Paris, Texas

TRAVIS: I knew these people…
JANE: What people?
TRAVIS: These two people. They were in love with each other. The girl was… very young, about seventeen or eighteen, I guess. And the guy was… quite a bit older. He was kind of raggedy and wild. And she was very beautiful, you know?
JANE: Yeah.

Da “Paris, Texas”, Wim Wenders, 1984.

Ho visto “Paris, Texas” al  Cinema Olimpia di Venezia, diventato adesso un teatro patacca per turisti. Me lo ricordo bene, sicuramente  non era una prima visione ma, se avete letto altri post, amavo quella sala e la sua gemella (Cinema Accademia) anche per quello. Uno degli aspetti migliori di quelle due sale era che le prime visioni erano pochissime, l’ansia di essere i primi a vedere un film non esisteva, inoltre bastava avere un po’ di pazienza e prima o poi il film che avevi perso sarebbe ricomparso su quegli schermi.
L’attesa è un bell’esercizio, anche nella vita fuori del buio delle sale, la pazienza ti rinforza, ti prepara alle difficoltà, il “tutto e subito” è volgare, arrogante nella migliore delle ipotesi.

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Harry Dean Stanton con Nastassja Kinski, fotogramma dal filmino in Super 8.

In “Paris, Texas” c’è la più bella donna del mondo, Nastassja Kinski, non c’è stata nessuna ventenne più bella di lei, e mai nessuna trentenne, quarantenne o qualsiasi “enne” sia adesso o mai sarà in futuro.
La Kinski compare, defilata, nel più toccante monologo della storia del cinema, una delle più belle scene d’amore di sempre, nel senso di esternazione di un sentimento così forte che, a volte, straborda e non si controlla più. Se la bellissima attrice è quasi muta in quella scena, il testo, scritto da Sam Shepard, è recitato da Harry Dean Stanton, che all’epoca aveva quasi 60  anni, una faccia da perdente al cui confronto Massimo Moratti sembra Gastone di Paperino.
Un monologo per il quale  Stanton si sarebbe meritato oltre al premio Oscar (non vinto) anche il premio Nobel per gli amori sconfitti.

Il Texas è gigantesco, così dicono. Io l’ho attraversato in quattro giorni circa, di San Antonio e di Fort Alamo ho già scritto, ma venendo da Phoenix, Arizona, San Antonio era troppo lontana per essere la mia prima fermata Texana.
Avevo circa un mese per raggiungere Chicago e poi Vancouver prima di tornare a Los Angeles,  perciò non avevo fretta, tutte le altre tappe del mio itinerario erano pressoché casuali, dettati dagli orari delle corse dirette delle corriere del Greyhound, e dalla distanza media di circa 600/700 chilometri a viaggio.
Così, mappa alla mano, avevo scelto di nuovo a caso la mia prima sosta in Texas, appena oltre la fine del New Mexico (che avrei attraversato senza scendere dalla corriera), cioè El Paso, che aveva l’indubbio pregio di essere strategicamente posizionato sul confine con il Messico, e a me, in piena trans agonistica, avere il timbro di quel paese sul mio passaporto  sembrava una bellissima idea.
Arrivai di sera, il sole era tramontato da un pezzo. l’ostello che avevo trovato nella guida che mi portavo appresso era a circa 10 minuti dalla stazione degli autobus.
L’entrata dell’ostello, in realtà un albergo decadente, era ferma agli anni ’50, due ventilatori a soffitto spalmavano l’aria calda e piena di fumo in tutta la hall. Un paio di enormi poltrone di velluto marrone, che sicuramente avevano visto tempi migliori, riempivano la parete a destra, una era occupata da un signore che fumava una sigaretta senza filtro, mentre leggeva la pagina sportiva del quotidiano locale, vista l’età credo fosse lì dal giorno dell’inaugurazione, per un attimo pensai di essere dentro ad un racconto di Bukowski.
Il portiere non era da meno, con i pochi capelli pettinati all’indietro e tenuti sul cranio da brillantina, portava spessi occhiali con una montatura alla Mario Pastore e, ça va sans dire, fumava pure lui.
L’albergo, quale sorpresa, era vuoto, così il tipo mi diede una stanza da quattro letti anche se ero da solo. Dopo 9 ore di autobus volevo semplicemente farmi una doccia e dormire, ma quando accesi la luce del bagno una ventina abbondante di scarafaggi, quelli lunghi e rossi americani, iniziarono ad infilarsi nelle varie crepe del pavimento e delle pareti.
Ero così stanco che mi limitai a chiudere la porta del bagno, la stanza aveva una coppia di letti a castello così  mi infilai sotto le lenzuola di uno dei due superiori, sperando che gli scarafaggi soffrissero di vertigini, il giorno dopo ne avrei dette quattro a quel portiere.
Dormii di un sonno profondo, nemmeno turbato da eserciti di insetti, quando al mattino controllai come stavano i miei amici con le antenne, con mio stupore trovai il bagno completamente vuoto, questo e l’espressione bidimensionale del portiere (lo stesso della sera prima) mi fecero desistere da qualsiasi forma di protesta. La hall era praticamente uguale a come l’avevo lasciata, vecchietto con le dita gialle di nicotina incluso, chiesi al portiere dov’era il Messico, il tipo mi guardò strano, o forse era il suo sguardo normale, e mi disse che avrei dovuto camminare per circa quindici minuti tenendo l’hotel alle spalle.

