Hurt

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Hurt – Nice Inch Nails

Quando incontrai Derek e Lauren per la prima volta avevano entrambi poco più di 20 anni, erano venuti in Italia per un semestre all’Università di Padova, poi si erano fermati qualche mese in più a Venezia perché Derek doveva fare uno stage presso il Comune di Venezia, Assessorato alla Gioventù.
Per un californiano come lui credo fosse un’esperienza metafisica, fatta di obiettori di coscienza addetti alle fotocopie, uscieri analfabeti e impiegati annebbiati da anni di burocrazia italiana.
Ad aggiungere intensità alla sua permanenza a Venezia, gli ero capitato io come collega, stavamo chiusi per ore in un chioschetto per le informazioni alla Stazione ferroviaria di Santa Lucia, sotto gli occhi curiosi degli intromettitori che mai prima d’allora avevano visto un tizio del genere (lui intendo, io ero piuttosto nella norma).
Come coppia erano perfetti, bellissimi tutti e due, colti e intelligenti, con tatuaggi e piercing quando ancora non erano di moda, ma sempre eleganti con un gusto raffinato. Sono stati i primi i hipster che abbia incontrato, prima ancora che il termine diventasse di moda e successivamente di uso comune, non a caso tornati negli USA si trasferirono a Brooklyn, sempre prima che diventasse di moda, ed iniziarono a lavorare nel mondo dell’arte e del giornalismo.
In qualche modo rimanemmo in contatto, al punto che una primavera, molti anni dopo il loro rientro negli USA, mi invitarono ad un barbecue nel giardino della loro casa di Brooklyn, c’erano molti ospiti, quasi tutti venuti come coppie, ognuno (pur ogni coppia)  doveva portare sei copie dello stesso “CD mix”  creato per l’occasione, i CD sarebbero stati mescolato e poi ogni coppia ne avrebbe ricevuti sei differenti l’uno dall’altro.
Come è facile intuire, per quanto mi possa considerare un bohémien, volare fino a New York per partecipare ad un barbecue, seppur così prestigioso, mi sembrò eccessivo, così preparai sei copie di un mio CD mix, stampai per ognuna una copertina originale e le mandai con la posta aerea.

Il barbecue fu un successo, e dopo un paio di mesi arrivarono le sei copie che mi spettavano, molte delle canzoni contenute mi erano totalmente sconosciute, altre più famigliari. Tra i sei, non so quanto casualmente, trovai anche quello preparato dai miei amici, un CD di sole cover intitolato per l’appunto “Take Cover”, e con una copertina/custodia di stoffa, cucita e ricamata da Lauren.

Ed è grazie a questo CD che faccio il mio incontro con l’Uomo in Nero, sua maestà Johnny Cash, qui con la sua versione di “One” degli U2 (di gran lunga migliore dell’originale se lo chiedete a me).
Si tratta di un colpo d fulmine, e nel giro di due mesi recupero tutto quello che Johnny Cash aveva registrato con l’American Recordings di Rick Rubin, quattro dischi meravigliosi composti da brani originali e cover.

Ma a parte i suoi meriti artistici, è la figura dell’Uomo in Nero e la sua storia che mi rapiscono.
Nel 1993 Johnny Cash ha poco più di sessant’anni, è sulle scene da quasi quaranta, non è stato solamente una delle figure più carismatiche della musica Country, ma è stato anche attore (film western, of course) e ha avuto uno  show televisivo tutto suo. Arrestato una mezza dozzina di volte, anche se in carcere c’è stato solamente per fare dei memorabili concerti, è stato dipendente da anfetamine e dall’alcool, dopo essersi sposato giovanissimo (ed aver fatto 4 figli) si è risposato con Rose Carter, un’altra star di Nashville, che l’aveva preferito ad Elvis Presley, quando the King era l’uomo più bello e desiderato del mondo.

A partire dagli anni ’80, l’industria della musica Country  aveva virato su forme molto più commerciali, iniziando a lanciare star giovani e sexy, soprattutto maschili. Davanti al nuovo che avanza (e che vende) Johnny Cash era stato costretto ad abdicare.
La riconoscenza  è merce rara, soprattutto in quel mondo, e lo ShowBiz, ora che ha smesso di vendere dischi, gli gira le spalle. Nel 1986 la Columbia lo scarica e lui approda alla Mercury, ma anche qui le cose non cambiano, i produttori lo mettono in un angolo, sfruttano la sua ombra per dare peso ad altri cantanti, Johnny Cash però continua a fare quello che sa fare meglio, cioè suonare in giro. Le sale sono sempre più piccole, il pubblico è quello dei nostalgici, ed è in occasione di un concerto in una di queste location minori che fa l’incontro con l’Uomo con la Barba, un incontro che cambierà la sua vita e sicuramente renderà migliore quella di molte altre persone.
Nel 1993 Rick Rubin, l’Uomo con la Barba, invece ha trent’anni, alle spalle circa una decina come produttore di band hip hop, punk e rock, del calibro dei Beastie Boys, degli Slayer e dei Red Hot Chili Peppers, insomma in apparenza niente più lontano del mondo Country conservatore di Nashville, ma Rubin vede in Johnny Cash la sua vera essenza, la sua natura di ribelle, e soprattutto la sua caratura artistica monumentale. Finito il concerto l’Uomo in Nero riceve la visita in camerino di questo ragazzo corpulento, con barba e capelli lunghi.

