Lo sportivo dell’anno

“Aspetterò lungo la riva del fiume, prima o poi vedrò passare il cadavere del mio nemico.”

Non sono riuscito a capire chi abbia pronunciato per primo queste parole, dovrebbe essere un tizio cinese, dunque si tratta di Sun Tzu, di Confucio o di Mao. Oppure semplicemente è stato lo sguattero di qualche ristorante cinese, obbligato a scrivere i messaggi nei biscotti porta fortuna, e poi la cosa ha preso piede.
Quello che è sicuro è che la frase si usa sempre come compensazione per un torto subito, come una promessa di vendetta, quando spaccheresti la faccia a chi ti ha fatto uno sgarro, ma per vari motivi non puoi, quando la sconfitta è inevitabile e non c’è più niente da fare.
Nella vita reale capita raramente di vedere il cadavere del tuo nemico passarti davanti, e non dipende solamente dalla corrente. Le sconfitte sono come le ciliege, una tira l’altra, e a volte nemmeno lo Zambesi in piena potrebbe renderti giustizia.

Il primo anno da “Giovanissimo” (una delle categorie delle squadre giovanili di calcio) fu particolarmente tormentato. Ero tra i più piccoli d’età del gruppo, probabilmente il meno bravo, sopperivo però alla mancanza di tecnica con un impegno straordinario.

Durante gli allenamenti ero il primo ad entrate e l’ultimo ad uscire, ma in qualche modo l’allenatore non mi considerava. Iniziai a nutrire dei sospetti quando dopo qualche giornata ci trovammo in emergenza. L’ultimo allenamento prima della partita contai i giocatori a disposizione, con me eravamo 11, era chiaro che finalmente dopo quasi 2 mesi avrei fatto li mio esordio.
La domenica il “mister” pensò bene di convocare 2 ragazzi della squadra più giovane, così mi ritrovai ancora una volta in panchina. E questo continuò fino alla fine del campionato.

La squadra vinceva sempre, sembrava logico non cambiare i titolari, l’allenatore poi era vecchio stile e non aveva certamente la stoffa dell’educatore.
Uno dei suoi cavalli di battaglia era “Vi credete forti? Se mi lego le mani dietro la schiena vi spacco il culo solamente a testate”, scuola Montessorri praticamente.
Il tipo era così cretino che una volta trovò scritto sui muri dello spogliatoio il suo cognome con a fianco una parolaccia. Andò su tutte le furie, si procurò un pennarello e chiese a tutti di scrivere (giuro che è vero) la stessa parola sul muro per mettete a confronto la calligrafia.
Con un personaggio del genere non avevo speranze.

muranese
Foto della rosa completa, il secondo in basso da destra, il futuro “Sportivo dell’anno”.

 

Ciò nonostante continuavo ad allenarmi, due volte alla settimana, il Martedì e il Giovedì, come nulla fosse. La situazione era così palesemente anomala che pure alcuni miei compagni di squadra iniziarono a lamentarsi, ma nulla cambiò.

Chiusi l’anno con in totale due misere apparizioni: 20 minuti sul campo di San Donà (una specie di oratorio/arena di sabbia, con il pubblico composto in prevalenza da ultras Serbi) e il primo tempo dell’ultima partita in casa, unica presenza come titolare, solamente perché il dodicesimo giocatore arrivò troppo tardi. Due sole presenze, come il numero di allenamenti saltati in tutto a stagione.

L’anno successivo per motivi di età quasi tutta la squadra passò alla categoria maggiore, “Allievi”, anche se per alcuni dei miei compagni sarebbe stato più logico aspettarsi il trasferimento in Riformatorio, ma quella è un’altra storia.

Iniziai a giocare sempre da titolare, ma poi finii per fare il rincalzo alla squadra degli “Allievi” coprendo tutti i ruoli, incluso anche quello del portiere (vedi Guy Goma).

Fu verso Natale di quell’anno che successe una cosa bizzarra e imprevedibile, la corrente del fiume cambiò direzione e vidi passare, per la prima e ultima volta nella mia vita, il cadavere del mio nemico.
Ogni anno tutti gli atleti delle varie polisportive della zona venivano invitati al Palasport per una specie di festa di Natale, occasione per scambiarsi gli auguri e per premiare gli atleti che meglio si erano distinti l’anno precedente.
In un palazzetto stracolmo di ragazzini dai dieci ai diciotto anni, tutti in attesa di una fetta di pandoro, iniziarono le premiazioni. Arrivati a quelle per il calcio sentii il mio nome, pensai ad un errore, poi un mio compagno mi disse che davvero mi stavano chiamando.
Così mi trascinai lentamente sul palco, dove un dirigente sportivo della mia società (che l’anno prima ovviamente non aveva mosso un dito) mi diede una targa con il mio nome, con su scritto “Sportivo dell’anno”, mi ringraziò pubblicamente per il mio impegno e per aver onorato lo Sport.

Stretta di mano e foto ricordo.

Evidentemente qualcuno si era accorto del mio impegno, avrei dovuto ringraziare l’allenatore che mi aveva permesso di vincere il premio, ma era inutile cercarlo nel pubblico, perchè era stato cacciato ad inizio anno.
Però mentre tornavo a casa, forse a causa del buio, sull’acqua del canale vicino al Palasport mi sembrò di intravedere qualcosa galleggiare verso di me, ma quando passai sotto i lampione mi accorsi che si trattava solamente di un gioco d’ombre. Oppure no?

Lo Zen e l’arte di vincere un premio senza giocare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...