Nella mia ora di libertà

Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane / ora
sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame

Nella mia ora di libertà – Fabrizio De André

C’è un video che gira su YouTube, è un’intervista fatta sul palco della “All Things Digital D5”, da una parte tali Kara Swisher and Walt Mossberg a porre le domande, dall’altra Bill Gates e Steve Jobs a rispondere.
Siamo a fine Maggio del 2007, Steve Jobs ha i soliti occhi penetranti e l’aria da rockstar, è ancora in forma, leggermente smagrito e con i capelli corti, ma niente di paragonabile a quello che diventerà un paio di anni dopo.

Bill Gates ha la sua perenne faccia da nerd, lo sguardo del gatto sornione, ormai sa che non deve dimostrare più niente a nessuno. Il clima sul palco è rilassato, i due si conoscono da anni, e anche gli intervistatori sembrano a loro agio. Parlano delle origini delle loro aziende, del loro lungo rapporto di amicizia e di competizione.

Ad un certo punto Steve Jobs piazza la sua frase ad effetto, il suo classico “copia e incolla”, e dice qualcosa tipo “Penso che nella vita gran parte delle cose siano spiegabili con una canzone di Bob Dylan o dei Beatles. Ma c’è una frase in quella canzone dei Beatles: “Io e te abbiamo ricordi più lunghi della strada che si sta davanti”, che chiaramente è vera in questo caso”.

Applauso del pubblico, emozione nei due conduttori, e occhi quasi lucidi da parte delle due star. Nessuno dei presenti in sala in quel momento, ad eccezione di Steve Jobs e Bill Gates probabilmente, lo sa, ma quella frase non è la solita boutade, il prossimo slogan da stampare su qualche t-shirt, ma la verità. A 4 anni da quell’incontro Steve Jobs, ormai ridotto ad uno scheletro, chiuderà gli occhi per sempre.

Credo anche io che ogni persona abbia delle canzoni-guida nella vita, che quasi tutto si trovi già spiegato nelle canzoni, i Beatles e Bob Dylan li conosco poco, nel mio caso i punti di riferimento sono le canzoni di Fabrizio De André, Paolo Conte e Bob Marley. Soprattutto quelle di De André, forse perché il fatto di essere nati nello stesso giorno (ad anni di distanza) per me è sempre stato un chiaro segno del destino.

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Un piccolo De Andrè fisarmonicista
Come spesso capitava ai ragazzini della mia generazione, la musica ti arrivava grazie alle cassette che qualche amico registrava (a te o a tua sorella maggiore), io a forza di ascoltare “Volume 8” e “Non al denaro non all’amore né al cielo” avevo finito per imparare le canzoni a memoria prima di finire le scuole medie.

Un giorno, avrò avuto 12 anni, mi stavo vestendo in spogliatoio con alcuni dei miei compagni di calcio, che ovviamente cantavano a squarciagola le canzoni che ascoltavano in discoteca ogni domenica, io sovrappensiero iniziai a cantare “In un vortice di polvere gli altri vedevamo siccità, a me ricordava la gonna di Jenny…” (Il suonatore Jones, ndr), ricevendo in cambio un lancio di calzini e mutande usate.
Questo non bastò a fermarmi, o forse furono le canzoni di De André che non smisero di seguirmi, e quasi ogni momento della mia vita affioravano, a segnarmi la via, come quando passavo i pomeriggi col mio amico tossico e “Come ti senti amico, amico fragile, se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te” diventava la mia silenziosa colonna sonora.

Riuscii finalmente a vedere un suo concerto, era la tournè che seguiva l’uscita di “Nuvole” e fu un concerto memorabile. Ci andai con quella che all’epoca era la mia ragazza, nemmeno sei mesi dopo mi lasciò, al solito cercai il sollievo nelle canzoni di De André.
Per quanto possa sembrare strano, non ce ne sono poi così tante di adatte ai cuori infranti, ma la scelta andò quasi subito alla meravigliosa “Giugno 73” e alla sua ottimistica frase: “Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.”

