Zungguzungguguzungguzeng

Zungguzungguguzungguzeng
Zungguzungguguzungguzeng

Seh if yuh have a paper, yuh must have a pen
And if yuh have a start, yuh must have a end
Seh five plus five, it equal to ten
And if yuh have goat, yuh put dem in a pen
And if yuh have a rooster, yuh must have a hen, now

Zungguzungguguzungguzeng – Yellowman

Ci sono molti ponti che possono unire delle persone che non si conoscono, come la musica, la cucina, lo sport. Ci sono infinite possibilità di unire, molte più di quelle che separano, ma a troppi conviene costruire muri e separare, li capisco, la paura gioca brutti scherzi.

Bisogna avere l’attitudine giusta, se te ne stai sempre chiuso nel tuo quartiere non è che hai molte possibilità per capire che siamo tutti connessi, ma appena metti il naso fuori della tua “comfort zone” te ne accorgi subito.
Ne ebbi la prova l’Estate durante la quale passai quattro settimane nel campus dell’università di Grenoble per seguire un corso di francese.

Della mia scuola eravamo arrivati in circa quaranta, ognuno aveva la propria stanza nei dormitori lasciati vuoti per le vacanza estive dagli studenti universitari. Ogni edificio aveva il nome di un illustre francese del passato, quello in cui stavo io si chiamava Diderot, altri avevano nomi di compositori oppure di eroi della Rivoluzione.
Gran parte degli studenti universitari era in vacanza, chi ancora girava per il campus non lo faceva per scelta, semplicemente non aveva i soldi per partire e lasciare Grenoble, e infatti gran parte degli studenti/residenti che incrociammo durante quelle quattro settimane erano principalmente immigrati dalla Francia francofona, oltre ad un gruppetto di cinesi, dei quali si diceva che sarebbero tornati in Cina solamente a laurea conquistata, circa tre anni dopo.

Dopo un paio di giorni di assestamento mi recai in città in cerca di un negozio di dischi, convinto che ne avrei trovato uno con un reparto “Reggae” ben fornito, dalla prima missione tornati con un paio di dischi degli Steel Pulse ed un paio di Yellowman.
Non avevo il giradischi, ma già le copertine mi davano una certa soddisfazione, a partire da quelle di Yellowman, uno spilungone albino di rara bruttezza già all’epoca, quando ancora il suo volto non era deturpato dall’operazione alla mandibola che qualche dopo lo salvò dal cancro.

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Copertina di Zungguzungguguzungguzeng

Arrivato a Venezia ascoltai per interi pomeriggi i miei nuovi acquisti, mettendo alla prova la pazienza di mia madre, che, pur accettando Bob Marley, ebbe un certa difficoltà ad ascoltare le nenie ipnotiche di Yellowman, ma per i figli si fa questo e altro.

A Grenoble, tra i corridoi del dormitorio avevo fatto la conoscenza di Bouch, un tipo dal Gibuti, parlammo di reggae e diventammo subito amici. Siccome eravamo vicini di stanza gli prestai i dischi perché se ne facesse una copia su cassetta (si, parliamo di molti anni fa), per ringraziarmi preparò per me e per un paio di miei amici una spaghettata con il ragù così speziato e piccante che ancora oggi me lo ricordo.

Musica e cibo, è così facile alla fine costruire ponti.

In giro per il “Diderot” capitava di incontrare altri personaggi, tra tutti c’era Nourdine, un Tunisino con una rassomiglianza incredibile a Bob Marley, seguendo il metodo Stanislawsky si calava così tanto nel personaggio da fumare erba tutto il giorno, però era simpatico e non perdeva occasione per salutarmi e parlare di musica con me.

