To love is to Bury

I buried him down by the river
‘cause that’s where he liked to be
and every night when the moon is high
I go there and weep openly 

 To love is to Bury – Cowboy Junkies

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Margo Timmins in una foto del 2007

La perfezione esiste, la incontriamo spesso, quasi ogni giorno, il problema è che quasi mai siamo preparati, perché nella nostra limitata e imperfetta mente La Perfezione è qualcosa di astratto, di irraggiungibile, di perfetto appunto.
Nella migliore delle ipotesi, quando quell’attimo ci si materializza davanti siamo distratti, e non riusciamo a capire che non ci sarà nulla di migliore, che siamo già arrivati davanti al capolavoro che non si può superare.

Tra le poche doti di cui mi posso vantare, oltre ad un discreto senso dell’orientamento, c’è quella di saper riconoscere un capolavoro, un’opera perfetta quando ce l’ho difronte. Certo si tratta di un dono quasi inutile, preferirei sapere elencare in ordine alfabetico le capitali europee ruttando, oppure riuscire ad imitare alla perfezione Bombolo, ma questo è quello che ho, come una volta disse Arthur Ashe: Start where you are. Use what you have. Do what you can” Comunque riconoscere un capolavoro nel preciso momento in cui lo stai vivendo, può anche essere una bella cosa.

Tempo fa ho conosciuto una persona, per 3 giorni mi sono perso nei suoi  occhi azzurri, ho vissuto in un mondo perfetto, con unicorna rosa e sguardi magici. In quel preciso momento sapevo che quello che mi stava accadendo era un miracolo di perfezione, l’allineamento dei pianeti che capita esattamente quando l’album Tabula rasa elettrificata dei CSI è primo in classifica e Mourinho fa vincere il triplete all’Inter.
Ero Elliot Smith ottimista (per gli amanti della retorica, dicesi “ossimoro”) che riscrive “I didn’t understand” cambiando l’ultima parte della strofa “once talked to me about love/ And you painted pictures of a never never land / And I could have gone to that place / But I didn’t understand” in “I did understand”. L’avevo capito, eccome se l’avevo capito, ma saperlo mi ha fatto viverlo in modo diverso? Forse si, ho respirato ogni secondo di quei giorni come fosse l’ultimo, non perché interista e dunque convinto che le cose belle non possano durare, ma semplicemente perché sapevo che stavo vivendo un momento perfetto, che forse sarebbe diventato qualcos’altro, ma l’unico modo per salvarlo era quello di conservarlo in un posto sicuro della mia memoria, dove andare nei giorni tristi che (puntualmente) sarebbero arrivati.

Quando mia sorella decise di  lasciare casa e trasferirsi in un appartamento con alcuni amici io , come un piccolo pesce pilota, mi accodai alla sua conquista di libertà ed iniziai a passare sempre più tempo, soprattutto di sera, nella  nuova casa assieme ai suoi coinquilini.

Le serate non erano nulla di speciale, qualche cena, partite a mahjong, se capitava un film in VHS (avrei voluto dire betamax, ma i suoi coinquillini non erano cosi eccentrici). Già  mi bastava questo per sentirmi meglio, l’importante era stare il più a lungo possibile lontano da casa mia, dalla sedia  vuota di mia madre, da quella voragine che mi stava inghiottendo.

I tipi che abitavano con mia sorella erano vecchi, attorno ai 30 anni, diversi da qualsiasi altra persona che conoscevo all’epoca, con una cultura musicale, e non solo, diversa dalla mia. Per un certo periodo la colonna sonora di quelle serate fu un vinile di una band canadese a me sconosciuta, tali Cowboy Junkies. Quelle ore passate in loro compagnia erano perfette anche se non soprattutto per quella musica. Ad un certo punto pensai che non ci potesse esserci nulla di migliore la fuori, nella vita, che fosse inutile cercare qualcos’altro, perche già mi trovavo davanti alla Perfezione.

