La linea d’ombra

Ma il terribile era che non sentivo che la mia voce.
Specialmente di notte risuonava solitaria tra le superfici delle vele immobili.

La linea d’ombra – Joseph Conrad

Joseph Conrad è uno dei mie scrittori preferiti, al punto che sono pure riuscito a leggerlo in Inglese, capendolo. Non so se questo sia un bene per me oppure un male per lui.

Forse perché non è madrelingua inglese, il suo modo di scrivere è lineare, semplice, senza però rinunciare a racconti densi, popolati di personaggi pieni, completi.

Le sue storie ci portano in mondi esotici, lontanissimi per noi anche adesso, figuriamoci per il lettori di inizio ‘900. Tutto sommato fa quello che in Italia faceva Salgari, sicuramente in modo più sobrio, forse inventando un po’ di meno, facendo meno il “cazzaro”, per usare un termine tecnico, ma anche i suoi lettori si trovano trasportati nei posti più remoti del pianeta, alla presa con la forza della natura e, soprattutto, con la natura degli uomini.

Ma laddove Salgari “sbraca”, inserendo imprese improbabili in paesaggi affascinanti, Conrad obbliga i suoi personaggi a i viaggi introspettivi, dove l’ambientazione avventurosa è spesso la scusa e non il fine della sua narrazione.

Il suo libro che mi piace di più è “Cuore di tenebra”, anche nella versione cinematografica di Francis Ford Coppola (Apocalypse now), mentre quello che in qualche modo mi ha colpito maggiormente è “La linea d’ombra”.

Linea dombra 1
La linea d’ombra (and friends). Venezia

In questo romanzo breve (o racconto lungo, vedete voi) la dimensione avventurosa è limitata ai minimi storici, certo il vascello al quale viene offerto il comando al protagonista del libro si trova a Bangkok, il suo equipaggio viene colpito da una febbre tropicale (quasi) letale, ma di fatto l’azione non c’è.

Gran parte del libro racconta l’attesa della fine della bonaccia che tiene la nave ferma, immobile a largo nel mare Tailandese. In questa situazione di stallo, con l’equipaggio inerme e con il rischio di impazzire, il giovane capitano riesce a resistere grazie all’aiuto del cuoco.

Per sapere come va a finire leggete il libro, è corto, oppure cercate on line.

In ogni caso questo è il libro del passaggio all’età adulta di un giovane capitano, che parte ragazzo e torna uomo, dopo due settimane nella zona grigia, nella linea d’ombra.

Le linee d’ombra ci sono anche adesso, anche se le fasi dell’età sono cambiate radicalmente per le ultime generazioni.

Una volta era tutto più semplice, di solito l’infanzia finiva con la scuola dell’obbligo (quinta elementare), l’adolescenza più o meno morbida (molti ragazzini e ragazzine iniziavano a lavorare a 13 anni) finiva bruscamente con il servizio militare per gli uomini e con il matrimonio per le donne.

Adesso l’adolescenza si allunga a dismisura, basta dare un’occhiata alle pubblicità in TV, dove trentenni con barba e occhiali usano un lavatrice come ghiacciaia (hai visto mai che lavarti da solo la tua maglietta righe ti renda uomo) e supera indenne matrimoni o figli, uno sguardo veloce ai profili FaceBook di qualche maggiorenne vi darà un bel repertorio di adolescenti eterni, intrappolati in selfie senza speranza.

Per chi si rassegna alle differenti fasi della vita resta difficile capire però, quando la vivi, dove si trovano le linee d’ombra, i momenti in cui le cose cambiano.

Io, il mio passaggio definitivo dall’infanzia all’adolescenza, cioè l’attimo in cui le ultime mie briciole da bambino sono state spazzate via, me lo ricordo, così come quello all’età adulta, avvenuto pochi anni dopo quello, sempre attorno a Natale. Ma quella è un’altra storia.

Al primo anno delle superiori avevo fatto amicizia con un mio compagno di classe, eravamo diventati inseparabili, e anche adesso, che non ci vediamo più così spesso, abbiamo sempre un legame particolare.

Per Natale decidemmo di farci dei regali, così passammo tutto il pomeriggio in giro per negozi e mercatini cercando qualcosa di carino, verso sera ormai avevamo già fatto i nostri acquisti.
Passammo davanti ad un tizio circondato da gente, stava vendendo un giocattolo stupefacente, si trattava di un vermiciattolo rosso di stoffa/velluto che strisciava sulle sue mani, arrampicandosi sulle dita.

Non potevamo credere ai nostri occhi, così appena il vermiciattolo apparentemente si stancò e finì in tasca la tipo decidemmo di prenderne uno anche noi, sapevamo che non poteva essere vero, ma sicuramente ci doveva essere qualche meccanismo super high tech lo faceva muovere, o forse no.

twisty-worm
Magic worm, aka Sir Biss

Esatto, forse no.

Corremmo subito a casa per vedere come funzionava quella diavoleria, e scoprimmo la verità (attenzione, spoiler alert, se avete intenzione di comprane uno saltate questa parte!!).

L’incredibile esserino animato si rivelò essere fatto di “peluche”, all’interno della busta trovammo anche il portentoso meccanismo che lo rendeva animato, cioè un filo di nylon sottilissimo, un capo veniva nascosto nella fibbia della cintura mentre l’altro andava legato al “naso” del vermiciattolo, le istruzioni allegate spiegavano come muovere le mani per farlo sembrare vivo.

Non fu un bel momento, lasciammo il vermiciattolo in cameretta mia e con le pive nel sacco uscimmo di nuovo.

Quando passammo vicino al tizio che ce l’aveva venduto c’era la solita folla, lui incrociò il nostro sguardo, non credo ci riconobbe, ma ci disse: “L’avete già comprato voi, vero?”. Perché aveva capito dai nostri occhi che la magia era svanita, che il trucco per noi era stato svelato.

Credo sia quello che capita quando si smette di essere bambini.

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