Poi c’era il calcio, forse il modo più facile per incontrare e capire gli abitanti di quel campus. Da come una persona passa la palla, da come ti incita quando sbagli o da come si incazza con te, decidi se quella persona ti può essere amico, o se è il caso di stargli lontano.
Il campo in terra battuta era poco distante dal mio dormitorio, ci andavo appena ero libero dalle lezioni, di solito c’erano sempre due squadre a giocare (otto giocatori per parte), mentre gli esclusi nell’attesa si organizzavano, appena la partita finiva, la squadra nuova entrava, mentre i giocatori della squadra sconfitta uscivano, tutti tranne uno.

La presenza fissa del campo era George, un ivoriano gigantesco che io non riuscii mai a vedere fuori del quadrilatero di gioco. Come in una leggenda metropolitana, forse era già morto e una maledizione lo obbligava a non lasciare mai il campo, oppure c’era una spiegazione più logica, che però nessuno seppe darmi.

George aveva l’usanza di giocare senza maglietta, probabilmente per spaventare gli avversari con quel trattato di anatomia che erano i suoi addominali. Aveva un torace largo come un monolocale sul quale si adagiava, trattenuto da una collana d’oro di un paio di etti, un medaglione che riproduceva il continente africano, in scala 1:5.

George giocava in difesa, come libero vecchia maniera, e seguiva con religiosa meticolosità il precetto “Se passa l’uomo, non passa la palla. E viceversa”.
Anche per questo difficilmente la sua squadra perdeva, ma nelle poche, rare sconfitte nessuno aveva il coraggio di mandarlo fuori.

Una volta mi capitò di marcare un tipo nord africano, probabilmente algerino, mi arrivava poco più in alto dell’ombelico, era da quando avevo undici anni che non mi trovavo di fronte un avversario così basso.
Intravidi un mio compagno a bordo campo e gli indicai, ammiccando, l’altezza del tipo, però non mi accorsi che il mini-giocatore mi stava guardando. Ora, se è vero che le persone basse sono molto suscettibili quando si tratta della propria altezza, è anche vero che ci sono delle eccezioni. Purtroppo non era questo il caso, e il pigmeo algerino iniziò ad inveirmi contro, colpendomi con calci e pugni.

Allora dalla difesa lontana si fece avanti George, non corse nemmeno, fece dei lunghi passi nella nostra direzione, e a circa 20 metri da noi urlò, anzi tuonò un “Laisse tomber!” (ndt “lascia perdere”) che avrebbe fermato anche l’avanzata dei nazisti a Parigi nel Giugno 1940. E così fu, l’algerino si fermò e riprendemmo a giocare.

A fine partita ringraziai George che mi disse: “Pas des problème mon ami, pas de problème“. Non credo che intervenne per salvarmi, semplicemente non poteva accettare che a casa sua, in quel campo del quale si era auto proclamato imperatore, ci fossero dei disordini.

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Pass per le lezione all’Università di Grenoble

Quelle quattro settimane volarono, grazie anche a degli splendidi occhi azzurri di una ragazza austriaca di nome Gabi, che meriterebbe un posto tutto per lei.

L’ultima sera ci furono feste nei vari dormitori, io passai la serata andando da un edificio all’altro, a salutare tutti i nuovi amici, sapendo che non li avrei più rivisti.

Il mattino dopo scesi con il mio zaino per andare al punto d’incontro dal quale, in gruppo, avremmo raggiunto la stazione, nella hall del dormitorio trovai Nourdine, dentro ad un carrello da supermarket, fumato come al solito con un occhio mezzo aperto. Quando mi vide fece un sorriso e cercò di uscire, invano, dal carrello. Mi avvicinai e mi disse che il giorno prima mi aveva cercato in giro per le feste ma che non era riuscito a trovarmi, non voleva che partissi senza avermi prima salutato, siccome non si ricordava il numero della mia stanza, aveva deciso di aspettarmi nella hall, concluse dicendo che era in quel carrello da circa le 3 di notte.

Io commosso lo ringraziai, e mentre si riaddormentava farfugliò: “Pas de problème mon ami, pas de problème. Nous Rasta, on fait comme ça.

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