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Frase bilingue messa davanti al “check point” tra El Paso e Juarez.

Attraversai il confine con calma, e arrivai al centro di Juarez in 5 minuti, dribblando i primi mendicanti e venditori di cianfrusaglie. Avevo un paio di vistosi shorts a fiori, una borsa a tracolla con i soldi e il passaporto, e la mia inseparabile Yashica fx-3, agli occhi dei tassisti e dei venditori ambulanti passavo inosservato come una spogliarellista davanti al Muro del pianto. Infatti trascorsi le prime due nelle mia scarse quattro ore di presenza nella Repubblica Federale del Messico rifiutando di tutto, dallo street food più improbabile fino a presunte mignotte francesi offerte dai tassisti (a Juarez, francesi, certo).
Dopo un po’ decisi che era tempo di tornare negli USA, e quando il poliziotto di confine mi fece passare senza battere ciglio, pensai che il passaporto italiano, in fin dei conti, non era così male.

Tornato in albergo trovai un nuovo portiere, una copia  più sbiadita di quello precedente, rimasi seduto un po’ sulla seconda poltrona marrone (nella prima c’era ancora il solito vecchietto, se non l’avessi visto sfogliare il giornale, avrei dubitato fosse vivo), cercando sulla mappa la mia prossima meta.

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Retro del vinile della colnna sonora di “Paris, Texas”.

Un paio di anni prima, dopo aver visto “Paris, Texas”, pur di avere qualcosa di quel film, mi ero comperato la colonna sonora, tra l’altro bellissima, composta e curata da un Ry Cooder nemmeno quarantenne (praticamente la stessa età che oggi ha Tiziano Ferro), ancora mezzo sconosciuto al grande pubblico, ma già riconoscibile per il modo di suonare la chitarra. Oltre alla sua musica originale, il disco contiene due capolavori, il primo è il meraviglioso, commovente monologo di oltre otto minuti retto tutto sulla voce calma di Harry Dean Stanton, eccezionale anche da solo, ma che assume tutto un altro spessore dopo aver visto quasi due ore di film, l’altro è invece la versione arrangiata dallo stesso Ry Cooder di una canzone tradizionale messicana, Canción mixteca, che nella pellicola di Wim Wenders accompagna il più bel filmino in super 8 della storia del Cinema, immagino imparato a memoria dagli inventori di Instagram (e fonte ispiratrice per la scena finale/titoli di coda di “Drugstore Cowboys” di Gus Van Sant).

Con quella musica triste in testa e soprattutto con il volto di Nastassja Kinski a fluttuare nella mia mente sedevo nella vecchia poltrona marrone di quell’hotel, la mappa degli USA in mano, vicino a me il Charles Bukowski dei poveri. Visto che avevo deciso di visitare New Orleans, scelsi come tappa intermedia San Antonio, come già sapete, ma per un attimo cercai Paris, ci fosse stata anche una sola possibilità di incrociare Nastassja non avrei esitato, ma ero certo che, vista la mia buona stella, nella migliore delle ipotesi sarei riuscito a vedere Harry Dean Stanton seduto ad una tavola calda, intento a fare le parole crociate.
Non lo sapevo ancora, ma qualche giorno dopo avrei deciso di fermarmi a “Chattanooga, Tennessee”, per vedere se davvero,  quando il sole ti spacca in due, si beve Lipton Ice Tea.
Ma quella è un’altra storia.

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