Mah-nà Mah-nà

“Capitale Stoccolma, un milione e mezzo di persone, con un reddito medio di un milione e mezzo di lire all’anno. Cinquecento telefoni e trecento venti televisioni ogni mille persone. Il che farebbe supporre che uno svedese medio passi metà del suo tempo a telefonare e un altro terzo davanti al video”

“Svezia, Inferno e Paradiso”  1967

L’unico aspetto positivo dell’aver perso i genitori attorno ai 20 anni (un po’ prima e un po’ dopo) è che, nel mio caso, ho risparmiato loro lo spettacolo triste del mio decadimento. Li ho salvati dal vedermi spiaggiato nella seconda parte della mia vita come una balena qualsiasi, incastrato nelle secche del mio virtuale Bacàn (per i non veneziani, il Bacàn, quello vero, è la  zona della laguna  davanti alla bocca di porto tra il Lido e Punta Sabbioni).

Eppure la mia infanzia sembrava presagire un futuro più roseo e ricco di soddisfazioni.  Alla fine del mio penultimo anno d’asilo  le maestre suggerirono ai miei genitori di farmi saltare l’ultimo anno e di iniziare subito la prima elementare. Niente male, a soli  5 anni ero già motivo di  orgoglio di mamma e papà. All’epoca però la scuola pubblica non permetteva di iscriversi in prima elementare con un anno d’anticipo,  l’unica opzione era  una scuola privata, gestita da suore, abbastanza esclusiva e anche costosa. Per i soldi in qualche modo i miei si sarebbero  arrangiati, ma per entrare in quella scuola serviva un pedigree che la mia famiglia non possedeva, senza contare che  mio padre era tesserato PCI fin dal 1945 e non avevamo nessun zio prete. Ma essendo sempre stata una persona corretta e generosa, mio padre  aveva molti amici trasversali, tra i quali un notabile democristiano, una specie di eminenza grigia della zona che mise una buona parola e mi fece entrare saltando la lista d’attesa.

Così a cinque anni e 7 mesi varcai il portone della scuola elementare “Imelda Lambertini”, famosa  per la professionalità delle suore/maestre e per usare il metodo Montessori.  Gran parte dei miei compagni erano figli di professionisti, un paio abitavano sul Canal Grande, un bambino, il cui padre era un diplomatico, aveva il salone di casa, solamente il salone, che misurava 100 metri quadrati, quasi il doppio dell’intera casa mia.

C’erano  anche bambini che provenivano da famiglie normali, come Michele, che divenne il mio compagno preferito fin dai primi giorni. Andavamo d’accordo su tutto, anche sulla squadra di calcio, l’Inter, ed eravamo così in sintonia da non litigare nemmeno sulla scelta dei nostri idoli, ovviamente attaccanti, lui scelse Alessandro “Spillo” Altobelli, io invece Carletto Muraro, da Ghezzo, Padova.

Qualche anno dopo, nell’estate del 1982, l’idolo di Michele, Altobelli, alzava la coppa del mondo in una magica notte di Madrid, mentre il mio eroe, ormai figurante in squadre di provincia,  mangiava una pizza  in qualche ristorante di Bibione. Giusto per far capire che c’è sempre qualcuno (io)  più interista di qualcun altro.

Negli anni ’70, in attesa dell’arrivo delle reti private, la TV dei ragazzi era ben poca cosa, essendoci solamente la RAI non avevamo altra scelta, perciò tutti i bambini guardavano lo stesso programma. Una mattina  durante la ricreazione  io e Michele ci ritrovammo a fischiettare la stessa canzone, sentita appunto il giorno prima durante una trasmissione per bambini. 

Luigi Scattini alla prima di “Svezia, inferno e paradiso”


Ma facciamo un passo indietro. Ad inizio degli anni sessanta scoppiò un fenomeno cinematografico tutto italiano, il cosiddetto “mondo movie”, il cui capostipite fu il “meraviglioso” lungometraggio di Gualtiero Jacopetti, “Mondo cane” dal quale il genere prese appunto il nome. Si trattava di una serie di finti documentari nei quali si potevano vedere (presunte) nefandezze di ogni tipo, perversioni sessuali impensabili per l’Italia democristiana di quegli anni, situazioni ovviamente fasulle, ma pruriginose abbastanza per fare incassare a quei film miliardi di lire. 

Una delle pellicole più famose di questo genere, fu sicuramente “Svezia, inferno e paradiso”, dove la voce fuori campo di Enrico Maria Salerno commenta le immagini girate da Luigi Scattini, raccontando un mondo freddo, popolato da fanciulle bionde e disinibite, tristi e senza anima, con una serie di situazioni che dipingono  la decadenza morale di quello stato socialista.