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Rick Rubin (con la barba) agli esordi in mezzo ai Beastie Boys.

Parlano per 15 minuti, Rick Rubin semplicemente gli dice che vuole fare un disco con lui, Johnny Cash ride, ma capisce che ha davanti qualcuno che vuole far scoprire al mondo quello che la ristretta cerchia del Country aveva messo frettolosamente da parte.
Il primo disco viene registrato per undici tredicesimi nel soggiorno di casa Cash,  solamente chitarra e voce, ma pur sempre  la chitarra e soprattutto la voce di Johnny Cash. Che sia un disco “cool” lo si capisce anche dal fatto che gli altri due brani  sono registrati live al “Viper room”, il club di Johnny Depp (lo stesso club dove poco dopo morirà un altro personaggio unico, River Phoenix). Uno di questi brani (“Tennessee stud”) viene inserito nella colonna sonora di Jackie Brown da Quentin Tarantino, che in quanto a coolness non è secondo a nessuno.

Il primo disco della collaborazione con Rick Rubin ottiene buoni risultati di vendita, un successo trasversale, grazie anche al video “Dehlia’s gone” mandato di continuo su MTV, e  vince un Grammy come migliore disco folk. Viene però totalmente ignorato dall’industria della musica Country, che si rifiuta di trasmetterlo attraverso i suoi potenti media, lo stesso capita con il secondo disco, che rivince un Grammy. Questa volta però come miglior album Country.
Per l’occasione Mr Cash rispolvera una sua vecchia foto e la fa pubblicare in decine di testate musicali per “ringraziare” l’aiuto di Nashville.

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I ringraziamenti di Johnny Cash

A noi che stiamo ai confini dell’impero, l’industria della musica Country non ci dice tanto, ma in quella parte di mondo è praticamente una macchina da guerra, un business che si autoalimenta, generando milioni di dollari di fatturato e decine di star(s), o presunte tali, come niente fosse.
Che poi il mondo del Country, fatte le debite proporzioni, non si differenzia tanto da quello dei neo melodici napoletani, fatto di un turnover infinito di piccole star(s), tutte alla ricerca di uno spicchio di sole.

Johnny Cash ha poco più di sessant’anni, il mondo del Country che anche lui aveva contribuito a creare l’ha dimenticato, ma non importa, oramai l’Uomo in Nero è patrimonio dell’umanità, è una leggenda, un monumento del quale si innamorano migliaia di teen agers.

Rick Rubin pesca tra i suoi amici e continua a proporgli brani sempre più lontani da quello che dovrebbe essere il suo repertorio. Johnny Cash prende queste canzoni, le assorbe, le fa proprie e le trasforma, dal già citato “One” a “I see a darkness” di Bonnie Prince, fino a brani dei Soundgarden, Depeche Mode, Tom Waits. In più i dischi iniziano ad arricchirsi di collaborazioni prestigiose, se la coppia Rubin/Cash chiama nessun è così pazzo da poter  dire di no.

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L’Uomo con la Barba e l’Uomo in Nero in studio di registrazione.

Ma proprio quando il mondo è ai suoi piedi, la salute di Johnny Cash inizia a vacillare, nel 1997 gli viene diagnosticata una rara malattia neuro degenerativa, lui reagisce a suo modo, continuando a registrare appena riesce a tenere una chitarra in mano.

A fine 2002 esce “American IV: The Man Comes Around”, che contiene forse la più bella canzone nata dalla collaborazione con Rubin, ovvero “Hurt”, cover del brano di Trent Reznor, accompagnato da un video sontuoso. Johnny Cash la interpreta come se l’avesse scritta lui, e in fondo quel testo avrebbe potuto essere suo, perché quella disperazione autodistruttiva era stata davvero sua compagna per parte della vita.

Questo è l’ultimo disco che esce con Johnny Cash ancora in vita, il 12 Settembre 2003, pochi mesi dopo la scomparsa della sua amata moglie, l’Uomo in Nero esce di scena in modo definitivo.

L’anno successivo viene pubblicata la raccolta con gli “scarti” delle registrazione di Rick Rubin, un cofanetto meraviglioso anche nel packaging (a proposito, grazie ancora Paolo e Dana per avermelo regalato) voluto dallo stesso Cash, che dimostra ancora una volta quanto Johnny Cash fosse immenso.

Così, dieci anni dopo quell’insolito incontro nel camerino di un teatro, il sodalizio tra Johnny Cash e Rick Rubin finisce. Un sodalizio grazie al quale migliaia di persone, me incluso, hanno scoperto un artista unico, un miracolo della natura.

Perché quando l’Uomo in Nero incontra l’Uomo con la Barba, tutto può succedere, anche i miracoli.

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