Saltò fuori, senza nemmeno sorprendermi troppo, che dalla vita avrei potuto ottenere  qualcosa di più,  semplicemente perché  non hai scelta, anche se non vuoi, devi continuare a camminare, non importa se pensi di aver trovato la perfezione e vorresti restare in quel momento per sempre.

Da codardo come sono però scelsi di non muovermi, almeno per quanto riguarda la musica dei Cowboy Junkies, da quel disco,  “The trinity session”, convinto che  non sarebbero riuciti a fare nulla di migliore, una volta che sei arrivato in cima ti fermi, oppure inizi a scendere. Io, con loro, decisi di fermarmi, e non volli ascoltare nulla dei loro lavori successivi.

Quello era il secondo disco dei Cowboy Junkies, una band formata quasi interamente dai membri della famiglia Timmins: Michael, Peter e la loro splendida sorella  Margo alla voce. Che fosse splendida  l’avevo deciso io, perché l’unica pecca di quel disco era la mancanza di fotografie, ad eccezione di quella  molto fumosa della copertina, dove si intravedevano i fratelli Timmins e Alan Anton, bassista della band. Ma con una voce del genere, che ti faceva innamorare dopo i primi 30 secondi,  non potevi che immaginarti una creatura dalla bellezza  angelica.

La  genesi del disco è una storia nella storia, registrato in presa diretta nella chiesa della “Santa Trinità” di Toronto (da qui il titolo “The trinity session”) con i musicisti messi a cerchio  attorno ad un unico microfono. Il soffitto a volta di legno della chiesa è l’arma segreta che rende l’acustica impeccabile, l’atmosfera eterea quanto basta, senza sovraregistrazioni o effetti speciali in fase di remix. L’intesa tra la band e i musicisti ospiti, incluso un quarto fratello Timmins, John, è perfetta,  confermato dal fatto che, stando alle note interne del disco, tutti i pezzi vennero registrati in un unica sessione il giorno 27 novembre 1987. Leggendo su Wikipedia pare che il brano che apre il disco, “Mining for gold” 94 secondi di sola voce, sia stato registrato qualche giorno dopo da Margo durante la pausa pranzo presso la “Toronto Symphony Orchesta” dove immagino la bella cantante lavorasse.  Mentre uno dei pezzi più riusciti, “Misguided Angel”, fu registrato in extremis, quasi a notte fonda, dopo aver strappato altre due ore di affitto della chiesa allungando 25 dollari al guardiano.

Il disco ha 12 brani, in parte originali e in parte cover, tra tutte la più nota è  “Sweet Jane” che spinse le vendite del disco, e che resta a tutt’oggi il loro più grande successo.  Ma il disco nella sua interezza è meraviglioso, uno di quei 10 da portarsi in un isola deserta. Da ascoltare almeno un paio di volte al mese, possibilmente quando fuori è già buio, perché questo è un disco notturno, da luci soffuse e tappeti persiani. Difficile dire quale brano sia il migliore, probabilmente per me è quello che da il titolo a questo post “To love is to bury” (usato anche dai quei buontemponi degli sceneggiatori di “True blood” per un episodio della saga), che racconta, con un pizzico di ironia, la storia di un amore finito male.

Pochi giorni fa Leonard Nimoy, ovvero il signor Spock, se ne è andato, alla bellezza di 83 anni (a dispetto dello stupore e di tutti i vari RIP che ho letto in giro, direi che non gli è andata così male). Il suo ultimo tweet è una di quelle frasi che farebbero la gioia di Fabio Volo, ammesso che riesca a capirla, dice una cosa tipo: “La  vita è come un giardino. Si possono avere dei momenti perfetti, ma non conservarli, se non nella memoria”.

L’ultimo tweet di Leonard Nimoy

Muoversi sempre, continuare a scoprire cose nuove, ad eccezione degli album dei Cowboy Junkies ovviamente, se si incontra la perfezione bisogna essere pronti a  riconoscerla, a viverla e poi a ricordarla, ma non si deve essere così stupidi da pensare che possa durare per sempre, che si possa ripetere. E se si naufraga in un paio di occhi azzurri pazienza, la perfezione può aspettare.

Live long and prosper.

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