L’Uomo Ragno

“Ya running and ya running / But ya can’t run away from yourself”  

Running Away – Bob Marley

Fino all’arrivo della prima versione cinematografica di “Superman” (quella con Christopher Reeves, per intendersi) , il primo vero film di successo di quel genere, il mondo dei supereroi era relegato alla carta, ingabbiato, e neanche troppo, negli albi colorati della Corno.

In precedenza c’erano stati dei tentativi di trasportare la magia dei fumetti sullo schermo, quasi sempre produzioni per la televisione, come il meraviglioso “Batman” interpretato negli anni ’60 da una “atletico” Adam West, una specie di diorama che già sapeva di vintage in quegli anni, dove i cattivi erano bidimensionali e dove Batman non perdeva occasione per spiegare ai giovani spettatori come fare i bravi e come fosse bello rispettare le regole.

Verso la fine degli anni settanta arrivarono anche in Italia le serie TV che nel frattempo le varie emittenti USA stavano producendo, come “L’uomo di Atlantide”, ispirato al personaggio di Aquaman, una versione discretamente dimessa. Molto più apprezzata erano invece le avventure di Hulk, che aveva la sigla di coda più triste della storia della TV (cercatela e fatemi sapere se mi sbaglio) ed effetti speciali ridotti all’osso, ma sufficienti a riempire di meraviglia i ragazzini della mia età, al punto che quando un mio amico, un po’ più grande di me, disse che Hulk non era un robot ma bensì un culturista dipinto di verde, feci molta fatica a credergli.

Comunque quello che mancava per consacrare il passaggio dalla carta alla pellicola era un vero e proprio film per il cinema.

Il 12 maggio 1978, dopo molto insistere, venni accontentato da mio padre, che mi portò a vedere “L’Uomo Ragno” al cinema Rossini di Venezia, una delle più grandi sale del centro storico, tornata di recente ad essere nuovamente un cinema dopo anni di abbandono. La pellicola sull’Uomo Ragno non era esattamente una produzione cinematografica, in realtà era stato pensata come serie TV dai produttori americani, ma in Europa si preferì distribuirlo nelle sale.

Per usare un termine tecnico, il film è una merda, la storia ha dei buchi colossali inspiegabili, gli effetti speciali sono imbarazzanti anche per quegli anni, a partire dalla rete sparata dei polsi del buon Spider Man, una specie di cordino di lana, fino alle sue arrampicate sulle facciate di palazzi, che anche ad un bambino di 9 anni sembravano esattamente quello che erano, cioè dei “bassorilievi” orizzontali sui quali l’attore si limitava a correre a quattro zampe.

L’Uomo Ragno in azione (sic)

Ciò nonostante rimasi catturato da quel film, dopo aver letto per anni le sue storie sugli albi della Corno, vedere l’Uomo Ragno dal “vivo” mi sembrava un sogno, se qualcuno avesse fotografato la mia faccia alla fine del film, avrebbe capito il significato della felicità.

Mentre uscivamo dall’enorme sala del cinema Rossini, un vecchio si parò davanti a mio padre e gli sibilò qualcosa, io capii l’ultima parola, “kociss”, chiesi a mio padre se conoscesse quel signore, mio padre disse di no. Poi gli chiesi se sapeva chi fosse questo Kociss, lui mi disse di si e mi raccontò la sua storia.

All’epoca Silvano Maistrello, per tutti Kociss, aveva circa 30 anni, era nato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a Castello, la zona più popolare di una Venezia ancora città normale, povera ma non ancora narcotizzata dal turismo, la sua casa si trovava in via Garibaldi, proprio nel cuore di Castello, un sestiere off limits in quegli anni per i turisti ma anche per molti veneziani (mia zia ci entrò per la prima volta da maggiorenne, nei primi anni 60, e ancora lo racconta come una sorta di viaggio in un mondo lontano e selvaggio).

castello
Canale in Fondamenta di Sant’Anna, fine via Garibaldi, con tela di ragno

L’infanzia di Silvano non e delle più felici, la sua è una famiglia poverissima e particolare in una zona della città di per se difficile, abita con il nonno spazzino, la nonna casalinga, e i numerosi fratelli che gli regala la madre, sempre da padri sconosciuti, che porteranno tutti il suo cognome. Da bambino è gracile, sporco e sempre affamato, la reputazione della madre lo rende oggetto di disprezzo e derisione da parte di tutti, in questi anni probabilmente accumula rabbia nei confronti di chi ha di più, e un amore incondizionato per la propria famiglia. Da ragazzino inizia a farsi notare per la sua agilità incredibile, una specie di piccolo “Uomo Ragno”, e le sue doti atletiche da portiere.