Un giorno sono nell’Agenzia di Viaggi nella quale lavoro, entra una ragazza per comperare un biglietto aereo, mentre lo sto compilando noto che è nata nello stesso mio giorno, in quel preciso istante dalla radio in sottofondo sento qualcuno che parla di un grave lutto nel mondo della musica, prima che dica il nome capisco che Fabrizio De André è morto.
“Lo sai che De André era nato lo stesso giorno nostro?” dico alla ragazza che mi sta di fronte.
“No, non lo sapevo” e poi aggiunge, come per scusarsi “Sai, ascolto musica più moderna”.
“Spero che tu finisca nel sedile in mezzo di una fila da tre, seduta tra 2 lottatori di sumo della Micronesia, di ritorno dai mondiali di aerofagia tenutosi a Francoforte, dove si sono classificati rispettivamente quinto e ottavo, e che a causa di una preparazione sbagliata abbiano raggiunto il top della condizione solamente il giorno dopo la fine del torneo, mentre ormai sono in aereo.” lo penso e basta, invece le allungo il biglietto e le auguro buon viaggio.
Quel giorno è l’11 Gennaio 1999, quando torno a casa decido di affrontare “Crêuza de mä”, avevo comperato quel vinile dopo aver divorato l’album precedente (“L’indiano” anche se in realtà non aveva titolo), l’avevo ascoltato 2 volte, di seguito, per poi metterlo via, dopo 15 anni mi reputo in grado di capirlo, e infatti realizzo che quel disco è un capolavoro, scusa il ritardo Faber.

Sono tornato a Genova qualche anno fa, con mia figlia, stavamo attraversando l’Italia usando i treni Regionali e Interregionali, da Ancona a Genga, poi Lucca via Perugia e infine lungo la costa Ligure, fino a Genova. Nomi di stazioni sconosciute si rincorrevano lungo il viaggio, fino a quando, all’ennesima fermata, dal finestrino del mio scompartimento vidi il cartello con il nome della stazione, Sant’Ilario. Mi si disegnò un sorriso sul volto e istintivamente cercai tra le persone che aspettavano sulla pensilina il commissario e il sagrestano … con gli occhi rossi e il cappello in mano.

Genova è la più bella città del mondo, ad eccezione di Cannaregio e parte di Dorsoduro, che essendo sestieri (di Venezia) appartengono però ad una categoria diversa. Il giorno dopo il nostro arrivo la giornata è splendida, l’aria è così tersa e cristallina, che se non fossi miope probabilmente riuscirei a vedere i capezzoli delle ragazze in topless sulle spiagge della Corsica.
Con mia figlia attraverso la città vecchia, tra panifici e ferramenta a due passi dal palazzo Ducale, mignotte sudamericane inguardabili e trans stagionate, che sembrano impiegati delle poste in età pensionabile con una parrucca, punto alla madre di tutte le strade della Genova cantata da De André, via del Campo, e quando la raggiungo l’attraverso tutta di un fiato.
Non ho idea di come fosse cinquanta anni prima, adesso è come dovrebbe essere una strada di una città di mare, piena di gente che difficilmente troverebbe spazio nelle fiction di RAI 1, colori e lingue diverse, negozi improbabili uno a fianco dell’altro, un equilibrio precario che sembra funzionare, l’incubo di ogni elettore di Fratelli d’Italia e della Lega.

Via del Campo è per me così ricca di emozioni che la percorro due volte, ed è al ritorno che scopro una scritta sul muro, con tanto di refuso corretto, l’unico graffito da salvare se mai qualcuno decidesse di ripulire i muri di questa città. Mentre leggo quella frase inizio a piangere, è l’ultima emozione di quella mattina, la goccia che fa traboccare il vaso delle mie lacrime che, senza che me ne renda conto, iniziano a solcarmi le guance, e capisco che il mio amore per De André e la sua città non finirà mai.

Via del campo
La scritta sul muro lungo Via del Campo
E dopo essere sopravvissuto alle varie serate a lui (loro) dedicate da Fabio Fazio, e a citazioni a sproposito fatte da un illustre ex comico ligure con la barba, posso dire che non mi sbagliavo.

In questi ultimi mesi, durante i quali la vita ha iniziato a prendermi a pugni in faccia, e ho dovuto cancellare e cercare di riscrivere parte del mio futuro, spesso in mente mi è rimbalzata una frase de “La cattiva strada”: “la colpa è di chi muore”, convinto che anche nel mio caso, alla fine, la colpa fosse (anche) di chi subisce, di chi perde.

Bene, avviso ai naviganti, non sono morto e non ho intenzione di esserlo a breve. 

Ho così tante storie da raccontarvi che non vi posso abbandonare, non ancora.

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