte capii che si trattava dell’eccezione alla regola: la scultura che per 2 anni avevo visto in cartolina mi stava difronte, alta 15 metri, e tutto sommato faceva anche un po’ paura.

In uno degli edifici che si affacciavano sulla piazza si trovava la sede italiana della Rizzoli, o qualcosa del genere, in astinenza di notizie dall’Italia andai a vedere se riuscivo a recuperare un quotidiano della madre patria.
Il commesso al quale chiesi il giornale fu estremamente gentile, mi chiese di aspettare e dopo 5 minuti se ne tornò con una copia de “La Repubblica” del giorno prima, domenica, l’ultima edizione uscita dato che ai tempi quel quotidiano non usciva il lunedì.

Presi il giornale e mi piazzai su di una panchina all’esterno, faceva freddo ma almeno aveva smesso di nevicare. Il cielo era ancora coperto e la neve sulla strada stava virando verso un colore grigio scuro. Sfogliavo le pagine a caso, leggendo qualsiasi notizia ma senza cercare niente di particolare.
Arrivai alla pagina degli spettacoli, c’era un’intervista a Maurizio Costanzo che parlava della necessità di mandare in onda le puntate del suo Show (all’epoca non c’era la diretta, le puntate venivano registrate con giorni se non settimane di anticipo), sia perché “the show must go on” e sia come forma di rispetto per l’artista. Che se anche Nik Novecento era morto a 23 anni, sarebbe stato ingiusto cancellare le puntate.

Nik Novecento morto!? L’articolo non diceva né quando e né come, cercai spiegazioni nelle altre pagine, ma non trovai nulla.
Non ci potevo credere, quel ragazzino dalla faccia furba ma dai modi ingenui, quell’attore spontaneo, forse con poco talento ma con moltissima umanità, che Pupi Avati aveva scoperto e lanciato, non c’era più.

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Nik Novecento con Ugo Tognazzi

Volevo sapere come una cosa del genere era potuta accadere, così cercai il telefono pubblico più vicino, infilai un quarto di dollaro e composi il numero del centralino, all’operatrice dissi che volevo fare una chiamata in Italia, a carico del destinatario.
Rispose mia sorella, le chiesi di accettare la telefonata e la centralinista ci lasciò da soli.
Non mi sentivano da un paio di mesi, a casa sapevano che ero da qualche parte negli Stati Uniti, in giro con un bus, all’epoca non era facilissimo comunicare e il detto “No news, good news” era una sorta di legge non scritta.
Mi chiese come stavo, io quasi non risposi e volli sapere cosa era successo a Nik Novecento.
Mi spiegò che la sua morte era dovuta ad una malformazione cardiaca, poi mi passò mio padre, e poi qualcun altro, onestamente sentivo una voce che mi parlava, io rispondevo, ma la mia mente era altrove. Non potevo smettere di pensare alla faccia furbetta di Nik Novecento.
Ci salutammo con la promessa che si saremmo sentiti al più presto.
Appena agganciato tirai fuori un altro quarto di dollaro e richiamai il centralino, mi ripose una ragazza diversa dalla prima che mi chiese con chi volessi parlare, io esitai un paio di secondi, dissi “Nik Ninehundred is dead” e me ne andai.

La neve aveva appena ripreso a cadere, ero solo, faceva davvero freddo e non riuscivo nemmeno a piangere.

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