Mio zio, suo coetaneo, mi ha raccontato di averci giocato contro e mi ha assicurato che era il miglior portiere che avesse mai visto in azione, ma detto da mio zio, la cui fantasia farebbe invidia al barone di Munchausen, potrebbe anche non essere vero, se pur la stessa notizia l’ha riporta il giornalista Roberto Bianchin nel suo bel libro “Kociss”.

Purtroppo però Silvano non è nella condizione di poter continuare a giocare a pallone, da adolescente già si mette nei guai con le istituzioni, che pensano sia meglio tirarlo fuori da quella situazione famigliare così deteriorata per metterlo in collegio, uno dei numerosi casi di tempistica sbagliata della vita del Kociss.

La sua rabbia è ormai un fiume di lava incandescente, che non si può spegnere con un secchiello d’acqua. I primi “atti criminali“ di Silvano sono furti nelle case dei ricchi o nei negozi di pellicce, le rapine, quelle vere, avverranno nella seconda fase della sua carriera da bandito. Intanto il mito del Kociss continua a crescere e supera i confini di Castello per diventare il simbolo della ribellione per molti giovani della provincia veneta.

Sembra imprendibile, e anche quando succede che la Polizia riesca a bloccarlo, lui trova sempre un modo per scappare. Le sue fughe rocambolesche riempiono le cronache dei giornali alimentando la sua leggenda, una volta riesce a scappare dal carcere di Treviso saltando da oltre 4 metri d’altezza (altro che Uomo Ragno) mentre i mitra delle guardie che dovevano fermarlo s’inceppavano, un’altra volta fugge durante un trasferimento in treno, lanciandosi dalla carrozza in corsa, addirittura scappa direttamente dal tribunale di Venezia.

Anche quando tutta la polizia lo cerca, continua a materializzarsi in via Garibaldi, per trovare l’amata sorella, o per regalare qualche soldo a chi non ne ha. Inoltre tutti sanno che non ha mai sparato, non ha mai ucciso nessuno, menato le mani si, ma usato una pistola mai. Non ha ancora trent’anni ma Kociss oramai è una leggenda, un bandito dal cuore d’oro, una specie di Robin Hood.

A metà anni settanta molta della criminalità assume colorazioni politiche, c’é chi stringe alleanze con la destra eversiva e i servizi deviati, come succede per la Banda della Magliana, e chi si avvicina alle Brigate Rosse, come pare capiti a Silvano, di certo il suo carisma e la sua personalità non lo rendono un bandito comune. Sempre negli anni settanta scoppia il business della droga, dell’eroina in particolare, traffico gestito da criminali che capiscono che con gli stupefacenti si guadagna di più e si rischia di meno rispetto a rapinare banche.

Ma spacciare droga vuol dire avvelenare decine di ragazzi, spesso dei quartieri più poveri, come appunto Castello a Venezia. Siccome lui é il Kociss, sa che non potrà sottrarsi dal gestire questa traffico, e forse anche per questo Silvano matura l’idea di mollare tutto e volare a Londra dalla sua donna (dalla moglie si era già separato), una ragazza inglese dalla quale aveva avuto un figlio.

Prima però progetta l’ultima rapina, giusto per partire con un po’ di contanti. Il piano é semplice, prevede un colpo in una banca del centro storico di Venezia, la fuga in barchino, nascondersi qualche giorno e finalmente lasciare la sua carriera criminale una volta per tutte. Del colpo sono informati un paio di amici stretti, forse quattro.

E’ il 12 maggio 1978, Kociss esce dalla banca assieme al complice, al solito senza aver sparato un colpo, i due saltano nel barchino e si dirigono verso la laguna , puntando al canale dei Mendicanti, che costeggia il Campo SS Giovanni e Paolo, dove si trova l’ospedale principale della città. La reazione della Polizia è a dir poco imprevedibile, i punti di fuga dalla banca rapinata sono molti, stranamente però le barche della Polizia escono in laguna e si dirigono proprio verso il canale dei Mendicanti, l’ipotesi che qualcuno abbia fatto la spia è rafforzata dal fatto che molti testimoni affermano di aver visto galleggiare nei canali della zona dei sacchetti di plastica.

