How to fight Loneliness

And the first thing that you want
Will be the last thing you ever need
That’s how you fight it

How To Fight Loneliness – Wilco

Mia figlia ogni tanto stacca gli occhi dal mini iPad, si toglie le cuffiette della House of Marley (solamente da un orecchio, sia chiaro) e mi dice se conosco questa band, o quest’altra.

Di solito sono seduto in poltrona (mica il blog si chiama “stradanauta”), e la risposta è spesso si, condita dalle solite frasi di circostanza da “Rickipedia” e seguita quasi sempre da me che guardo Il Muro di CD che mi sta di fronte e dico “Prova a vedere, dovremmo pure avere un paio dei loro album”.

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Wilco in formazione completa

Se non si rimette subito l’auricolare penzolante prendo un CD e lo faccio partire dall’inizio, ma si sa che la soglia d’attenzione dei teenagers è quella che è, e già dal secondo brano la vedo entrare nello schermo dell’Pad per continuare la sua esplorazione.

Ogni tanto se ne esce con nomi sorprendenti, come i Duran Duran e gli A-ha (Si, li conosco. No, non ho loro dischi), o con commenti straordinari alle citazioni di “Rickipedia” (“Davvero i Rolling Stones hanno fatto più di 40 album, ma quanto vecchi sono?”).

Se le chiedo come ha scoperto certe band la risposta è sempre la stessa: qualcuno nelle pagine/forum che frequenta ha fatto una lista, ripresa e allargata da qualcun altro e via così. Una specie di “6 gradi di separazione” che crea volumi di informazioni giganteschi, che finiscono per essere intaccati solamente in superficie.

Perchè ascoltiamo un certo tipo di musica rispetto ad un altro?
Dopo anni di praticantato musicale, posso dire che è la curiosità, la voglia di conoscere che ti spinge a cercare nuove fonti d’ispirazione. Adesso tutto passa on line, ma prima (si, esisteva un’epoca pre internet) la musica girava grazie al passa parola, alle riviste specializzate, oppure bastava un padre amante della musica (Nat King Cole e gli Inti-Illimani nel mio caso) o meglio un fratello maggiore, e tutto era più facile.

Il mio primo lavoro aveva a che fare con l’Assessorato alla Gioventù (!?) del Comune di Venezia, per una cosa o per l’altra orbitavo attorno a quell’ufficio molto più di quanto avrei dovuto.

Venni a sapere di una specie di mostra che si sarebbe dovuta tenere a Venezia in concomitanza con la Biennale d’Arte di quell’estate, ad organizzarla dei tipi legati alla ICA di Londra, l’idea era semplice e geniale: centinaia di artisti avrebbero creato delle mini opere divise a metà, ciascuna di 5 cm per 9 cm, la prima parte distribuita gratuitamente per la città (un paio di edicole, forse una libreria, e ovviamente l’ufficio dell’Assessorato), mentre la seconda, che spesso era la firma dell’autore e che completava l’opera, poteva essere ritirata solamente allo stand che si trovava alle poste centrali, al Fontego dei Tedeschi, vicino a Rialto, in cambio di un obolo, 1.000 lire (giusto per capire quanto tempo è passato).

La curatrice italiana era una monumentale testa di minchia, arrogante quanto incompetente, l’avevo osservata nelle settimane precedenti l’inaugurazione, oltre ad avere una gestione sportiva dei pochi fondi, la sua organizzazione faceva acqua da tutte le parti.

Così il primo giorno passai allo stand del Fontego dei Tedeschi, vestito da gufo, per vedere se tutto fosse a posto. Manco a dirlo uno dei ragazzi, uno studente biondo con i dread dell’Università di Nottingham, originario di Torino, non aveva un posto dove dormire.
Mio padre se n’era andato pochi mesi prima, a casa avevo un letto in più, ed ospitare sconosciuti era una tradizione di famiglia, perciò Davide (il biondo torinese) rimase una settimana da me.

I volontari dello stand ruotavano, quando Davide tornò in Inghilterra al suo posto arrivò un tipo da Londra, di origini greche, nato Euphemius Tzetis, ma diventato Tim Jetis una volta arrivato in Australia.
Tim diventò mio fratello maggiore, rimase a casa mia poco più di una settimana, e dopo quella volta riuscimmo a vederci quasi tutti gli anni, qui a Venezia, dove festeggiammo l’arrivo del 2000, oppure a Londra.
Fino a quando non tornò a Sydney, dove pare che RyanAir non voli.

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Wilco in formazione ridotta

Tutti e due avevamo la passione per i libri, i fumetti e la musica, ogni volta che ci vedevamo ci scambiavamo consigli e impressioni, di solito lui mi lasciava decine di CD, spesso con copertine personalizzate, di band a me sconosciute.
La sua ragazza dell’epoca (adesso sua moglie) si lamentava del fatto che la musica che ascoltava era sempre la stessa, Tim non provava nemmeno a spiegare le differenze, perchè certe cose, certe donne davvero non le capiscono.

I Wilco, ça va sans dire, li ho scoperti grazie a lui. Ecco, i Wilco sono il classico esempio di band che molte donne non capiscono (a dire il vero forse non sono tanti nemmeno gli uomini a capirli per davvero).
Diciamo che l’ascoltatore medio di questa band di Chicago è un over 40 (checked) , con una discreta cultura musicale (checked), con una mediocre situazione sentimentale (checked, alla grande) magari musicista a tempo perso (questo mi manca) e che tiene i CD in ordine alfabetico (checked).
I Wilco pescano a mani piene nella tradizione musicale americana, dal Country Alternativo ai Beach Boys. Sono tutti musicisti eccezionali, straordinari dal vivo, ma con un look da commesso di negozio di libri misto insegnate di storia casual, insomma a vederli sul palco sembrano più dei pendolari che una band a tutti gli effetti.

Però hanno fatto e continuano a fare dei dischi straordinari.
Quello regalatomi da Tim è “Summer teeth” (modo informale per descrivere un dei denti mesi male, ndr), probabilmente il loro lavoro migliore, ma anche quello meno fortunato dal punto di vista delle vendite. Va ascoltato qualche volta, alla fine non può che piacerti.

Fra tutte le canzoni ce n’è una che colpisce subito, è il brano numero 8, “How to Fight Loneliness”, per anni ospite fisso dei vari CD mix che ho creato per i vari amici. Capisco non sia uno dei pezzi più allegri della storia, ma per quanto incredibile, spesso non era nemmeno il più triste nei miei mix.

Questa canzone l’ho sentita molte volte come sfondo musicale a scene di film e telefilm (allora vedete che non sono l’unico!), l’ultima poco tempo fa, alla fine di una tristissima puntata di “How I met your mother”. Quando ho riconosciuto le prime note mi è venuto in mente Tim, e ho sorriso.

Quando pensi ad un amico lontano devi sorridere perché, lo dicono anche gli stessi Wilco, se ti manca una persona e ti senti solo, l’unico modo per combattere la solitudine, è sorridere sempre.

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