Catarì

Catarì!…Che buo’ cchiù?
Ntiénneme, core mio!
Marzo, tu ‘o ssaie, si’ tu,
e st’ auciello songo io.
Catarì – Salvatore di Giacomo

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Teresa Salgueiro. Photo credit: pinterest
I numerosissimi (!?) lettori che seguono questo blog sanno da un mio post precedente, che ho abitato a Napoli per circa 3 mesi, abitato non è il temine più corretto, diciamo che essendo la mia casa una caserma, ho vissuto Napoli durante le libere uscite e durante i (pochi) weekend nei quali non ero di servizio.

Ci sono tornato dopo vent’anni, mentre con mia figlia risalivo l’Italia, dalla Puglia a Venezia, passando per Matera, Pompei (cioè Napoli appunto) e Roma. L’idea era quella di farle vedere parte di quelle meraviglie che spesso ci dimentichiamo di avere (come Matera) o che si stanno disintegrando (Pompei). 

E se anche oggi ad anni di distanza ogni tanto mi parla di quel cane che ci portò fuori dal labirinto delle viuzze di Matera, o delle fontane dentro ai ruderi di Pompei, direi che la missione è stata un successo.

La zona appena fuori la stazione di Napoli è, per usare un eufemismo, vivace, a vent’anni di distanza è cambiato tutto, ma in fondo non è cambiato nulla. Adesso ci sono negozi di cianfrusaglie gestiti da cinesi o da nigeriani vicino ai soliti panifici che sfornano panzerotti e pizze di continuo, non ho visto gli “scatolettari”, come quelli che estorsero centomila lire ai due miei commilitoni (no, i due non hanno mai vinto il premio Nobel), però dopo cinque minuti un signore napoletano  mi ha offerto un “aifon” nuovo di zecca, che io gentilmente ho rifiutato.

Quello che mi colpisce, anche fisicamente, è il rumore impressionante che ci circonda, frutto di decine di motorini, clacson di macchine, musica a tutto volume dei bancarellari e, per non farci mancare nulla, i martelli pneumatici degli operai che stanno rifacendo il piazzale. Arrivando da Matera il rumore sembra ancora più assordante, e anche nei miei ricordi di militare, i decibel erano nettamente più bassi. Anzi, il ricordo più nitido che ho dei miei pomeriggi passati a camminare per Napoli è il silenzio che circondava alcune zone del centro, una in particolare incontrata durante una domenica in libera uscita, quando avevo deciso di andare al centro da solo e di perdermi un po’ tra vicoli meno battuti. In fin dei conti avevo attraversato in bicicletta il downtown di Los Angeles un paio di anni prima, tanto peggio non poteva essere.

Sono gli anni del Napoli di Maradona, e quando qualcuno anche adesso sostiene che Diego Armando era una divinità non posso che confermare, non perché ho visto una puntata di “Sfide”, oppure il film di Kusturica (tra l’altro perfettamente a suo agio nel raccontare un pazzo come lui) ma perché ho visto con i miei occhi come un ragazzo della periferia di Buenos Aires fosse diventato il dio-re di un’intera città.

8th January - 31st March (except for the Carnival period)
Capitello con foto di Maradona. Photo credit: bellaitalia.free.fr
Quella domenica giro per Napoli senza una meta precisa, attraverso un vicolo, vuoto e  silenzioso, addobbato con decine di gagliardetti col faccione di Diego Armando e mi trovo davanti ad un capitello costruito attorno alla foto del numero 10 argentino. Quella strada era diventata una specie di santuario in onore di Maradona, una chiesa a cielo aperto e proprio come una chiesa, silenziosa, questo silenzio mi turbava, sembrava irreale, insolito anche per la Napoli che conoscevo. Poi da lontano inizio a sentire un rumore indistinto, sembra quasi come uno sciame d’api, più si avvicina e più diventa rumoroso, guardo il capitello con la foto di Maradona un’ultima volta prima che decine di motorini inizino a sfrecciarmi a pochi centimetri dai piedi. A bordo ragazzini con sciarpe bianco azzurre legate ai polsi, bandiere dello stesso colore.

Tornano dallo stadio, la messa è finita, Maradona e il suo Napoli hanno vinto, e l’incantesimo silenzioso di quel santuario pagano è spezzato. Non vedrò mai più una strada di Napoli così silenziosa, ma è quello il ricordo più limpido che ho di quei tre mesi passati in uniforme. Anni fa mi è capitato di vedere il film che Turturro ha girato a Napoli, più che un film un documentario sulla musica napoletana. Nonostante i produttori abbiano cercato di spacciarlo per una specie di “Buena Vista Social Club” in salsa partenopea, il confronto non regge.

Turturro, per quanto lo si possa amare, non è certo Wim Wenders, e soprattutto al film manca la meravigliosa parabola di quei musicisti cubani, quella storia da “underdogs“, da perdenti di successo, salvati dall’oblio un attimo prima di sparire per sempre, che rende la pellicola di Wenders una favola (amara) a lieto fine. Certo, nel film di Turturro ci sono squarci di poesia straordinari, come quando i tre fratelli Esposito, produttori musicali da tre generazioni, disquisiscono proprio modo se davvero Caruso fosse stato il più grande interprete della musica napoletana, oppure quando James Senese si commuove parlando della sua infanzia di bastardo mulatto nella Napoli del dopo guerra. Il documentario alla fine però è poco più di un collage di video musicali con Napoli come filo conduttore e ritratta, questo è vero, con una grazia ed un rispetto unico.

Quando uscì “Lisbon story”, sempre di Wim Wenders, rimasi incantato, come molti altri, dalla musica dei Madredeus, e dalla voce della loro bellissima cantante Teresa Salgueiro. Quella è un’altra storia, però il gruppo portoghese mi sono tornati in mente quando ad un certo punto nel film “Passione”, un signore, accompagnato solamente dalla sua chitarra inizia a cantare un brano straordinario. Fausto Cigliano, una vecchia gloria della musica napoletana ora quasi dimenticato, canta, all’interno del complesso del Pio Monte della Misericordia, “Catari”, un brano composto a fine ottocento estratto dalla poesia “Marzo” di Salvatore di Giacomo, nei versi l’innamorato si paragona ad un passerotto bagnato, in balia dei capricci meteorologici di Marzo, ovvero la sua amata.

Turturro riempie la musica con le inquadrature delle sette opere della Misericordia, dipinte dal Caravaggio, mentre Cigliano tocca con grazia le corde della chitarra, nemmeno suonasse con il piede sinistro di Maradona, e canta con voce fuori moda “N’auciello freddigliuso/aspetta ch’esce o sole,/ncopp’ ‘o tterreno nfuso/suspirano ‘e viole…”.

Certo, parole non all’altezza dell’immortale strofa “chiamami ‘n coppa o cellulare” del neo melodico anni ’90 Franco Moreno, ma va bene così.

Caravaggio-Pio Monte della Misericordia
Caravaggio-Pio Monte della Misericordia. Photo Credit: quartaparetepress.it
Ecco, sapere che certi posti ( e certa musica) esistono e sono Napoli mi rincuora, me ne ricordo mentre scendo dal treno e veniamo storditi da quel muro del suono che ci accoglie in tutta la sua potenza. La sera il rumore si quieta un po’, camminiamo per i vicoli quasi deserti, non lo dico a mia figlia, ma spero di imbattermi nel capitello di Maradona, per confrontarne il silenzio e la magia, sarebbe così più facile spiegarle che cosa era la mano (sinistra) di Dio.

Per capire i capricci di Marzo, temo non le servirà il mio aiuto.

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