Per i non veneziani il sacchetto di plastica è la kryptonite di tutti i motori, infatti il vortice causato dall’elica in movimento risucchia il sacchetto che finisce per avvolgerla, provocandone il rallentamento e a volte il blocco totale. Non a caso a Venezia, quando qualcuno inciampa con le parole o balbetta gli si chiede: “Ti ga ciapà un nailon?” (Hai preso un nylon?).

Il barchino del Kociss è ad un centinaio di metri dalla laguna aperta, ma il motore, proprio per colpa di un “nailon” si ferma, una barca della polizia si mette di traverso al canale e gli blocca la fuga, altri poliziotti sono sul campo che si affaccia sul canale, che aspettano, evidentemente sanno chi è quel tipo col passamontagna e il giubbino antiproiettile, lui non si perde d’animo, volta le spalle ai poliziotti e cerca di far ripartire il motore. A quel punto uno degli agenti, il più giovane, perde la calma e spara, la mano non è ferma e i colpi mancano Silvano, colpiscono però il motore e rimbalzano, infilandosi esattamente in quei centimetri di fianco lasciati scoperti dal giubbino e recidono l’arteria di un rene.

Mi sono immaginato quella scena mille volte, con il poliziotto che spara al ralenty, e con Bob Dylan che in sottofondo canta “Knocknin’ on heaven ‘s doors”, sapendo però che nessuno avrebbe aperto a Silvano, perché è vero quello che cantava Alberto D’Amico, un cantante che una volta si definivano “di protesta”, coetaneo di Kociss: ” ma in paradiso ghe xè i caenassi / la magna solo chi ga i palassi”. (Ma in paradiso ci sono i catenacci / li mangia solamente chi ha i palazzi).

L’ospedale è letteralmente ad un minuto dalla barca, ma quando Kociss ci arriva non c’è più niente da fare. All’epoca non ci sono cellulari e neppure troppi telefoni pubblici, eppure la notizia impiega attimi ad attraversare la città, ed è quello che sta dicendo quel vecchio a mio padre all’uscita dal cinema: “I ga copà el Kociss”, hanno ucciso il Kociss.

Di solito i banditi vengono freddati dentro le proprie macchine, oppure davanti a qualche palazzone squallido delle periferie italiane, ma siccome siamo a Venezia, anche gli omicidi godono di una location artistica, così Silvano Maistrello, detto Kociss, finisce la sua ultima fuga davanti ad uno dei più belli fondali della città, il campo SS Giovanni e Paolo. Se aveva vissuto l’infanzia circondato dallo squallore, i suoi ultimi istanti li passa immerso nella  bellezza.

Panorama notturno del Rio dei Mendicanti

Circa una settimana dopo si svolgono i funerali, ovviamente in via Garibaldi, stracolma di persone venute a salutare l’ultimo bandito di Venezia, il figlio maledetto, cresciuto a botte e fame, che la rabbia aveva fatto diventare loro Re, senza che lui lo volesse.

In un mondo perfetto Kociss sarebbe cresciuto in una famiglia povera ma dignitosa, come ce n’erano a centinaia in quel periodo, forse sarebbe riuscito a diventare un vero portiere, e forse adesso sarebbe un pensionato che passa le giornate tra ombre e chiacchiere.

In un mondo meno perfetto, nessuno avrebbe fatto la spia, nessun “nailon” avrebbe bloccato la sua fuga, e adesso probabilmente Kociss sarebbe un signore veneziano a Londra.

Ma in questo mondo, l’unico che abbiamo, un signore, pentito, che di nome fa Felice e sulla carta d’identità ha scritto “imprenditore”,  guida macchine sportive indossando foulard di seta, dopo aver scontato in carcere una media di quattro mesi per ogni persona che ha ucciso, mentre un ragazzo di trent’anni, che dalla vita ha ricevuto solo pugni in faccia, ha finito per pagare con due proiettili ogni singolo peccato commesso, proprio quando cercava di lasciare la sua vita alle spalle per cercare un sogno, evidentemente troppo grande per lui.

O forse semplicemente Stan Lee l’aveva già capito, facendo dire allo zio di Peter Parker: «da un grande potere derivano grandi responsabilità», e puoi scappare da chiunque, ma non da se stessi.

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