Scene dove  le donne bionde preferiscono africani virili agli emigranti italiani, dove si mostra uno stupro  (ma come? Non era un documentario?)  da parte di alcuni motociclisti su di una fanciulla minigonnata (qui la voce fuoricampo recita che a causa dei frequenti stupri molte ragazze diventano lesbiche, giuro che lo dice per davvero), e dove i giovani prima vanno a scuola di educazione sessuale e poi alla sera fanno pratica.

La cosa migliore del film è la straordinaria colonna sonora scritta dal maestro toscano Piero Umiliani, che nasconde una perla che rischiò quasi di non vedere la luce, al punto da essere presente solamente nella  versione americana del disco, uscita l’anno successivo in concomitanza con la distribuzione del film negli USA.

Ho letto da qualche parte che fu un bambino, in visita al padre, tecnico del suono dello studio dove si stava  analizzando il materiale arrivato dall’Italia, che scoprì questo pezzo, successivamente ribattezzato e pubblicato dall’editore americano come  Mah-nà Mah-nà. Non so se la storia de ragazzino sia vera, quel che certo è che il successo di questo pezzo arriva grazie a  Jim Henson, infatti in qualche modo il brano arriva alle sue orecchie e lui lo fa interpretare, la sera del 27 novembre del 1969, durante la  14° puntata di Sesame Street Fever, da un suo pupazzo nuovo, da allora noto come Mahna Mahna

Esplode la Mahna Mahna mania che contagia tutte le radio americane e rende quei due minuti scarsi un successo planetario.

image
Mahna Mahna tra le due Snowths

Qualche anno dopo, nel 1976, in occasione della prima puntata della serie The Muppets Show, il brano ritorna, questa volta Mahna Mahna è accompagnato da due vocalist, ovviamente pupazzi, The Snowths. Ed è in quella puntata che io e Michele sentiamo la canzoncina che stiamo fischiettando quella mattina.

Siamo vicini a Pasqua, e suor Adeodata (oppure suora Deodata, non mi mai capito come si scrivesse), la nostra maestra nata nel 1927 a Caorle, ci assegna un compito facile, da fare in coppia: un disegno che rappresenti la resurrezione di Cristo. Io e Michele ci mettiamo subito al lavoro, disegnamo una grotta dalla quale esce Gesù, iniziamo a colorarlo, poi ci guardiamo e compiamo il primo atto goliardico della nostra vita, nella parte lasciata bianca del cielo scriviamo “Mahrabara, tuturutu!” (Sbagliando ovviamente lo spelling).

Quando consegnamo il disegno tratteniamo le risate a fatica, ma già alla sera mi pento amaramente di quella bravata.

Il giorno dopo la suora ci accoglie con un sorriso che non promette niente di buono, quando restituisce i disegni siamo gli ultimi ad essere chiamati, ci trasciniamo come due piccoli condannati a morte davanti al plotone d’esecuzione, arrivati alla cattedra ci dice che il disegno è molto bello e che ci meritiamo un 8. Mentre ci guardiamo stupidi, la maestra spiega al resto della classe che “Mahrabara” vuol dire benvenuto in aramaico (così almeno sostiene lei), però, e si rivolge a noi, non capisce il significato di “tuturutu”.  In fin dei conti sono un bambino prodigio, ho saltato una classe mica per niente, guardo la suora e improvviso, le spiego che è il canto degli uccellini a primavera. La suora ci casca, e torniamo ai nostri banchi orgogliosi del nostro colpo di genio.

image
Direttamente dal quaderno di religione, Suor Adeodata (oppure Suora Deodata)

La scuola elementare Imelda Lambertini ha chiuso anni fa, probabilmente a causa del calo  delle vocazioni (niente suore, niente maestre) o forse è stata colpa del crollo delle  nascite in città, forse i costi erano insostenibili, anche se il palazzo è vuoto da allora. Non ne ho idea, ma al posto della targa con il nome della scuola adesso c’è un buco sull’intonaco, una specie di ferita non rimarginata.

C’è un buco sull’intonaco, una specie di ferita non rimarginata.

Michele lo incrocio ogni tanto tanto, abita ancora a Venezia, e ovviamente è ancora interista, nel 2010 è riuscito ad andare a Madrid per assistere alla finale di Champion’s vinta dall’Inter, a conferma che non tutti gli interisti sono uguali.

Io invece, con buona pace dei vincenti, di chi ha “l’occhio della tigre”, ho deciso di stare fermo, a volte quando la vita ti fa spiaggiare su secche impreviste non c’è nulla da fare, se non aspettare l’alta marea. 

Al limite, nell’attesa, fischietto.

Annunci

2 commenti Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...