Ederlezi

Sa me amala oro khelena
Oro khelena, dive kerena
Sa o Roma daje
Sa o Roma babo babo
Sa o Roma o daje
Sa o Roma babo babo
Ederlezi, Ederlezi
Sa o Roma daje

Ederlezi

Con il rischio di apparire blasfemo, sono convinto che prima o poi il momento “Schlinder’s list” capiti a tutti, mi riferisco alla scena nella quale Liam Neeson, verso la fine del film, elenca piangendo i sacrifici non fatti che avrebbero salvato altre vite, si dispera per i soldi spesi male (senza però ricordarsi di aver salvato un migliaio di persone e le loro future generazioni).

I miei momenti “Schindler’s list” sono, fortunatamente, più leggeri, legati ad una situazione finanziaria non proprio florida. Ultimamente penso a tutti soldi che ho avuto e che ho speso in cose inutili come i dischi, ma il vantaggio di non aver mai avuto molti soldi è che difficilmente riesci a sprecarli.

Se consideriamo i miei CD e dischi, tutto sommato lo “spreco” è minimo, pari se non inferiore all’importo speso da un fumatore quarantenne, neanche troppo incallito, in tutta la sua vita, oppure ai soldi spesi da un automobilista medio in 10 anni tra assicurazione e benzina.

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Il muro del suono

Fino a quando è rimasto aperto, il mio negozio di musica di riferimento si trovava a Venezia, in campo San Barnaba.

Forse 12 metri quadrati scarsi riempiti di dischi. Nei miei primi anni di frequentazione il negozio era gestito da due tipi, affabili ed espressivi come una coppia di Moai (le Statue dell’Isola di Pasqua, ndr) e come nel romanzo “Hi Fidelity”, trattavano i clienti (96% uomini) con mal celata insofferenza e con una sprezzante superiorità. Anche se gli affari però andavano a gonfie vele, ad un certo punto uno dei due soci lasciò il negozio per un’altra avventura commerciale, evidentemente la convivenza in quei 12 metri quadrati era diventata impossibile.

Con una costante presenza ed un obolo almeno settimanale, riuscii ad entrare nelle grazie del socio sopravvissuto, passavo mediamente un’ora a settimana in quel negozio, un paio di volte riuscii anche a vederlo sorridere, in tutta onestà il tipo era molto meno burbero di quanto non facesse vedere.

Quando in negozio entravano turisti o clienti occasionali il tipo dava il meglio di se, di solito si trattava di americani che ingenuamente chiedevano: “Do you have Andrea Bocelli?”, lui li guardava con disprezzo e diceva che non vendeva musica italiana, oppure qualche ignaro veneziano entrava e chiedeva il disco che andava per la maggiore al momento e che vendeva copie a palate (tipo quello dei Lunapop), ricevendo sempre un “No, quel tipo di musica non la teniamo”, dimostrando un’onestà intellettuale rara per un commerciante veneziano.
Le scene migliori si potevano vedere il Venerdì verso le 5 del pomeriggio, quando il corriere portava il pacco con le uscite della settimana. Di solito un gruppetto di ultra trentenni, tutti arrivati al negozio in modo autonomo almeno da un’ora, giravano in circolo davanti alla vetrina come gli zombi (lenti) dei film di Romero, in attesa del nuovo di Tom Petty oppure di quello di Bruce Springsteen, poi quando il proprietario apriva lo scatolone si avvicinavano in silenzio verso la porta d’entrata, dal numero di bestemmie si poteva capire quanti CD ordinati non erano arrivati, sperando sempre che tra i dispersi non ci fosse il tuo.
La punta più alta della sua ira venne raggiunta il Venerdì nel quale il corriere, per un errore incomprensibile, gli consegnò un unico pacco, con circa 50 copie dello stesso CD, la raccolta delle hit musicali trasmesse durante il TG satirico “Striscia la Notizia”, ovvero “Striscia la compilation vol. 6”, quel giorno sentii per la prima volta le bestemmie palindrome.

Anni prima, dopo aver visto il film, mi ero rivolto a quel negozio per cercare la colonna sonora de “Il tempo dei Gitani”.

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Il Tempo dei Gitani

Il film di Kusturica è uno dei motivi per il quale provo simpatia per gli Zingari, o per lo meno non provo antipatia (certo il film, ma anche il fatto che non ci sia un campo nomadi in fondamenta dove abito aiuta).
Ho sempre pensato che la cosa paradossale dell’odio nei confronti dei Rom è che il successo di molti politici (che per semplicità chiameremo di “destra”) si basa sulla loro presenza, a partire dal ragazzotto con doppio mento e felpa verde che ultimamente sta recuperando decine di voti grazie a loro (e tra i suoi sostenitori c’è pure l’attuale fidanzato della mia ex coinquilina), se non ci fossero i nomadi molti dei sindaci dei paesi medio piccoli non sarebbero mai stati eletti.
Gli Zingari sono anche fonte di autostima di moltissimi Italiani, gli stessi che votano per le camicie verdi e quelle nere, se non ci fossero i Rom da disprezzare, s’accorgerebbero probabilmente che in giro non c’è persona peggiore di quella che vedono ogni mattina nello specchio del bagno.

“Il tempo dei Gitani” racconta il viaggio di un ragazzo rom che dalla Jugoslavia, ormai orfana di Tito e ad un passo dalla guerra civile che la farà a pezzi, lo porterà in Italia, il tutto visto attraverso l’occhio sbilenco di Kusturica, che non fa sconti a nessuno, usa la settima arte per farci vedere un mondo magico e poetico, ma non ne nasconde le contraddizioni, i difetti e problemi.

La colonna sonora è curata dall’allora fido Bregovic, che ad un certo punto cala l’asso, quando partono le prime note di “Ederlezi” (brano non suo, ma della tradizione gitana) ti rendi conto di trovarti davanti ad un pezzo “buco nero”, che inghiottisce tutto il resto della musica e ti lascia a bocca aperta. Non serve capire il testo (parla della festa di Primavera/ San Giorgio che, una volta l’anno, unisce tutti gli Zingari), la voce della cantante Macedone Vaska Jankovska è quella delle sirene che cantano per Ulisse, chiudi gli occhi e ti lasci rapire.

Quando andai al negozio di dischi per chiedere la colonna sonora di quel film, c’era ancora la formazione a due, il tipo al quale chiesi il CD ovviamente non mi degnò di uno sguardo, l’altro, accennando una specie di sorriso, disse un semplice: “No”.

Per capire però l’atmosfera che aleggiava in quel negozio nei momenti di gloria, chiudo con un episodio del quale fui testimone.
Di nuovo la formazione è quella a due, entra un ragazzo, ha la classica aria del fuoricorso, con tanto di barba incolta e cappotto di ordinanza, inizia a salmodiare le lodi della scena folk-progressive Canterbury, e della band di punta di quel movimento, i “Caravan”, ad ogni frase ad effetto uno dei due commessi muove la testa in modo quasi impercettibile. Poi il ragazzo gli chiede se hanno il secondo disco della band, il tipo non lo guarda nemmeno più e dice un “no” che non lascia spazio a repliche, lo studente fuoricorso capisce che aria tira, batte in ritirata ed esce dal negozio.
L’altro commesso, rimasto fino a quel momento in silenzio dice “Ma Ciccio! Guarda che il secondo disco dei Caravan ce l’abbiamo”.

Ciccio è immobile, con la sua solita espressione da Moai sta guardando un punto infinito oltre la vetrina, non si gira nemmeno e dice: “Si, lo so, ma il tipo mi stava sul cazzo”.

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